Ghiacciaio del Monte Rosa e cambiamenti climatici
Il Monte Rosa continua a svelare i suoi segreti. Lo fa piano piano, come si conviene ai tempi lunghi di madre natura. La notizia dell’autunno (la scoperta nel ghiacciaio del Monte Rosa della più lunga grotta subglaciale delle Alpi) ci dice ancora una volta come la “grande montagna” sia un termometro sensibile dei cambiamenti climatici in atto.
Sta agli uomini cogliere i segnali della montagna.“. Una leggenda molto radicata nelle popolazioni alpine vuole che i ghiacciai mutino ogni sette anni. Soprattutto si favoleggia delle loro grandi avanzate, generalmente dannose, più che non dei loro regressi.” Così scriveva agli inizi dell’Ottocento Ludwig von Welden, che conosceva bene il Monte Rosa, avendone prodotto un dettagliato “schizzo topografico”. Allora si era al termine della “piccola età glaciale” ed erano le avanzate a terrorizzare le genti alpine. Erano gli anni in cui in Vallese, gli abitanti di Fiesch e della Fieschertal, in occasione della processione di Sant’Ignazio alla cappelletta di Marijele, al cospetto del ghiacciaio d’Aletsch, pregavano affinché il ghiaccio cessasse di crescere e risparmiasse così pascoli e alpeggi. Dallo scorso anno, con tanto di approvazione papale di Benedetto XVI, la formula della preghiera è stata modificata, invocando una nuova estensione del ghiacciaio, affinché la grande riserva d’acqua dolce possa ancora alimentare campi e città di fondovalle. Potenza e paura del gobal warming! La grande grotta nel ghiacciaio del Monte Rosa, fissata dalle fotografie nell’immaginario collettivo, rimane tuttavia un’idea; lontana e distante in quanto difficilmente accessibile per le difficoltà tecniche di percorrenza e l’elevato grado di pericolosità. Un confine invalicabile, oltrepassato solo dagli esploratori più arditi. La grotta per ora non crea preoccupazioni (spesso i fenomeni naturali in montagna vengono associati alla paura di chissà quali disastri!) ed indica solo quanto la montagna stia cambiando: “effimera” è stata chiamata, perché non è escluso che un domani scompaia o muti completamente il suo volto. Non la paura dell’esondazione del Lago delle Locce nel 1978 o l’incubo del Lago Effimero nel 2003, ma un segnale chiaro e inequivocabile di come gli apparati glaciali stiano velocemente e radicalmente cambiando. Furono proprio i monti dell’Ossola nel 2006 a rivelare sotto il rock glacier del Cervandone all’alpe Devero (un ghiacciaio “invisibile” ricoperto di detriti) la presenza di tunnel subglaciali poi esplorati dagli speleologi novaresi. Da allora, altri ne furono scoperti sulle Alpi. Il messaggio che ne viene alla società industriale è quello di non nascondere la testa sotto la sabbia, ma di affrontare tutti insieme e globalmente il problema dei cambiamenti climatici in atto. E’ un dovere verso i nostri figli e le generazioni che verranno dopo di noi. La qualità di vita e d’ambiente che lasceremo loro, sarà indice della nostra civiltà. La montagna molto ha dato agli uomini che da mille anni vi vivono stabilmente. La montagna tuttavia non dimentica e non perdona. Negli anni ’50 del Novecento le miniere di Pestarena costituivano il più grande complesso minerario alpino: oro per gli imprenditori e silicosi per i minatori. Oggi la montagna presenta il conto: a Campioli, alle Crocette in Val Quarazza, a Pestarena il terreno presenta concentrazioni elevatissime di arsenico, mercurio ed altre sostanze inquinanti. Le indagini condotte dal Corpo Forestale dello Stato hanno rivelato, dopo mezzo secolo, il “male nascosto” dell’attività estrattiva. Un’avventura epica i cui esiti ultimi devono ancora essere scritti.