150 anni di vita per le Alpi
1863 – 2013: un secolo e mezzo di vita del CAI e del CAS. Ricorre quest’anno il 150° di fondazione di due associazioni che hanno sempre avuto come valore comune la promozione delle Alpi e della gente che lassù vive.
L’evoluzione culturale e organizzativa dei Club Alpini sono lo specchio di come è cambiata la società europea. Meglio: di come sono cambiate le Alpi.
Parliamo dell’Italia. Nella seconda metà dell’Ottocento, una classe dirigente risorgimentale elaborò ai piedi delle Alpi un “progetto sociale” di costruzione della nuova Italia postunitaria. Protagoniste di questo progetto furono le “Quattro Rosine”, le quattro sezioni del CAI ai piedi del Monte Rosa (Varallo 1867, Domodossola 1869, Biella 1873, Verbano 1874) che tanto contribuirono alla costruzione di un nuovo “modello ricreativo” della montagna italiana. A promuovere e dirigere questo progetto fu una classe dirigente ancorata a valori etici e morali pienamente risorgimentali, formata da uomini appartenenti a differenti ceti sociali: imprenditori (Sutermeister, Cobianchi, Muller, Franzosini), professori universitari (Giovanni Belli di Calasca e Giorgio Spezia di Piedimulera), professionisti (Giacomo Trabucchi di Domodossola e Orazio Spanna “l’apostolo del Mottarone”), politici e amministratori (Giovanni Bianchetti, Alfredo Falcioni), intellettuali benestanti (Enrico Bianchetti, Giovanni Leoni). Certo, il CAI era allora un’associazione elitaria in un paese dove la maggioranza degli italiani era ancora semi-analfabeta e costretto a pensare alla sopravvivenza quotidiana. Nel 1870 la sezione di Domodossola contava 14 soci, Torino 122, Firenze 88, Varallo e Aosta 24, Agordo 16. Nel 1874 la Sezione Verbano di Intra venne fondata da 28 soci. Nel 1873 in tutta Italia il CAI contava 1500 soci. Eppure questa “minoranza pensante”, mossa da alti ideali, contribuì non poco a costruire l’Italia. Per questi uomini l’alpinismo era il mezzo per contribuire “all’educazione morale degli italiani” in quanto univa il sentimento della natura al concetto di patria. “Concetto nobilissimo, intuitivo, aspiratore del tempo in cui, appena costituita, ma non compiuta, l’unità nazionale, sentivano gli uomini del Risorgimento la necessità di tener costantemente vivo, colla creazione di centri unitari d’opere alte e forti, il fuoco sacro della redenzione italiana”. Il Club Alpino Italiano, in un territorio montano, era uno di questi “centri unitari”. Il sentimento della natura era quello pienamente ottocentesco di impronta romantica, affascinato dall’imponenza dei ghiacciai e dalla severità orrida delle grandi pareti alpine. I “giardini naturali” opposti ai “giardini all’inglese” delle ville sul Lago Maggiore, nei quali la natura era piegata ad armonie umane e a progetti culturali di dominio sull’ambiente. Sempre ci fu, nel pensieri e nelle azioni dei padri fondatori, l’attenzione alle popolazioni alpine, con la consapevolezza “moderna” che senza uomini le Alpi muoiono. I centocinquant’anni trascorsi hanno visto le profonde trasformazioni delle associazioni alpinistiche: il passaggio dall’elitarismo al tesseramento di massa, il difficile riconoscimento del ruolo delle donne, l’attenzione “nuova” ai problemi ambientali. Oggi il CAI rimane, nei suoi valori etici, un baluardo nella difesa della montagna italiana. Emblematica in questo senso la “giovane” sezione del CAI Macugnaga: ha più iscritti che abitanti. La montagna affascina ancora!
Foto Ricardo Gomez Angel