La Grande Guerra e le Alpi
Cento anni fa cominciava per l’Italia la prima guerra mondiale. Per l’Italia e per la nostra gente, la Grande Guerra fu “grande” perché (si pensava) nessuna sarebbe mai più stata così e “guerra” perché morirono 650.000 italiani, per lo più ventenni, mille di loro erano nati sui nostri monti.
Molta retorica è stata spesa. Soprattutto però, buone e solide iniziative di memoria e di servizio sono state realizzate dai nostri Gruppi Alpini dell’ANA di Domodossola. Lo “spirito alpino” (concretezza di realizzazioni e sostanza di parole) ha prodotto sempre e ovunque risultati positivi per chi vive in montagna. E’ venuto tuttavia il tempo, ed è anch’esso buona cosa, di smantellare “stereotipi consolidati”. Quello che gli storici seri hanno concluso in tanti anni di lavoro, ma non era penetrato nella coscienza collettiva, poteva farlo solo la poesia. Ermanno Olmi (“Torneranno i prati”) ha detto in un film semplice e bellissimo due cose. Quei ragazzi (i giovani per noi arruolati nel Battaglione Intra) morirono inutilmente; i nemici non erano gli austriaci (ragazzi come loro), ma gli ufficiali di tutti gli eserciti d’Europa che non tenevano in alcun conto la vita umana. Il generale Luigi Cadorna non fu un grande stratega obbligato a scelte difficili dai tempi bellici, come un certo revisionismo storico vuole far credere. La “rotta” di Caporetto, che Cadorna attribuì alla vigliaccheria dei soldati, fu un disastro che vide il nostro esercito arretrare di 150 chilometri e lasciare in dietro trecentomila uomini (morti, feriti, prigionieri). Cadorna amava dire: “Le uniche pallottole che non ci mancano sono gli uomini”! E che, come ogni cosa che “non manca”, si può sprecare. Ti viene un male sottile nel pensare a queste cose. Il primo morto della prima guerra mondiale fu un anzaschino (Giovanni Bionda di Vanzone), il primo morto della seconda guerra mondiale fu un vigezzino (Luigi Rossetti di Craveggia). Siamo una terra di record tristi! Nei nostri dialetti l’espressione “ambaradam”, indica una situazione di caos assoluto e irrisolvibile. Deriva dalla battaglia di Amba Aradam (15-16 febbraio 1936) combattuta dagli alpini del Battaglione Intra sulle ambe (gli altipiani assolati e desolati dell’Etiopia) dove furono mandati a combattere con scarponi e pesanti abiti di feltro. Poi venne la Russia, dove gli stessi Alpini furono mandati a combattere contro gente come loro, con ai piedi scarponi imbottiti di cartone nell’inverno terribile del Don. Il centenario dell’inizio della prima guerra mondiale può essere l’occasione per ricordare gli Alpini dell’Intra e il loro sacrificio obbligato. Con loro, tutti i caduti della “Grande Guerra”.
Essa rimane ancora oggi un mito forte per gli uomini delle Alpi, perché combattuta in montagna, il “baluardo del sacro suolo”, terreno di imprese epiche tra rocce e ghiacci.