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Morire per non uccidere

Questa drammatica pagina della lotta di Liberazione è stata raccolta da Paolo Bologna, storico della Resistenza Ossolana. La vicenda l’aveva raccontata e documentata Osvaldo Kerschbamer, militare del Sagf a Macugnaga, tragicamente scomparso nel 1989.

È una storia che arriva da lontano, accaduta negli ultimi giorni di guerra in Trentino. Maria Herbst, era stata sposata, in prime nozze, con il soldato protagonista della vicenda. Se anche in Ossola abbiamo avuto episodi di sacerdoti vittime di nazifascisti - basti il sacrificio di don Rossi a Castiglione - qui si inserisce anche l'elemento umano della scelta fatta da un uomo che indossava la divisa delle SS. È la storia di una scelta tra due croci, e di un soldato che scelse «quella Croce che non ha uncini», per usare una frase uscita proprio in Alto Adige negli anni ‘30, al gen. Celestino Bes, mentre si stava allungando anche lì l'ombra del nazismo.
È una storia triste, ma che merita di essere raccontata. Giazza è un paese dell’alta valle d’Illasi nel veronese, separata dalle montagne, in cui si apre il passo della Pertica, dalla vicina Valle
dell'Adige. Negli ultimi giorni di guerra, era l'aprile del 1945, il paese diventò luogo di transito dei reparti tedeschi in ritirata che, incalzati dalle forze alleate e dai partigiani, volevano raggiungere il territorio germanico. Il mattino del 27 aprile, mentre si avvicina un agguerrito reparto che comprende anche degli SS, alcuni partigiani si apprestano ad un'imboscata; per evitare uno scontro, con esiti disastrosi soprattutto per la popolazione civile, il parroco di Giazza, accompagnato da un brigadiere della Forestale, si reca incontro ai due gruppi, per evitare la provocazione e la rappresaglia.
Nonostante le buone intenzioni, il comandante nazista prende i due parlamentari come ostaggi, mentre l'attacco partigiano si conclude con l'unico risultato della tragica uccisione di un capo dei patrioti. A questo punto l'ufficiale che guida il reparto in ritirata decide di portare con sé don Domenico Mercante, questo il nome del parroco, nel frattempo rimasto solo, affinché accompagni i soldati del Reich attraverso il passo della Pertica, con la promessa di liberarlo quando avranno raggiunto Ala. Inizia così un calvario per il povero sacerdote. Dopo ore di cammino e
di minacce, ormai sfinito, raggiunge la periferia di Ala, senza che il reparto fosse stato più attaccato. La promessa era la liberazione, invece l'odio represso di una sconfitta induce il comandante ad ordinare la fucilazione del sacerdote, nei pressi del cratere lasciato da una bomba. E qui accade qualcosa di impensabile nel disciplinato modo di ragionare del soldato tedesco, dove l’ordine è tale e perciò non si discute. A far parte del plotone d'esecuzione è chiamato un caporalmaggiore delle Waffen SS - le unità combattenti del famigerato corpo - che contro ogni previsione, si rifiuta di fucilare un innocente. Lui è cattolico, si chiama Leonhard Dallasega, ha la divisa tedesca ma è nato nel 1913 nella Val di Non, ha fatto il militare negli Alpini (Divisione Julia) ma dopo il '39, come tanti suoi conterranei, ha optato per la cittadinanza tedesca. Per questo nel 1943, dopo l'armistizio, è richiamato alle armi e gli viene data l'uniforme delle SS combattenti, in cui prestò servizio come portalettere e capocuoco fino a quel 27 aprile del 1945.
Un ufficiale nazista non poteva accettare che un suo subordinato rifiutasse di eseguire un ordine solo perché cattolico. Un testimone udì il soldato, degradato e privato dei documenti, dire «Sì, sono cattolico, ho moglie e quattro figli, ma preferisco morire piuttosto che fucilare un sacerdote».
E così avvenne, accanto al corpo di don Mercante, un attimo dopo, ci fu quello del soldato che aveva detto «No» a quel gesto di estrema e inutile crudeltà. Il corpo del soldato, non identificato, venne sepolto al cimitero di Ala e undici anni dopo traslato nel cimitero militare tedesco di Merano al cippo n. 1018; la salma di don Mercante venne invece subito riportata, dai suoi parrocchiani, a Giazza dove si svolsero i funerali.
Solo dopo quarant'anni, grazie alla paziente ricerca di due sacerdoti, don Erminio Furlani, nuovo parroco di Giazza e monsignor Luigi Fraccari, si poté arrivare a dare un nome a quel soldato sconosciuto. La notizia venne comunicata alla vedova Maria Herbst, che lungamente aveva cercato notizie del marito defunto per conoscere le modalità della morte ed il luogo della sepoltura e che nel frattempo si era risposata con un agricoltore, Angelo Kerschbamer. Su questa vicenda, prima della scoperta del nome del soldato, era stato pubblicato un volumetto di Olindo Viviani, con alcune testimonianze; a questo si aggiungono, parlando di Leonhard Dallasega, un articolo di Lorenzo Dalponte sull'annuario del collegio arcivescovile anno 86/87, nonché «Der Held von Giazza», scritto da Ewald Dallasega, il figlio dell’alpino divenuto Waffen SS ma che si fece uccidere pur di non uccidere, poiché dovendo scegliere tra due croci, scelse quella della vittima, quella senza uncini.

Foto sopra: Leonhard Dallasega con la moglie Maria Herbst il giorno del matrimonio. A sinistra:  Don Domenico Mercante

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