Rondini, pecore e stambecchi
Giorni fa ho visto le rondini radunarsi sui cornicioni del palazzo più alto del paese di Castiglione. Si affollano a decine garrendo dal loro trampolino rincorrendosi prima dell’imminente partenza. E’ un rito ancestrale che si ripete immutato ogni anno.
Sono gli appuntamenti naturali per cui la vita continua o, a volte, si interrompe come nel caso del gregge di pecore transumanti sorpreso dall’onda di piena del Toce nella pianura Ossolana. Questo fatto tragico, compreso nella cornice più ampia e disastrosa del nubifragio di ottobre, rimanda all’agosto del 1983 quando sul monte Cinquegna nel comune di Calasca-Castiglione, a duemila metri di quota su un crinale ripido e esposto, il fulmine abbatte centocinquanta pecore. “Il gregge- riporta il quotidiano La Stampa del 21 agosto- era formato da circa trecento capi, la metà dei quali sono morti. Il pastore si è accorto della strage soltanto la mattina successiva quando è uscito per radunare il gregge. S'è trovato di fronte a una sterminata distesa di carcasse”.
Mai, prima di allora, si era verificata una strage di quelle dimensioni sui monti d’Anzasca. Episodi analoghi si ricordano all’alpe Colma di Castiglione quando il sette settembre 1972 un fulmine abbatte dodici capi e ferisce la coppia di alpigiani che li accudiva. Nell’agosto del 1976 quarantaquattro pecore sono fulminate sugli alpeggi di Cuzzego. La violenza del temporale danneggia il campanile di Pieve Vergonte. È ancora il maltempo con i disastrosi nubifragi del settembre 1978 a causare difficoltà agli alpigiani e ai loro animali. Il sette settembre la sezione Ana ossolana interviene in prossimità degli alpeggi Riale e Fai nell’alta val Rosenza dove il maltempo ha cancellato i sentieri lasciando a nudo la roccia.
Gli alpini dell’Ana hanno dovuto usare l’esplosivo per ricavare una traccia di sentiero e permettere ai trecento capi di ovini e bovini di scendere a valle su passerelle di fortuna. Nel 1993 in val Segnara sono dovuti intervenire gli elicotteri per portare a valle le mandrie bloccate dal maltempo. Anche gli animali selvatici, benché temprati e allenati ad una vita estrema, non sono immuni a drammi che, a volte li coinvolgono pesantemente.
Toccante è l’intervista a Renzo Videsott, mitico direttore del Parco Nazionale del Gran Paradiso, riportata sui quotidiani del ventitrè febbraio 1955. Videsott vedeva i suoi stambecchi morire stremati dalle grandi nevicate di quell’inverno e guardando con il binocolo sotto un “balm” vedeva: “Le due bestie stavano muso contro muso, e aprivano e chiudevano gli occhi, e certo così si parlavano: ed il colloquio apparve dolcissimo e sconsolato. Da ogni parte giungevano notizie cattive. Le guardie continuavano a raccogliere animali uccisi dal digiuno, dalle valanghe, dal freddo: nessuno ricordava un inverno così tragico. Non si può far niente per gli stambecchi. Bisogna lasciarli morire. L'uomo, quando interviene nelle cose della natura fa più male che bene”.