L’aquila e la sua storia simbolica
Simbolo dell’anima fedele, che si slancia verso l’alto, ama la luce e si perde nella contemplazione.
Tutti a scuola abbiamo imparato a memoria, o quanto meno abbiamo studiato, la poesia “Piemonte” di Carducci. “Su le dentate, scintillanti vette…”. In questo quadro alpino si inserisce un animale nobile, che domina i cieli al di sopra delle cime.
“Ma dai silenzi dell’effuso azzurro/ esce nel sole l’aquila e distende/ in tarde ruote digradanti il nero/ volo solenne”. John Denver, cantautore statunitense innamorato delle montagne, capace di rendere in musica e parole la serenità di un lago racchiuso tra boschi e pareti, la pioggia di fuoco di un tramonto tra le rocce, la sorpresa di trovarsi scalando al di sopra di nuvole d’argento, racconta in una delle sue ballate più suggestive, la storia di un ragazzo che trova la sua strada nella vita approdando alle Rocky Mountains del Colorado.
Alla fine del testo si legge che quel giovane sarebbe stato un uomo molto più povero se non avesse mai visto un’aquila volare. Basta chiedere dell’aquila ad un qualunque macugnaghese, o a chi frequenta i monti, per avere racconti straordinari.
Anna Laccher, qualche anno fa, ha passato un pomeriggio intero facendo dentro e fuori dal suo negozio per servire i clienti e intanto seguire la straordinaria cura con cui mamma aquila insegnava a volare al suo aquilotto. Lo portava in alto, lo lasciava cadere e mentre il piccolo si affannava a cercare di non precipitare, si tuffava in picchiata e andava a riprenderselo se vedeva movimenti troppo incerti. Il nido sul Pizzo Nero, sul Battel, sul Faderhorn: ecco il segnale che il cielo di Macugnaga è ancora abitato dalla “regina degli uccelli”, come fin dall’antichità è stato definito questo straordinario essere alato. Ha sempre colpito l’uomo per vari motivi: il suo aspetto, l’apertura alare che può arrivare a fino a due metri e mezzo, gli artigli fortissimi, capaci di sollevare prede dalle dimensioni notevoli e soprattutto l’altezza del suo volo.
A partire dalle civiltà più remote, è stata considerata simbolo solare. Essa sembra, volando in alto, arrivare fino all’astro che dà vita alla terra e con esso si identifica. In America i Pellerossa ne portavano sulla testa le piume, per partecipare, sul piano fisico e su quello dello spirito, della sua forza e della sua vitalità di animale del sole. Il maestoso uccello era considerato nei cieli ciò che il leone è sulla terra: il dio sumero Ningirsu veniva raffigurato, millenni fa, come aquila con la criniera. Nella mitologia greca il rapace appare legato al re degli dei.
Per il poeta Pindaro (VI-V sec. a.C.) esso “dorme sullo scettro di Zeus,/rilassando su entrambi i fianchi le ali veloci”.
Ne è araldo: con le sue apparizioni svela il volere di quel dio che, quando vuole rapire Ganimede, si trasforma proprio nella grande predatrice. Potente, vittoriosa immagine di Giove protettore dello stato, essa era simbolo del potere di Roma e del suo impero, insegna dell’esercito.
Lo sciagurato ventennio se ne riappropriò, con significati vuoti e trionfalistici. Nella Bibbia il Dio degli Ebrei è assimilato all’aquila, famosa per il suo amore verso i figli. Egli attua nei confronti del popolo eletto, quando questo si trova nel deserto, “in una landa di ululati solitari”, lo stesso comportamento di quello straordinario animale: “Come un’aquila che veglia la sua nidiata,/ che vola sopra i suoi nati,/ egli spiegò le ali e lo prese,/ lo sollevò sulle sue ali”.
Così sta scritto in Deuteronomio 32,11. Un’altra caratteristica dell’uccello è la muta delle penne, che lo rinvigorisce e lo rende nuovo. Nel Salmo 103,5 tra i benefici del Signore si afferma: “egli sazia di beni tutti i tuoi giorni/e tu rinnovi come aquila la tua giovinezza”. Naturalmente il tutto è da leggersi anche in direzione spirituale.
Ed è con questa valenza che i cristiani fanno proprio questo simbolo. La regalità del maestoso uccello lo rende adatto a rappresentare Cristo, re dell’universo; soprattutto è simile al Risorto. “Come l’aquila abbandona i luoghi bassi, punta verso l’alto, arriva vicino al cielo, così anche il Salvatore ha abbandonato le bassezze dell’inferno per volare verso l’alto del paradiso”.
Sono parole di sant’Ambrogio nel IV secolo della nostra era. Il potente rapace ha la vista acutissima e si dice che sia l’unico animale a guardare il sole: così esso identifica l’evangelista Giovanni.
Secondo sant’Agostino l’autore del quarto Vangelo è “colui che predica dottrine sublimi e contempla con occhi fermi la luce interiore ed eterna”: egli ha fatto penetrare il suo sguardo nei ministeri di Dio. Il tema della giovinezza rinnovata si precisa in ambito cristiano con il rimando al battesimo, quando si depone l’uomo vecchio e ci si riveste dell’uomo nuovo, ossia della dimensione di figli di Dio e seguaci di Cristo. Anche l’aquila, secondo i Padri della Chiesa, cerca una fonte limpida per immergersi tre volte e deporre le vecchie penne bruciate al calore del sole, per rivestirsi di una nuova livrea. In una visione negativa, l’uccello superbo della sua bellezza e della sua forza rappresenta il diavolo; la sanguinaria predatrice si identifica con i persecutori; il rapace con i governanti, che depredano chi è più debole di loro. Vince però la valenza positiva: l’aquila è simbolo dell’anima fedele, che si slancia verso l’alto, ama la luce e si perde nella contemplazione.
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