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L’Alpe Roffel Staffel vista da una “pallida”

Dai rintocchi della “Stella delle Alpi” al silenzio pieno di vita.
Che Macugnaga sia un luogo di bellezza infinita, dove natura, storia e storie si uniscono a formare un tessuto straordinario, è esperienza facile da farsi.

Basta recarsi al Vecchio Tiglio, segno di identità nei secoli per le genti del posto e ombroso rifugio sotto cui si amministrava la giustizia, pensare ai Gotwiarghini, spostare lo sguardo verso Chiesa Vecchia e il Dorf perché si componga un quadro di vita reale e leggenda che collega il presente ad un remoto passato di fede, fatica, fantasia. C’è però un angolo che ha un fascino straordinario, almeno per me, “pallida” anomala, fiorentina, ma figlia di un montanaro delle Alpi Apuane, da sempre innamorata di creste e vette.

È l’Alpe Roffel Staffel.
Già il cammino per arrivarci regala scorci fantastici: le cime viste dal ghiacciaio che costantemente si muove e crea suggestioni diverse, la valletta fiorita per arrivare alla valanga, la cascata in alto, l’attraversamento del torrente e infine, sul ripiano verde, la casetta. È quasi un percorso a ritroso nel tempo.
Da lì la parete si tocca con mano: basta un binocolo e puoi perderti tra seracchi, seguire onde di neve, scoprire gli infiniti colori del bianco, purtroppo negli ultimi tempi in regresso. Quello che colpisce è il silenzio pieno di vita, con lo scorrere dell’acqua della fontana, il lontano rumore dell’Anza che esce dalla grotta di ghiaccio, il brontolare delle scariche. È quasi incredibile, ma riesci a percepire il ritmo lento e il fruscio dell’ala di un rapace che vola.
Se ti siedi su quei gradini di pietra e lasci scorrere lo sguardo sul Pizzo Nero, sul Pizzo Bianco, sui boschi che ricoprono le sponde della valle, non puoi fare a meno di pensare che altre persone prima di te hanno contemplato quella meraviglia. E allora il luogo si popola. Cento anni fa le casette erano molte di più; qui d’estate si faticava, si faceva il formaggio, si accudivano gli animali.

Quanti bambini avranno giocato tra questi sassi? Quante donne, quanti uomini hanno lavorato quassù?
Magicamente non sei più solo, ma parte di una lunga catena che dà un senso alla tua vita. Ecco perché qui si trova la Cappella di San Bernardo, il santo delle guide, che andava incontro ai viandanti persi nelle tormente, l’uomo che può insegnarci a superare gli egoismi.

Ecco dunque, il perché della campana “Stella delle Alpi”, le cui note si perdono tra le rocce e che suona per chi adesso percorre questi sentieri e per chi ha già scalato la parete d’ombra ed è in un’altra dimensione. I suoi rintocchi celebrano soprattutto il sudore e la fatica della gente di montagna.
Ecco il perché della “Regina angelorum” e le sue ali d’amore. Ecco il perché degli “Amici di Roffel Staffel”, genti che vengono da molte parti dell’Ossola, dalla Lombardia, dalla Toscana, dall’Umbria e che ne hanno fatto un luogo di elezione, al quale pensare con gioia nei lunghi mesi di lontananza.
Luigi ha restituito vita all’Alpeggio dei Creda e dei Pala e come i mecenati di un tempo ha commissionato allo scultore Giuseppe Scaranto un San Bernardo che è una vera opera d’arte. Oriana non fa mancare mai la sua accoglienza a chi arriva. Nicolas con la sua vivacità ha riportato risate e giochi quassù.

C’è perfino un “diario di bordo”, conservato in una scatola di latta, come un tempo avveniva sulle navi. Benché quasi a 2.000 metri, la “casina” e i suoi dintorni sono una scialuppa di salvataggio per molti di noi, un luogo dove trovare amici veri, condividere giornate serene e dire grazie a Chi ha creato tanta meraviglia.

Un’ultima immagine: le enormi stelle che nelle notti serene d’estate punteggiano quel cielo e il chiarore della luna piena sui ghiacciai. Pura magia.

In quella dimensione luminosa, stanno i nostri cari che non ci sono più. Da poco li ha raggiunti Costantino Pala, con Oberto, la Tersilla e tutti gli altri macugnaghesi che in questo ultimo anno sono andati sotto il Vecchio Tiglio.

© Foto A.Vola

Farmacia di vanzone

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