Nuovi modelli di comunità
C’è un vocabolo che ricorre sempre più frequentemente tra chi si occupa di montagna e di società alpina: è “resilienza”. Di essa si parla spesso in studi e convegni e per aumentarne il valore vengono impiegate sempre più risorse pubbliche e private. La resilienza è la capacità di un sistema naturale, economico o sociale di adattarsi al cambiamento. In sociologia, più è alto il valore di resilienza, più i cambiamenti hanno effetti positivi e non devastanti.
Le comunità alpine sono sempre state altamente resilienti: non perché migliori di altre, ma perché in montagna il rapporto tra disponibilità di risorse e carico umano di un territorio è quanto mai fragile, portato all’estremo. Così i walser seppero cogliere le opportunità dell’optimum climatico del XIII – XIV secolo per alzare in quota i loro insediamenti stabili; così seppero abbandonare i villaggi più alti e remoti quando il clima cambiò avviandosi alla piccola età glaciale del XVII – XVIII secolo. La spinta colonica espansiva si trasformò in emigrazione stagionale e permanente. Fu un caso singolare di resilienza storica. Nello stesso modo, a partire dalla seconda metà dell’Ottocento, la nascita del turismo borghese d’élite offrì l’opportunità di sperimentare nuove professioni (l’albergatore, la guida alpina, l’accompagnatore di caccia) e di integrarle con quelle tradizionali (il contadino e l’allevatore). I più aperti e intraprendenti costruirono alberghi che cambiarono il paesaggio delle Alpi. Fu un altro caso di resilienza storica. E oggi?
La globalizzazione e il delinearsi di una società sempre più postindustriale, i repentini cambiamenti climatici, le migrazioni epocali e il formarsi di “nuovi montanari” impongono l’acquisizione di valori di resilienza sempre più alti. Le comunità che sapranno adattarsi a cambiamenti difficilmente governabili troveranno opportunità di sviluppo, alta qualità di vita, occasioni di nuovo benessere. Le comunità che vorranno resistere guardando sempre e solo al passato e a modelli di sviluppo oggi improponibili saranno condannate all’impoverimento e all’abbandono delle terre alte. Spesso è solo una questione di cultura e di capacità operativa, non di normativa o di risorse economiche. Un esempio. Alla fine dell’Ottocento le prime latterie turnarie insegnarono a mettere in comune il prodotto principale dell’economia alpina: il latte.
Dopo le diffidenze iniziali, la standardizzazione della qualità dei prodotti (burro, formaggio, ricotta) offrì migliori occasioni di reddito rispetto ad un’economia familiare di puro autoconsumo. Oggi il recupero produttivo dei terrazzamenti è reso difficile dal frazionamento delle proprietà e dal timore di perderla. La nascita delle associazioni fondiarie permette un recupero del paesaggio terrazzato, la conservazione della proprietà e la formazione di fondi abbastanza ampi da renderli appetibili per un nuovo uso produttivo. A Borgomezzavalle in Valle Antrona lo stanno sperimentando. Se i risultati saranno positivi, come accadde 150 anni fa con le latterie turnarie, il modello si diffonderà anche in altre valli alpine. E’ un caso di resilienza contemporanea.
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Foto Henry Lim