Fuga dalla Lombardia: corsa verso Macugnaga e Valle Anzasca
La grande fuga dalla Lombardia, dal cuore del Coronavirus interessa direttamente Macugnaga e la Valle Anzasca. Siamo a pochi chilometri dall’epicentro dell’epidemia e le nostre montagne, i nostri paesi diventano meta di rifugio per molta gente in fuga dalla primitiva “zona rossa”. Oggi Coronavirus un tempo peste, spagnola e altre epidemie.
Le vicende storiche le enuncia e sintetizza don Fabrizio Cammelli, arciprete di Calasca e Bannio: «La Valle Anzasca non venne di fatto contagiata dalla peste, ma non per questo nella gente la paura era meno forte. La grande ignoranza in medicina, aggravata da convinzioni false e cure inefficaci, faceva sì che l’unica possibilità fosse votarsi a qualche santo che implorasse l’Altissimo di preservare dalla malattia. Anche nella nostra valle molti sono i ricordi di questa fede che voleva ergersi ad argine delle epidemie.
I santi più antichi a cui ci si votava contro la peste, qualunque malattia in realtà essa fosse, erano Fabiano e Sebastiano, celebrati il 20 gennaio. Le frecce di Sebastiano richiamavano alle ferite della malattia, soprattutto nella sua forma bubbonica. La “Storia dei Longobardi” di Paolo Diacono ricorda poi che nel 680 la peste si era fermata quando a Pavia venne eretto un altare al santo. Nel 1587, davanti al notaio Albasini, i consoli di Bannio, Anzino e Ciola fecero voto solenne di celebrare la festa dei SS. Fabiano e Sebastiano a causa della pestilenza che arrivò fino a Castiglione. Un quadro ad Anzino ricorda l’epidemia di Spagnola, un’influenza che tra il 1918 e il 1920 causò più morti della peste nera, stimati tra i 50 e i 100 milioni di persone. Essa trovò terreno fertile nelle precarie condizioni in cui la popolazione europea viveva: erano gli anni della Prima Guerra Mondiale, e le condizioni di debolezza e malnutrizione favorirono l’epidemia. Gli anzinesi, scampati anche a questa epidemia, attribuirono la protezione all’intercessione di San Giuseppe, già invocato nell’epidemia di colera del secolo precedente. Si obbligarono con voto a festeggiare il santo alla quarta domenica di Pasqua, cosa che si fa ancora oggi».
Ma tornando alla situazione odierna un abitante di Macugnaga segnala: «Sono arrivate ai piedi del Monte Rosa intere famiglie con figli, mamme e nonni e questo è più che comprensibile, ma che il capofamiglia faccia la spola fra qui e la loro abituale residenza non è tollerabile. Vanno prese misure ad hoc. Domenica notte sono arrivate altre persone provenienti da zone ad alta densità epidemiologica, andrebbero messe sotto controllo. Deve essere garantita una maggior tutela per tutti. E poi questa non è una vacanza, Macugnaga non ha la sua piena funzionalità. Gli impianti di risalita e molti bar, ristoranti sono chiusi e gli altri sono soggetti a restrizioni. L’invito “restate a casa” vale anche nei paesi di montagna. Un conto è venire e poter passeggiare e magari fare le ultime ciaspolate o comunque uscire in paese, un altro conto è dover restare in casa magari in un piccolo appartamento di vacanza».
La situazione contingente ha portato il sindaco di Macugnaga, Stefano Corsi ad indirizzare al Prefetto la seguente lettera: «A fronte del DPCM relativo all’emergenza COVID-19 e avendo avuto riscontro da parecchi frequentatori della nostra stazione turistica che hanno espresso nella giornata di ieri la volontà di fare ritorno a Macugnaga nel prossimo weekend con le rispettive famiglie, con la presente si richiede quali misure di controllo sono da attuare, considerata l’emergenza sanitaria, soprattutto a tutela dei nostri concittadini residenti».
La grande fuga dalla Lombardia, verso il Monte Rosa, montagna “lombarda” e i suoi paesi è più che comprensibile. Tutti alla ricerca di un rifugio potenzialmente più sicuro, ma se la peste di manzoniana memoria aveva risparmiato molti paesi di montagna era anche perché la mobilità del tempo era assai scarsa oggi non è più così, la mobilità è accentuata e con essa la possibilità di espandere il contagio epidemiologico.