William Paton Ker e il Pizzo Bianco
Ricerca storica di Sergio Foà , dal diario di Freya Stark, caposcuola del moderno travel writing
Il visitatore che nel cimitero di Chiesa Vecchia osservando la parte sinistra della chiesa potrà vedere una targa ricordo. Grazie alla collaborazione del nostro concittadino inglese, ora anche italiano, Pete Morris viene ricordato lo studioso scozzese William Paton Ker che il 17 luglio 1923 morì mentre saliva al Pizzo Bianco.
Chiunque voglia documentarsi sull'importanza di questo studioso di letterature comparate, fra i fondatori dell'University College di Londra, può consultare qualsivoglia enciclopedia o il web. Meno risaputo è che nel suo viaggio Ker era accompagnato da Freya Stark considerata la caposcuola del moderno travel writing (letteratura da viaggio).
Fu nominata Dama dell'Ordine dell'Impero Britannico. Fra i suoi numerosi scritti nel 1950 pubblicò "Traveller's prelude" (Autobiography 1893-1927) in cui diede conto anche dei suoi viaggi a Macugnaga.
A Macugnaga abbiamo finito tutti i nostri soldi
...abbiamo pranzato a Omegna d'Orta che è il lago più piccolo ed amichevole che io conosca. In serata, salendo in Val Anzasca, siamo arrivati a Macugnaga, che avremmo conosciuto molto bene in seguito, e visto il Monte Rosa che come un'onda di un ghiacciaio perpendicolare si stagliava sulla valle: una piccola chiesa, grigia con lichene, si ergeva contro lo sfondo; un tiglio vicino e
tombe antiche - una di “Pierre - Bon Guide et honnete homme". Le case sono chalets intagliate con un lavoro di traforo di cuori, croci ed altri dispositivi, con gerani che pendono dai loro balconi in lunghe decorazioni. i prati hanno nugoli di rose e sono permeati di un dolce profumo di fieno. Ho letto Virgilio all'ombra, scalato il Pizzo Bianco con William Paton, una piccola guardia del Monte Rosa. Qui la montagna in sé è molto difficile e nessuna donna ci è mai salita. William Paton aveva un gran pregiudizio sulle donne scalatrici, il che mi dava fastidio spronandomi a provare. Diceva che permettiamo alle pietre di rotolare giù, sopra le teste degli altri. "Molti hanno desiderato di scalare il Monte Rosa da qui" diceva, lo fermai per aggiungere incisivamente: "Sono lì al cimitero" A dire il vero i primi tre uomini che tentarono da questo versante sono stati travolti da una valanga il cui canalone ha poi preso il nome di uno di loro: Marinelli.
A Macugnaga abbiamo finito tutti i nostri soldi, e lasciato William Paton con un volume smarrito di 'Lothair' che aveva scoperto, come pegno all'hotel fino a che avessimo potuto inviargli un assegno
da Torino. Una cosa del genere non gli era mai successa e per questo ne fu divertito....
L’odore di quell’estate, per me, profuma di dispiacere
...Mia mamma e le due figliocce erano già a Macugnaga, e abbandonammo il nostro treno a Domodossola per raggiungerle. È un grande piacere tornare al solito posto di villeggiatura anno dopo anno: le circostanze variano ma l'ambiente è sempre lo stesso, e crea una sorta di corolla di petali di margherita nel tempo. Quell’anno stavamo molto bene ed eravamo felici. Mia mamma disegnava, e noi tre ragazze camminavamo con William Paton attraverso le valli, portandoci il pranzo al sacco, o su al Monte Moro – non una difficile scalata – in previsione del Pizzo Bianco il 23 luglio. Lì, quando avevamo scalato 9000 piedi ed eravamo quasi in cima, William Paton emise un piccolo urlo e morì. La guida lo prese – prima che ciascuno di noi potesse farlo rinvenire, il suo cuore si era fermato. Olivia e la guida andarono a cercare aiuto, mentre Poldores ed io rimanemmo lì per sette ore, fino a che la gente del villaggio arrivò con una scala per portarlo a valle. Telegrafammo al fratello Charles che rispose, e a Mr. Godley che era a Zermatt – ma ogni cosa andava organizzata subito, secondo la legge italiana, così che decidemmo di seppellirlo nel cimitero che amava, sotto le creste del Monte Rosa, con le guide.
Il Vescovo di Novara, perché William Paton andava sempre in quella piccola chiesa la domenica, diede il suo permesso: Charles Ker e Mr. Godley arrivarono e approvarono. Fu portato lì nei suoi abiti vecchi marroni che usava per le passeggiate con un mazzetto di fragoline selvatiche nella sua mano, e la gente di montagna, girando il fieno, toglievano il cappello non appena la piccola processione attraversava i loro campi. L’odore di quell’estate, per me, profuma di dispiacere.
Era venuto, disse a mia madre, a cercar moglie
In giugno Penelope Ker, Poldores e Isobel Scott-Moncrieff andarono a Macugnaga a vedere la tomba di William Paton, e mi inviarono un invito a raggiungerle. Tutti i Ker fecero questo nell’invitare la generazione dei nipoti. Trascorremmo lì una settimana, con il Monte Rosa pieno di neve sopra i prati in fiore. Poldores rimase con noi fino all’estate e tornammo quindi a Macugnaga dove incontrammo Charles Ker e con lui un uomo d’affari di Glasgow, un certo Mr. Beckett che si muoveva con i suoi tweed come un piccolo rimorchiatore britannico in maree straniere, in quell’estate tra gli italiani: non era avvezzo al Continente, meglio con la birra.
