Lo Yeti del Monte Rosa
Settant’anni fa, all’inizio di giugno del 1950, veniva vinto il primo “otttomila”.
Protagonisti, due alpinisti di una spedizione francese, Maurice Herzog e Louis Lachenal. È stata un’impresa difficilissima e pericolosa. Non avevano l’ossigeno e nell’ultimo tratto la scalata fu lentissima: solo 85 metri di quota all’ora.
Ancora oggi l’Annapurna (8091 metri) è considerata la montagna più pericolosa del mondo, con un tasso del 40% di morti.
Tutto il mondo annunciò l’impresa e il ritorno in Francia dei due alpinisti fu trionfale, festeggiati come autentici eroi. Ma Herzog e Lachenal pagarono cara la prestigiosa vittoria, con l’amputazione completa delle dita delle mani e dei piedi. Due anni di degenza in ospedale.
E al termine, nessuna prospettiva di ritornare alla montagna. Ma Herzog, che venne poi nominato ministro dello sport, non si arrese. “Dobbiamo misuraci nuovamente con il grande alpinismo”, disse a Lachenal. Decisero quindi di compiere la salita della parete est del Rosa, che a quei tempi era considerata una via di grande impegno non solo per la sua lunghezza ma anche per la pericolosità del ghiacciaio, che aveva già fatto molte vittime illustri. Un’impresa proibitiva. Figurarsi senza le dita dei piedi e delle mani. Arrivarono a Macugnaga e raggiunsero, senza nemmeno utilizzare la corda, il Silbersattel, che è il colle più alto delle Alpi a oltre 4500 metri, fra la Dufour e la Nordend.
Nella discesa verso Zermatt, vista la pericolosità dei ghiacciai, Herzog trasse dal sacco la corda per assicurarsi con Lachenal. Ma il suo compagno rifiutò. Pochi metri dopo però finì in un crepaccio. Fortunatamente finì su un ponte di neve e venne estratto incolume. Lachenal morirà pochi mesi su un ghiacciaio del Monte Bianco dove si era avventurato da solo. Al ritorno a Macugnaga Herzog scrisse una pagina commovente sul libro dell’albergo Monte Rosa doveva avevano soggiornato. “Grazie Macugnaga. Siamo ritornati grandi alpinisti”. In realtà l’impresa, come molte altre compiute sulla parete est, non suscitò grande risonanza. Ma Herzog, in segno di gratitudine, lasciò al museo della montagna e del contrabbando di Staffa uno dei due scarponi che evidentemente ha la peculiarità di essere molto corto.
Quasi una calzatura da bambino. Il prezioso reperto richiama ancora l’attenzione di molti visitatori. Anzi è un cimelio unico al mondo. Infatti i musei francesi non ne hanno conservato uno analogo. Rimane sicuramente l’oggetto più importante della raccolta museale di Macugnaga che riunisce anche altre testimonianze legate a una quindicina di alpinisti scomparsi sul Rosa nel corso dell’ultimo secolo, e mai più ritrovati. Questa storia ha avuto anche un epilogo curioso. Quando Herzog e Lachenal salirono la parete est, lasciarono delle tracce su un nevaio al Belvedere, nei pressi dell’arrivo della seggiovia che era appena stata costruita. I turisti che non sapevano nulla dell’impresa, notando quelle tracce di scarponi molto piccoli, si interrogavano sulla loro provenienza. Il mistero venne risolto pensando che fosse arrivato uno Yeti. Così nacque la leggenda dello Yeti del Monte Rosa.