La montagna che (r)esiste
Il profilo demografico della Valle Anzasca che emerge dalle indagini dei giornalisti de “Il Rosa” (Bettoni e Sonzogni) è quanto mai desolante. Racconta di una montagna sempre più fragile, sia sul piano ambientale che sociale.
La siccità invernale, il rumoreggiare cupo della parete est del Monte Rosa, il “grande crollo” della Tre Amici ci dicono che qualcosa sta cambiando e gli effetti globali dei cambiamenti climatici anche sulle Alpi hanno impatti economici. La fragilità sociale delle nostre valli alpine emerge da pochi numeri: solo Macugnaga e Calasca hanno più di 500 abitanti, gli altri meno. Siamo rimasti in pochi e sempre più vecchi (con bisogni sempre nuovi!): a Ceppo Morelli su 321 abitanti, 45 hanno più di ottant’anni; a Calasca, lo scorso anno sono morte sedici persone e ci sono state due nascite; come tanti altri villaggi alpini, Vanzone in un secolo ha visto dimezzati i suoi abitanti. Nel 1960 c’erano in Valle Anzasca dodici scuole elementari, nel 2016 ne sono rimaste tre (una con sei bambini). Che fare affinché la montagna, crediamo preziosa risorsa sociale, ambientale e culturale per tutta l’Italia, non muoia? Il modello fordista di sviluppo economico prevalente nel Novecento prevedeva che le montagne fossero “fabbriche di uomini” per alimentare di manodopera silenziosa e accondiscendente le fabbriche di fondovalle. Nelle alte valli rimanevano “gli ultimi” a presidiare il territorio, compensati con le briciole delle città. Oggi non è più così, perché le fabbriche sul fondovalle non ci sono più e la globalizzazione ha annullato le distanze geografiche e diluito le differenze in un’anonima uniformità. Stanno tuttavia accadendo fenomeni nuovi. Innanzitutto i “nuovi montanari” che, per scelta esistenziale, abbandonano la città e vanno a vivere sulle Alpi, portando spesso professionalità di alto profilo e nuove idee. Sono una risorsa preziosa, accogliamoli a braccia aperte. Le nuove tecnologie possono superare un isolamento culturale secolare e alleviare la pena dell’isolamento geografico. Scrive il nostro Marco Sonzogni: “Chi ha grandi aspettative è nel posto sbagliato e l’isolamento a volte incute paura”. Può essere vero, ma vincere la paura e costruire qualcosa di nuovo è una sfida grande! Non è vero che non ci sono soldi per la montagna. Paradossalmente è il contrario: sta a noi andarli a prendere, uniti e con capacità progettuale moderna. A volte sono le idee che mancano, non le risorse materiali. Si sta aprendo una nuova fase di programmazione economica (europea, nazionale e regionale) nella quale, se siamo bravi, possiamo cogliere opportunità straordinarie. Due draghi maligni si stagliano tuttavia all’orizzonte: il localismo e il lamentismo. Siamo strutturalmente deboli e divisi: quando nacquero le nuove province, quella di Prato in Toscana aveva 250.000 abitanti e sette comuni, il VCO 160.000 abitanti e settantasette comuni (oggi 76 grazie alla coraggiosa nascita del comune di Borgomezzavalle in Antrona). E’ questo il confronto generazionale, potenzialmente lacerante ma inevitabile, che le giovani generazioni devono cogliere per dare un futuro e un nuovo modello di sviluppo economico e sociale alle terre alte delle Alpi. Esistere è un diritto, resistere un dovere!
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Foto Jaromír Kavan