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L’abito delle donne in montagna con il primato della Valle Anzasca

Il 4 settembre 1893, all’inaugurazione della Capanna Margherita, presente la Regina e le sue dame rigorosamente in gonna, le pastorelle di Calasca, da Pedriola, arrivarono indossando comodi pantaloni.
Nel lontano 1838 una nobile francese, Henriette d’Angeville, il cui nonno era stato ghigliottinato dai rivoluzionari, decide di salire sulla cima del Monte Bianco da Chamonix.

Sa benissimo che, se arriverà in vetta, non sarà la prima donna ad aver realizzato l’impresa: prima di lei, nel 1808, Marie Paradis, cameriera di una locanda della cittadina francese, era stata letteralmente trascinata ai 4808 metri della calotta sommitale da un gruppo di guide ai comandi del mitico Jacques Balmat.
Vi era arrivata controvoglia, priva di esperienza, spinta fin lassù dal desiderio di far pubblicità alle guide e di poter guadagnare qualche soldo. Non sappiamo come Marie fosse vestita per quell’impresa: l’unica immagine che abbiamo di lei la ritrae con una cuffia e un abito semplicissimo, inadatto all’ascensione. Sappiamo tutto invece dell’abbigliamento di Henriette: lo ha descritto in una sorta di diario della vittoriosa salita, pubblicato solo nel 1987.
Mademoiselle aveva fatto realizzare una tuta di flanella inglese da indossare a contatto diretto con la pelle; una camicia da uomo da mettere sopra la tuta; un foulard come sciarpa; due paia di calze di seta; due paia di calze di lana molto spesse; due paia di scarpe da ramponi, impermeabili e di misura diversa: quelle più piccole venivano usate con le calze di seta, quelle più larghe con le calze di lana.
A questo si aggiungeva un paio di pantaloni larghi in vita, in stoffa di lana scozzese imbottita di panno caldo e morbido, chiusi in basso da ghette da infilare nelle scarpe. Con la stessa stoffa e con la stessa fodera aveva fatto cucire un’ampia blusa, con sei pieghe fissate davanti e dietro, in modo da imbottire petto e schiena. Una cintura di cuoio le stringeva la vita in basso.
Indossava un paio di guanti di maglia con l’interno di pelliccia e un paio di guanti con la pelliccia all’esterno, messi sugli altri e stretti al polso per evitare l’ingresso dell’aria. Un boa sembra un accessorio fuori luogo, ma l’intrepida alpinista non ci rinunciava. Per la testa aveva preparato un berretto stretto, con stoffa simile a quella della blusa, foderato allo stesso modo, imbottito di pelliccia nera, con sulle falde un doppio velo verde, che si poteva legare intorno al collo. Aveva anche un cappello di paglia di Chamonix, foderato di stoffa verde, con quattro fermagli per fissarlo. Portava una maschera di velluto nero, uno scialle scozzese e infine un cappotto interamente foderato di pelliccia nelle ore più fredde. Il tutto pesava quattordici libbre; ventuno col cappotto e lo scialle.
In certi punti del percorso Henriette aveva addosso quasi dieci chili. Un miracolo che sia arrivata in cima.
La vittoria fece scandalo, come fecero scandalo quei calzoni. Nei decenni successivi il problema principale per le donne in montagna fu di venire accettate nel mondo alpinistico, ma anche l’abbigliamento ebbe la sua parte.
Eliza Robinson Cole compie col marito tre viaggi intorno al Monte Rosa nel 1850, 1856, 1858. Visita Macugnaga e la valle Anzasca, percorre il Passo del Moro. Eliza suggerisce alle signore che intendono viaggiare sulle Alpi un cappello a tesa larga, che le libererà dall’impaccio di un parasole. Dovrebbero indossare alcuni leggeri indumenti di lana, di vigogna o alpaca che con il brutto tempo, una volta asciugati, non paiano trasandati.
Dà un suggerimento interessante: “Sarebbe opportuno cucire piccoli anelli nell’orlo dei vestiti, nei quali far passare un cordino, le cui estremità dovrebbero essere legate assieme in modo che sia possibile sollevare all’altezza desiderata tutto il vestito con un solo gesto nel momento del bisogno. Il vestito troppo lungo soprattutto in discesa s’impiglia nelle pietre, facendole rotolare su chi precede”.
Afferma che in montagna i vestiti da donna sono scomodi e considera utile una sottana da cavallerizza, che possa essere infilata e tolta velocemente. Le scarpe devono calzare bene, essere robuste, con suola scolpita, pianta larga, nella quale siano anche inseriti chiodi. Ha superato l’orrore di simili calzature riscontrandone l’utilità. Il saliscendi nel vestito appare grandioso.
Con gonne sono ritratte le grandi scalatrici: Alessandra Boarelli, sul Monviso nel 1864; Lucy Walker, prima donna sul Cervino nel 1871; alle polemiche scoppiate dopo la tragedia Marinelli, nel 1881, si deve l’immagine di un’alpinista, legata ad una guida, su una strettissima traccia per neve, con il suo bravo abito lungo, a riprova di quanto fosse fuori luogo una signora tra i dirupi.
Secondo Teresio Valsesia, la valle Anzasca in questo campo detiene un primato. Ne furono allibiti testimoni Matthias Zurbriggen, Guido Rey e altri alpinisti il 4 settembre 1893, all’inaugurazione della Capanna Margherita, presente la Regina e le sue dame, rigorosamente in gonna. Le pastorelle di Calasca, che inalpavano l’Alpe Pedriola, arrivarono lassù, apparentemente senza sforzo. Indossavano dei comodi pantaloni ed erano perfettamente a loro agio: le donne di montagna hanno sempre avuto una marcia in più.

Foto: J. Hébert, Public domain, via Wikimedia Commons

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