Macugnaga come Firenze: cronaca di un’alluvione
Quando, all’alba del 30 giugno 2024, mi sono affacciata alla finestra ed ho visto l’acqua correre nella piazza del Municipio di Staffa e un fiume di fango e detriti riversarsi per via Monte Rosa verso il negozio di Sandro Oberto, ho subito capito di che cosa si trattava. Ho fatto un salto indietro nel tempo e mi sono ritrovata ad un’altra finestra: Firenze, alluvione del 1966.
Avevo diciassette anni, abitavo in un quartiere vicinissimo al centro storico, attraversato dal torrente Mugnone, reso celebre da Boccaccio. Nel buio della notte senza luce, avevo vegliato con mia nonna, seguendo le evoluzioni di una piccola flotta di borsette di paglia che navigavano sui due metri di liquido scuro che avevano cancellato la nostra via e i suoi giardini. Dal bandone sfondato di un laboratorio al piano terreno, quelle coloratissime creazioni di un geniale artigiano cercavano di dirigersi verso la strada principale, ma poi tornavano indietro, respinte da una forte corrente, per ricominciare il loro viaggio senza fine. Nella strada principale passavano anfibi del Vigili del Fuoco, canotti messi a disposizione dai cittadini e udivamo voci che si rincorrevano: “In via Bellini affogano”; “Le Cascine non esistono più”. Un signore del secondo piano, noto per amare il vino, non perse l’occasione per affermare: “Guardateli i danni dell’acqua”. Il dissacrante spirito fiorentino si era già messo all’opera. Subito dopo il ritiro della piena, con pale e picconi, prima ancora che arrivassero i soccorsi, ognuno come poteva, abbiamo cominciato a spalare fango maleodorante: erano esplose le caldaie degli impianti di riscaldamento e la nafta rendeva tutto oleoso e nauseante. La situazione di Firenze non venne ritenuta grave in un primo tempo a Roma: fu il sindaco Bargellini in telefonate drammatiche a richiamare lo Stato alle sue responsabilità. Poi arrivarono colonne di camion e soldati, legioni di carabinieri e nacquero battute: “Peccato che li abbiano mandati quattro giorni dopo: potevano arrestare l’acqua”.

Fortunatamente a Macugnaga è andata in modo diverso: i Vigili del Fuoco sono stati sempre presenti, la macchina dei soccorsi si è messa in moto nel momento stesso del disastro e la Protezione Civile, rodata oramai da moltissimi interventi di eccezionale gravità, si è mossa con tempestività e precisione. Come a Firenze i fiorentini, così i macugnaghesi hanno dato un contributo fortissimo. Hanno spalato, liberato scantinati, garage, tirato fuori dal fango e dai detriti le merci conservate nei magazzini dei negozi: penso a Giorgia e a Maria Rita, a Clarissa e Paolo, a Maria Pia e a Davide, al già evocato Sandro, ai giovani del Senner, che si sono ritrovati con le alghe sul soffitto di quella che era una gradevolissima birreria. Penso alle case danneggiate, colpite dalla piena, alle macchine sommerse dal fango. I paesani e i loro amici sono stati pronti a lavorare e a collaborare.
Nel 1966 ero tra gli studenti che in Biblioteca Nazionale Centrale formavano catene umane per salvare migliaia di libri grondanti nafta. Quei testi riemergevano dagli scantinati e ricordo che, al passare di mano in mano di un volume particolarmente malridotto, una risata omerica si diffondeva sotto le volte austere, abituate al silenzio di chi studia. Era un manuale di architettura dal titolo: “Proteggere gli edifici dall’umidità”. Vennero giovani da tutta Europa e anche da altri continenti: li chiamarono “angeli del fango” e sul Lungarno c’è un monumento dedicato a loro. A Macugnaga i ragazzi hanno dato un aiuto fondamentale: Donatella e Steven con la loro edicola si sono trovati nell’occhio del ciclone, tra Horlovono e Tanbach. Da loro ho visto squadre di giovanissimi lavorare col sorriso e regalare allegria in un momento buio. Steven ha detto che senza di loro non ce l’avrebbero fatta e li ha ringraziati pubblicamente.

In quelle giornate in Nazionale, mentre lavoravamo, ridevamo e scherzavamo tra noi: fischiettavamo la nostra colonna sonora che, ovviamente, era Yellow submarine. Un silenzio ostile si diffuse una mattina quando, preceduto da stuoli di fotografi, Ted Kennedy entrò in Biblioteca. Vestito con un impermeabile bianco immacolato, veniva a farsi fotografare tra noi coperti di fango. Voleva forse promuovere la sua immagine, in vista di una campagna elettorale negli States? Ci parve un’offesa e, senza esserci messi d’accordo, abbiamo cominciato a scuotere i libri con maggior decisione, in modo che anche quell’impermeabile recasse i segni dell’alluvione.
Ho ripensato a tutto questo quando il sindaco Bonacci ha fatto un’ordinanza per non far salire in paese turisti e soprattutto curiosi, che avrebbero intralciato i lavori. Giusto e doveroso è scoraggiare l’incivile abitudine di chi, di fronte ad una calamità, tira fuori il telefonino o la macchina fotografica invece di dare una mano.
Macugnaga come Firenze. La città toscana è risorta in meno di un anno. L’area alluvionata era enorme e dopo pochi mesi gli esercizi hanno riaperto. Alcuni ristoranti si sono inventati la “serata dell’umido”, molti esercenti hanno ripreso a vendere attuando “prezzi sott’acqua”, pur di promuovere le loro merci alluvionate e lavate.
La “Perla del Rosa” ci impiegherà di meno, sempre che la burocrazia non ponga ostacoli. In tutti e due i casi ho visto all’opera la stessa caparbia volontà di non farsi abbattere, la voglia di tornare alla normalità, la partecipazione dei giovani, un fortissimo senso di appartenenza ad una comunità: valori importanti, da mantenere vivi nel quotidiano, una volta passata l’emergenza