Le epidemie di peste in Valle Anzasca
Mali e rimedi dei nostri antenati: un tema di grande attualità
In questi giorni di quarantena per il Coronavirus ritornano alla memoria i tempi passati, quando devastanti epidemie decimavano le nazioni e creavano un clima di terrore. Chi non va con il ricordo alla famosa peste del Manzoni studiata a scuola? Quali gravi pestilenze la Valle del Monte Rosa ha dovuto affrontare? Come si è difesa?
Enrico Bianchetti scrive che le antiche pestilenze, con la cosiddetta “peste nera” comparsa tra il 1347 e il 1350, poi a più riprese nel secolo successivo, avevano risparmiato la Valle Anzasca, mentre ci racconta che la prima peste che fece parecchi morti in valle fu uno strascico di quella di San Carlo (1576-77) nel 1585. In questa occasione sappiamo che a Cimamulera morirono 200 persone su 535 abitanti; a Castiglione 28 persone. Probabilmente il resto della valle fu toccato solo marginalmente dall’infezione. Anche nel 1630 la valle fu risparmiata dalla famosa peste manzoniana, che colpì la bassa valle, a partire da Mergozzo. Anche Pieve Vergonte e Ornavasso furono miracolosamente risparmiate dal contagio.
Il sorgere della malattia era stato preceduto da una grave carestia che, indebolendo la popolazione, la espose alla pestilenza. La Valle Anzasca non venne di fatto contagiata, ma non per questo nella gente la paura era meno forte. La grande ignoranza in medicina, aggravata da convinzioni false e cure inefficaci se non dannose, tra l’altro possibili esclusivamente a chi godeva di un certo benessere, faceva sì che l’unica possibilità fosse votarsi a qualche santo che implorasse l’Altissimo di preservare dalla malattia. Anche nella nostra valle molti sono i ricordi di questa fede che voleva ergersi ad argine delle epidemie. I santi più antichi a cui ci si votava contro la peste, qualunque malattia in realtà essa fosse, erano Fabiano e Sebastiano, celebrati il 20 gennaio. Le frecce di Sebastiano richiamavano le ferite della malattia, soprattutto nella sua forma bubbonica.
La “Storia dei Longobardi” di Paolo Diacono ricorda poi che nel 680 la peste si era fermata quando a Pavia venne eretto un altare al santo. Nel 1587, davanti al notaio Albasini, i consoli di Bannio, Anzino e Ciola fecero voto solenne di celebrare la festa dei SS. Fabiano e Sebastiano a causa della pestilenza che arrivò fino a Castiglione. Nel 1630 il voto risulta ratificato, insieme ai voti fatti ai SS. Quirico e Giulitta, a S. Eusebio e a S. Rocco, a cui si aggiunge in quell’anno il voto a S. Carlo, sempre per essere protetti dalla malattia, evidentemente ciclicamente ricomparsa. La devozione dei banniesi proprio in quegli anni aveva portato a riedificare la cappelletta della Madonna del Gelo, sostituita da un pregevole oratorio, inaugurato nel 1622. Nel 1629 i banniesi fecero voto di festeggiare la Madonna della Neve con tutta la solennità di cui ancora oggi vanno fieri. Anche se non è specificato, alla Vergine si promette di celebrare la ricorrenza del 5 agosto per essere stati risparmiati dalla spaventosa peste che imperversava in tutta la Lombardia. Curiosamente, la Valle Anzasca si rivela un’isola felice, perché gran parte delle pestilenze che la storia ricorda non la toccarono, se non marginalmente. Questo non solo per il fervore dei valligiani, che seppero sempre trovare il santo giusto a cui votarsi, ma anche per il clima più secco delle valli alpine e per il relativo isolamento delle persone, che impedì il diffondersi di morbi che richiedono un clima umido e una vicinanza fisica. Speriamo allora che il buon clima e la fede forte della nostra valle ci difenda anche dal Coronavirus!
