Frontiere e confini
La vicenda delle 103 pecore rubate la scorsa estate a Mattmark offre due sguardi sulle Alpi. Uno triste sulla fragilità sempre più evidente del vivere e lavorare in montagna, l’altro benevolo su un’Italia tornata ai ladri di biciclette.
Le Alpi sono sempre state per gli Stati (i poteri centrali delle capitali politiche) un baluardo teso a difendere confini “sacri”, luoghi dove relegare divise ed armi per difendere “frontiere”. Per gli uomini che sulle Alpi vivono da secoli (loro sì uomini di “frontiera” per le energie estreme richieste dai vincoli ambientali) le frontiere non sono mai esistite. Le Alpi sono state un ambiente unitario dove genti che parlano lingue diverse si sono sempre capite con un sguardo, estraneo ai garbugli della politica e della storia. Ad est ossolani e ticinesi sono sempre stati accomunati da lingua e separati da frontiere, così ad ovest walser e walliser (vallesani). I confini sono, però, anche stati una benedizione per i contrabbandieri che per secoli hanno violato frontiere per loro invisibili. Un’illegalità povera come fonte di guadagno e “compenso” della sterilità della terra; diversa dal “contrabbando d’impresa” delle sigarette negli anni ’50 e ’60 del Novecento.
Le impercettibili depressioni di passi, valichi e bocchette alte hanno sempre permesso il transito di baluardi altrimenti inviolabili. Li hanno percorsi uomini di ogni risma e di ogni sorte: mercanti, pellegrini, contrabbandieri, santi e diavoli. Anche ladri, soprattutto di bestiame. I furti di bestiame tra una valle e l’altra sono sempre avvenuti. Due o tre capi di pecore, capre, mucche che permettevano agli uomini della Alpi di sfuggire alla maledizione della consanguineità che avrebbe condannato al deperimento di greggi e mandrie. Tutti lo sapevano e tutti lo facevano, quasi fosse una condizione di antropologica sapienza. L’abitudine era talmente radicata (e tollerata) da rimanere profondamente radicata in fiabe e leggende, come dimostra quella di Campo Aostano sui monti di Vanzone.
Oggi, con la fecondazione artificiale, non è più così. Il “sangue” buono e diverso arriva da tutto il mondo, quasi in una programmazione genetica imposta dalla globalizzazione. Per questo motivo la biodiversità alpina è sempre più preziosa, come nel caso delle pecore vallesane allevate nella valle di Saas, una variante genetica della pecora bergamasca, animali da carne, senza corna e lunghe orecchie pendenti, naso curvo pronunciato.
Sono greggi che i ricchi di Briga, di Visp, di Sion affidano ad un pastore, quasi un capriccio per non recidere le radici storiche dell’esistenza. Una parte di un prezioso gregge è stato rubato la scorsa estate sopra Mattmark. Elvetici elicotteri hanno percorso i monti alla ricerca del patrimonio di pregiata carne ovina (80 kg le femmine e un quintale un montone), finché alcuni animali, non ancora finiti in ragù, sono stati ritrovati in Val d’Ossola, rubati da pastori d’Anzasca. I media hanno dato risalto al furto. Esso apre uno spiraglio nuovo sulle Alpi di domani, figlie benedette di Schengen e maledette dalla povertà e dal degrado (“pastori indigenti” sono stati definiti i ladri catturati). Parafrasando Fabrizio De André, possiamo dire che non sono più i ladri di una volta “… quando ci voleva, per fare il mestiere, anche un po’ di vocazione”.