La parete Est del Monte Rosa: il Vesuvio, un Papa, un calice
Don Achille Ratti, poi Papa Pio XI
Lo scrittore e viaggiatore William Brockedon ebbe un tale successo con il suo Journal of Excursions in the Alps, che a Londra nel 1841 ne apparve la terza edizione. A proposito della parete Est del Monte Rosa, che domina Macugnaga, l’autore inglese usò l’aggettivo “impressionante” e la definì uno spettacolo che “merita da solo un viaggio dall’Inghilterra”.
Con i mezzi di comunicazione di allora e le scomodità di quei trasferimenti, si ha davvero l’idea di qualcosa di eccezionale. E’ un po’ cambiata, in questi ultimi decenni, per il ritiro dei ghiacciai, le frane, gli smottamenti, ma il suo fascino rimane intatto, soprattutto nella luce rosa del mattino.
All’epoca, alla meraviglia della natura si aggiungeva l’attrattiva dell’impresa alpinistica da realizzare: l’ampio ventaglio era ancora da percorrere, le vette dalla parte di Macugnaga erano tutte da salire. Naturalmente l’alpinismo viveva allora la sua fase eroica e l’opinione pubblica era molto attenta a quanto succedeva in montagna: quando l’8 agosto 1881 si verificò la “disgrazia Marinelli”, si giunse addirittura a presentare un’interrogazione parlamentare che vietasse le ascensioni.
Damiano Marinelli era un celebre esploratore e la sua fine, a trentotto anni, fece impressione. Forse è per questo che nella sua relazione della salita alla Dufour dal versante di Macugnaga, realizzata con l’amico don Luigi Grasselli e con le guide di Courmayeur Giuseppe Gadin e Alessio Proment, don Achille Ratti, poi Papa Pio XI, sottolinea spesso e volentieri il problema della sicurezza. Il sacerdote-alpinista scrive: L’idea di tentare, come suol dirsi, un tiro da disperati neppur ci passava per il capo.E ancora: L’alpinismo vero non è già cosa da scavezzacolli ma, al contrario, è solo questione di prudenza e di un poco di coraggio, di forza e di costanza. Quanto a quella salita, nella relazione egli afferma: E’ chiaro che l’ascensione del Monte Rosa per il versante est è ben più che un poco di alpinismo, e conveniamo pienamente con quanti ci precedettero che, anche nelle migliori circostanze, non è questa un’ascensione da permettere il minimo risparmio di energia e di attenzione. Ratti dichiara fondamentali le condizioni del tempo e della parete: Pel nostro uso e consumo non era neppur uopo di tante esperienze precedenti per stabilire che avevamo soprattutto bisogno di trovare il ghiaccio compatto, il tempo bello e freddo. La prima condizione ci doveva assicurare degli imbarazzi creati dai crepacci, la seconda dal pericolo delle valanghe; pienamente fortunati ove trovassimo di molta neve fresca o gelo sulle rocce della vetta. Sono queste, mi affretto a dirlo, le condizioni che saranno sempre indispensabilmente necessarie a chi voglia ritentare e compiere questa ascensione, non dico senza difficoltà, che non è possibile, ma senza pericoli.