Poldores ed io abbiamo fatto amicizia con i vacanzieri estivi e infastidendoci con le giovani donne ben vestite di Milano che erano le sole italiane attraenti; era venuto, disse a mia madre, a cercar moglie. Non poté mai decidere quale di noi gli piacesse di più…
Tofi ci chiamò… era eccitante proseguire in quella strada di valanghe
...Poldores scalò la Cima Jazzi mentre io bevevo uova crude, latte e mi riposavo. Ma l’aria d’alta montagna e la mancanza di grane durante le vacanze mi facevano sentire più forte: scoprii che ero in grado di camminare per tanto tempo pur senza mangiare. Ho affrontato un ghiacciaio semi piatto, e cominciai a farci un pensierino sul Monte Rosa che avevo sperato di scalare da parecchi
anni. Da questo versante era avvenuto soltanto una volta da una donna. Aspettammo a lungo il bel tempo: sono necessari tre giorni di sereno per rendere il ghiaccio adatto, e la scalata difficilmente può essere fatta più di una volta d’estate. Alla fine tutto era giusto: andai con un Belga e la sua guida così da dividere le spese, e con Tofi che era con noi anche quando mori William Paton l’anno prima: Poldores e il giovane medico camminarono per sette ore al rifugio.
Si protese da una roccia sopra il canalone Marinelli come uno scoglio sul mare; più sotto valanghe versavano ghiaccio come latte per tutto il giorno: solo a mezzanotte quando il ghiaccio teneva le altezze, c’è quiete, bene quello è il momento quando questo pericoloso canalone può essere attraversato, con passi tagliati nella sua ripidità fatta di ghiaccio solido. Qui è dove i primi tre che hanno provato la scalata per la prima volta sono stati spazzati via. A mano a mano che si faceva sera cominciava ad annuvolare: avevamo dubbi ansiosi: non si può rischiare con il brutto tempo poiché si potrebbe rimanere intrappolati nel ghiacciaio senza possibilità di tornare indietro. Mi ero portata il mio latte e le mie uova e gli altri guardavano la loro zuppa bollire intorno al fuoco: alle 11 Tofi ci
chiamò; apparivano le stelle; sono una parvenza di nuvole sulla roccia soprastante: Poldores disse che sentiva la mia voce, persa nel canalone, dire: “Penso sarà sereno” immaginando se quelle frasi ordinarie fossero le mie ultime parole registrate.
Era eccitante proseguire in quella strada di valanghe, che sembrava larga, come una fetta di mare avvolto nell’oscurità. Tofi aveva fatto già parecchi passi prima di chiamarci, e noi potemmo muoverci velocemente in una ventina di minuti. Il pericolo più grosso della scalata era scampato.
Una lunga scalata – 12 ore dal canalone alla cima, su una facciata di ghiaccio. È la guida della montagna: il successo dipende dalla sua abilità di condurre attraverso tortuosi anfratti trasparenti.
Di tanto in tanto ci fermavamo a sentire piccoli rumori, schiocchi e rotture nel ghiaccio, segnale di pericolo. Il ghiaccio qui era nel suo habitat ideale… Macugnaga e la sua valle giacevano nel buio ma sopra c’era la luce delle stelle… Dopo cinque ore di ghiaccio puro raggiungemmo una roccia lunga come la schiena di un coccodrillo, poi il ghiaccio, sempre un crepaccio da attraversare. Mia madre è stata chiamata per seguirci con il telescopio dall’hotel: mi vide scomparire nel crepaccio mentre una piccola nuvola sopraggiungeva durante il mio recupero, cosicché da indurla a non usare mai più il telescopio. Raggiungemmo la vetta in 12 ore esatte dal rifugio e ne passammo altre 3 o 4 scendendo verso la Capanna Margherita, la più alta delle Alpi: c’era un custode lì, che cambiava ogni due settimane per la solitudine di quel posto così alto. Ci diede il pasto finale, e io mi dimenticai delle mie regole e della dieta. Mangiai ma stetti male anche in quella circostanza, su una terrazza a 10.000 piedi d’altezza….Scendemmo attraverso il passo del Turlo, un percorso facile e abitualmente la rotta dal versante italiano del Monte Rosa raggiungendo Macugnaga per un te nel tardo pomeriggio con il caro Charles Ker che ci venne incontro sventolando un fazzoletto di seta, così ansioso di dimostrare la sua contentezza….
Questa fu la mia sola grande scalata della mia vita e lasciammo Macugnaga qualche giorno più tardi. Tofi ed io programmammo un nuovo percorso del Monte Rosa fino al ghiacciaio delle Locce per la stagione successiva ma mi ammalai a tal punto da non poter più scalare per molti anni e quel tragitto fu poi percorso da qualcun altro…”
Questo resoconto dettagliato di Freya Stark ci dà conto della tragedia del 1923 e ci permette di dare uno sguardo sulla Macugnaga di quei tempi e sull'attrazione che suscitava sui viaggiatori di quell'epoca. Freya Stark fu presidente del Club Alpino Britannico e molte altre cose si potrebbero dire della sua vita avventurosa. Morì ad Asolo nel 1993 all'età di 100 anni. Scrisse una trentina di libri. Nonostante la sua vita avventurosa ritornò spesso a Macugnaga come Lei racconta nei suoi diari.
Traduzione di Maria Cristina Francescon