Il culto di san Rocco
Nel XV secolo si diffuse il culto di san Rocco, il più noto tra i protettori dalla peste. Egli stesso era stato malato e aveva soccorso gli appestati. Inoltre era uno straniero viaggiatore e il suo culto serviva a contenere la paura dello straniero, ritenuto “untore”, cioè propagatore della malattia. San Rocco è festeggiato come patrono a Castiglione, che conserva ben due statue del santo, ma anche a Vanzone, a cui è dedicato l’oratorio che sorge in piazza, piccolo gioiello barocco. Anche a Cimamulera nell’oratorio di fronte alla parrocchiale si venera san Rocco, che nella pala è rappresentato con san Sebastiano. A Bannio gli è dedicato il piccolo oratorio nella Piana sopra l’abitato, anticamente detto di san Barnaba; a Macugnaga segnaliamo la bella tela a Pecetto, in cui Cristoforo, Rocco e Giovanni Nepomuceno implorano la Vergine; una bella statuetta è conservata nell’oratorio dei SS. Giulio e Filippo a Pianezzo. E questo è certamente solo un assaggio di quanto anche nella nostra zona sia diffuso il culto di san Rocco.
San Carlo Borromeo
Il vero protettore delle nostre terre dalle pestilenze è san Carlo Borromeo. Questo per due motivi: i Borromeo erano i feudatari della Valle e ci è noto il loro interessamento soprattutto all’attività mineraria; inoltre dal 1610 in poi san Carlo venne invocato in tutta l’area lombarda come protettore dalla peste, per il suo impegno nei confronti degli appestati, che non aveva paura di avvicinare (basta ammirare a Domodossola la splendida tela del Tanzio “S. Carlo che comunica gli appestati”). In valle san Carlo è probabilmente il santo di cui è più diffusa la rappresentazione. Prima di tutto al santo arcivescovo milanese è dedicata la chiesa di san Carlo, l’antica Ciola, ma anche l’oratorio di Barzona, in cui insieme appaiono san Carlo e san Rocco nell’affresco che funge da pala d’altare. Anche la pala dell’altare di Soi, insieme con san Bernardo, titolare della chiesa, raffigura san Carlo.
Il colera e la spagnola
Più vicino nel tempo, ad Anzino, due singolari quadri ricordano i voti fatti in occasione di altre due pestilenze: contro l’epidemia di colera del 1837 i benefattori di Roma fecero dipingere un quadro che rappresenta la grande processione fatta in quell’occasione dal clero e dal popolo romano per scongiurare la diffusione del morbo.
La malattia dall’India si era diffusa in tutto il mondo seguendo le rotte commerciali. Inutili furono le misure di contenimento con cui l’Italia cercò di isolarsi e il male arrivò anche a Roma. Nelle confuse concezioni mediche dell’epoca si ritenne che il male era diffuso dai miasmi dei rifiuti e questo contribuì a diffondere la raccolta della spazzatura, anche se il male non fu fermato da questo provvedimento. In realtà il colera è una patologia intestinale, trasmessa dall’acqua inquinata, che si diffuse velocemente anche a causa delle pessime condizioni igieniche, soprattutto negli strati bassi della società. Un secondo quadro ad Anzino ricorda l’epidemia di Spagnola, un’influenza che tra il 1918 e il 1920 causò più morti della peste nera, stimati tra i 50 e i 100 milioni di persone. Essa trovò terreno fertile nelle precarie condizioni in cui la popolazione europea viveva: erano gli anni della Prima Guerra Mondiale, e le condizioni di debolezza e malnutrizione favorirono l’epidemia. Le potenze in guerra nascosero il problema, aumentando le occasioni di contagio. Solo la stampa spagnola, da cui il nome, ne parlò, facendo credere che fosse diffusa solo lì.
Gli anzinesi, scampati anche a questa epidemia, attribuirono la protezione all’intercessione di san Giuseppe, già invocato nell’epidemia di colera del secolo precedente. Si obbligarono con voto a festeggiare il santo la quarta domenica di Pasqua, cosa che si fa ancora oggi.