I “nuovi” montanari
Recentemente lo scrittore piemontese Enrico Camanni ha pubblicato un libro (Alpi ribelli, 2016) nel quale racconta le montagne come antiche comunità solidali che hanno sempre accolto e protetto diversità sociali, portatori di nuove idee “ribelli”, differenze religiose.
Il pellegrino, il contrabbandiere, il partigiano sono i simboli (a volte stereotipati) di montagne libere e indipendenti e cementate da vincoli ineludibili di solidarietà umana. Oggi è ancora così? L’idea di patria, esasperata dai nazionalismi di fine Ottocento e della prima metà del Novecento, ha spianato e frantumato lo “spazio alpino” erigendo i reticoli delle frontiere. Oggi il sogno utopico dell’Unione Europea di ricostituire uno spazio alpino unitario vacilla sotto la pressione delle nuove migrazioni. Le comunità alpine si rivelano sempre più fragili, sballottate tra passato e futuro, incerte in un presente dagli esiti indefiniti e a volte chiuse da nuovi egoismi. Questi temi sono affrontati dalla rivista del CAI “Montagne 360” (9/2016) in un’intervista a Camanni. In essa emerge l’immagine condivisibile di una montagna non alternativa alla città, ma un mondo diverso. Non opposizione, ma differenza. Se non siamo consapevoli di questa diversità positiva, fondamento di ogni identità, rischiamo di essere schiacciati dai modelli culturali imposti dalle città e promossi da strumenti mediatici potentissimi e governati altrove. Oggi il modello della “montagna povera ed emarginata” è superato e fuorviante. La montagna povera non esiste più. C’è più miseria ed emarginazione in una grande città. Oggi la montagna è luogo di benessere (non artificiali paradisi per ricchi) e di elevata qualità di vita. Per questo ci abitano e vivono i “nuovi montanari”, non più relegati da condizione di nascita, ma risultato di libere scelte. Ricorda Camanni: “Oggi ci sono infinite possibilità di movimento rispetto a un tempo e nessuno è più costretto a rimanere là dove nasce. I nuovi montanari sono quelli che scelgono la montagna perché la amano e ne accettano i limiti. In qualunque situazione, valle o paese, il sale sono loro. Vivere in montagna deve essere una scelta.”. Non solo. Vivere bene in montagna oggi richiede anche cultura: capacità di accettare e accogliere le opportunità e le novità che l’Europa e la globalizzazione ci offrono, pensare al valore delle risorse della montagna come bene comune da trasferire alle generazioni future (penso al nodo critico delle centraline idroelettriche!). Guardare al domani è il compito primario dei nuovi montanari: pensare alle aree naturali protette come occasione di sviluppo e non come vincolo (idea spesso falsamente veicolata da tristi potentati locali). Le occasioni offerte dalle programmazioni economiche non devono essere considerate un “nuovo rubinetto” a cui attingere soldi, ma occasioni dove disegnare nuovi modelli di sviluppo. Non un profondo nord uguale o peggiore del profondo sud: le montagne come terra non più di vecchi lamenti ma di nuove speranze. I “nuovi montanari” dobbiamo essere noi: donne e uomini, giovani e vecchi che vivono liberamente per scelta sulle Alpi. Convinti che i loro figli possano continuare a farlo!
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Foto Michal Průcha