Il carattere dei macugnaghesi
Horace Bénédict de Saussure, il grande scienziato ginevrino, secondo la tradizione fu il primo viaggiatore giunto a Macugnaga: il suo soggiorno si colloca nel luglio 1789, proprio nei giorni in cui scoppiò la Rivoluzione Francese.
Scrive di essere arrivato in paese a mezzogiorno: “Ci stupì l’aspetto del villaggio. Le case costruite accuratamente, parte in legno, parte in sasso, sono sparse nei prati fioriti fra frassini e larici. I prati formano un ripiano dolcemente inclinato che si stende fino ai piedi delle pareti rocciose del Monte Rosa, quasi a recintare questa graziosa prateria. Non fummo invece molto contenti dell’ospitalità dei suoi abitanti. Malfidenti, poco abituati a incontrare stranieri, forse spaventati dal numero dei miei accompagnatori, anche gli albergatori rifiutarono di accoglierci”.
Il deluso de Saussure stava per dare ordine di montare le tende in un prato quando il curato, Cristoforo della Vedova, originario di Rima, andò in suo aiuto e richiamò l’albergatore più importante, Anton Maria del Prato, dall’alpeggio in cui si trovava, perché svolgesse la sua attività di accoglienza.
Nella lettera alla moglie, che scrive in quella stessa occasione, lo scienziato cerca di spiegare il comportamento degli alpigiani. “Non vi giungono mai forestieri. Inoltre, qualche tempo fa, un uomo distinto, che aveva trovato ospitalità, fuggì senza pagare, dopo aver derubato colui che lo aveva accolto”.
La diffidenza di quelle persone nasceva quindi da alcuni incresciosi episodi verificatisi nel corso del tempo. Nei secoli precedenti, spesso visite di vescovi e soprattutto di feudatari si erano risolte con gravi spese per il paese: i signori non si ponevano mai domande banali, tipo: “Chi paga?”.
Partivano dai loro castelli o palazzi con seguiti sterminati, si presentavano ai loro sudditi e si aspettavano di essere ospitati e nutriti di tutto punto. Si narra che il conte Federico Borromeo, feudatario della Valle, si sia mosso per Macugnaga nel 1768. Aveva scritto al parroco perché gli venisse preparato l’alloggio.
Il sacerdote e gli abitanti, consapevoli che aprire le porte delle case avrebbe comportato un salasso di enormi proporzioni, decisero di chiudersi nelle abitazioni. Quando Borromeo e il seguito arrivarono, trovarono il paese deserto, le porte delle case sprangate. Invano i servi bussarono: non ebbero risposta. Il conte si rifugiò nella chiesa parrocchiale: seduto in un confessionale, irato, infreddolito, soprattutto affamato, non sapeva che cosa fare. Arrivò in suo soccorso il gestore della locanda usata di solito dai conducenti dei muli, che svolgevano servizio lungo la strada.
Il nobile accettò un letto modesto, una cena assolutamente frugale e la mattina dopo se ne ripartì “maledicendo in cuor suo la rozza ospitalità di quei montanari”.Così scrive Gino Carrara.
Ci vorranno secoli e qualche rivoluzione per spiegare ai potenti che non tutto è loro dovuto e che il servizio prestato dalle persone deve essere pagato. Ancora oggi chi detiene un qualche potere non sempre ricorda queste regole basilari.
Il de Saussure ritorna sull’indole dei macugnaghesi nel suo libro e scrive: “Il loro difetto maggiore è la mancanza di ospitalità. Non solo non si sentono in dovere di ospitare uno straniero, ma incontrandolo sul loro cammino, cercano di evitarlo, guardandolo con avversione e spavento. Tuttavia gli abitanti di Macugnaga, dove ci fermammo una decina di giorni, si abituarono a noi e ci venivano a salutare con aria amichevole, confessando di essere lusingati dall’interesse per le loro montagne. L’ospitalità a pagamento, in uso in paesi frequentati dagli stranieri è senza dubbio più comoda per i viaggiatori, ma rivela forse costumi più nobili della sincera ruvidezza degli abitanti del Monte Rosa? “.
Inoltre, il loro carattere sincero era giustamente refrattario a ogni servilismo. Lo dimostra una vicenda svoltasi nel 1896. All’epoca l’Albergo Monte Moro era gestito da Giovanni Oberto, una celebre guida alpina: grazie ai suoi figli, Zaccaria e Dionigi, la struttura divenne il Grand Hotel Monte Moro.
In quella lontana estate il poeta Giosué Carducci, ricco di gloria e di fama, giunse a Ceppo Morelli. Da lì telegrafò all’albergatore di Macugnaga: “Mandare mula. Carducci”. Oberto ebbe il messaggio: non era abituato a ricevere ordini dai clienti e ignorò la richiesta proprio perché così perentoria. Il cognome Carducci gli era del tutto sconosciuto.
Così il vate rimase a piedi e non riuscì a salire a Macugnaga. Si lagnò del fatto in una lettera a un amico e scrisse di non aver potuto raggiungere la sua mèta “per l’asineria di un albergatore”.
Inutile dire che Carducci era nel torto. Il proverbio afferma: “A tutti i poeti manca un verso”. Al celebre poeta in quell’occasione difettarono le più elementari norme di educazione e il rispetto degli altri.
Per una persona dalla grande sensibilità come lui, capace di esprimere in poesia sentimenti e di comunicare emozioni, la pecca appare particolarmente grave.