Gli scritti alpinistici di don Ratti furono pubblicati, a cura di Giovanni Bobba e Francesco Mauro nel 1923, quando Pio XI già regnava felicemente e si celebrava il cinquantesimo anniversario della fondazione del CAI di Milano. Il 30 luglio 1889 il gruppo di don Ratti partì da Macugnaga per la capanna Marinelli; alle 19,30 del giorno successivo erano in vetta alla punta est della Dufour. La discesa verso Zermatt avviene con una deviazione verso il colle Zumstein: si tratta così della prima traversata di quello che poi sarà chiamato Colle del Papa. Nella relazione sono presenti annotazioni meno tecniche, ma ugualmente interessanti: il freddo intenso, per cui il caffè era perfettamente congelato, il vino imbevibile e immangiabili le uova. La temperatura bassa sconsigliava di abbandonarsi al sonno: Ma chi avrebbe potuto dormire con quell’aria purissima? […] A quell’altezza, nel centro di quel grandiosissimo tra i più grandiosi teatri alpini, in quell’atmosfera tutta pura e trasparente, sotto quel cielo del più cupo zaffiro, illuminato da un filo di luna e, fin dove l’occhio giungeva, tutto scintillante di stelle, in quel silenzio […] ci sentivamo dinanzi ad una per noi nuova, imponentissima rivelazione dell’onnipotenza e maestà di Dio. Il severo prelato si fa prendere da una comprensibile emozione: si abbandona ai superlativi come “grandiosissimo”, oltre tutto non usato e forse non corretto in lingua italiana. Chi ha salito una montagna lo sa: è il momento che ti si imprime nel film della vita. Per Ratti fu così.
Anni dopo, tra il 31 dicembre 1899 e il 1 gennaio del 1900 egli era a Napoli e con alcuni soci della Sezione del CAI di laggiù fece la salita al Vesuvio. Nulla di paragonabile, ovviamente, ma anche l’antico vulcano che distrusse Ercolano e Pompei, la cui arida schiena è punteggiata di ginestre, come canta Leopardi, ha il suo fascino.
Ed ecco come don Ratti descrive l’alba, una volta giunto al cratere, in un panorama caratterizzato dal Tirreno e dalle isole: un’infinita bianchezza si diffondeva pel cielo sereno e prendeva aspetto di mobile argento, riflesso nello specchio di mare increspato dalla brezza mattutina. Il pensiero ritorna là, al Rosa: Paragonabile a quello che laggiù mi fu concesso, non trovo nella mia vita che un solo istante, quando nella suprema vetta del Monte Rosa, guadagnata la sera innanzi salendo da Macugnaga, mi era dato di contemplare a tutto mio agio lo spuntare di un giorno bellissimo. Papa in tempi difficilissimi dal 1922 al 1939, ha avuto molti motivi di sofferenza, tra i quali non si sbaglia includendo la lontananza dalle montagne, che non avrebbe più riviste.
Alcune iniziative lo confermano. Fu lui a proclamare San Bernardo patrono degli alpinisti, con una lettera apostolica del 20 agosto 1923. Inoltre il 16 aprile 1934 dedicò una udienza a duecento guide e a un gran numero di alpini. Parlò con loro di monti e di alpinismo, si sentì talmente a suo agio da infrangere il protocollo e la sua proverbiale puntualità. Quell’udienza parve non finire mai: forse proprio Pio XI non avrebbe voluto che finisse. Macugnaga fu per lui un posto speciale e speciale fu un suo dono alla parrocchia. Si tratta di un calice, fatto arrivare alla comunità tramite il senatore Attilio Pozzo, che aveva la villa in paese e che era stato ricevuto dal Pontefice. Reca impressa sul fondo una scritta: “S.S. Pio XI a Macugnaga 31.VI1.1929”.
E’ la data della salita alla Dufour, quaranta anni dopo. Quel calice è spesso usato da don Maurizio Midali durante i pellegrinaggi sui monti. L’11 agosto del 2015 all’Alpe Roffelstaffel è stata inaugurata la campana “Stella delle Alpi”, con la benedizione e la Messa.
Dallo zaino del giovane don Riccardo è uscito quel calice, che è rimasto da solo per qualche minuto sull’altare di sasso, costruito da Luigi Pala proprio di fronte alla parete Est. Mi sono fermata a fotografarlo e ho pensato al vecchio Papa, pieno di nostalgia per i monti: ho sperato che in quel momento il suo spirito fosse di fronte allo spettacolo che lo aveva incantato e che si era portato dietro tutta la vita. Roffelstaffel è un luogo speciale. Chissà.
