Piedimulera e Pieve Vergonte divise dal torrente Anza
La strada che da Piedimulera porta alla Valle Anzasca è percorsa quotidianamente da molti mezzi e, probabilmente, tutti, o quasi, attraversano il ponte sull’Anza che collega Pieve Vergonte con Piedimulera o, perlomeno, non possono fare a meno di notarlo.
Non tutti, probabilmente, ne conoscono la storia. In origine il ponte non si trovava nella posizione attuale, ma sorgeva una decina di metri più a monte, oltre le paratoie della diga e partiva dalla località “Magazzino” in territorio pievese. Era l’anno 1854 quando fu aperto al traffico pedonale e dei carri trainati da cavalli, muli e asini, il ponte San Giovanni, realizzato su progetto dell’ingegner Carlo Lidonati unitamente alla strada della valle.
Lo possiamo vedere in diverse cartoline d’inizio Novecento: era un ponte a due arcate, realizzato in pietra e fu certamente una grande conquista per il traffico locale, consentendo anche un notevole vantaggio commerciale per Piedimulera che presentava un collegamento stradale più agevole; verso Pieve, infatti, c’era solo una piccola strada attraverso i campi per raggiungere l’attuale capoluogo.
E’ curioso rilevare come a quei tempi, e fino agli Anni Venti del secolo scorso, il territorio pievese fosse suddiviso tra i due comuni di Fomarco e di Rumianca, poi unificati in Pieve Vergonte.
Il ponte San Giovanni svolse la sua funzione egregiamente per circa 90 anni, finché si trovò, suo malgrado, direttamente coinvolto nelle vicende concitate e travagliate della storia locale. Era il mese di ottobre del 1944 è l’avanzata delle truppe nazifasciste stava ponendo violentemente fine al glorioso periodo della “Repubblica dell’Ossola”, destinato a entrare nei libri di storia: le formazioni partigiane erano in rotta dopo la sanguinosa battaglia combattuta tra Migiandone e Ornavasso e i superstiti, unitamente a buona parte della popolazione maschile, cercavano di raggiungere il confine svizzero nella speranza di sottrarsi alla rappresaglia. Nella serata del 12 ottobre le forze partigiane per rallentare gli avversari, fecero saltare in aria il ponte con cariche esplosive.
Le comunicazioni tra i due Comuni e la valle stessa fecero, in un certo senso, un balzo all’indietro di quasi un secolo: il traffico doveva compiere un lungo tragitto attraverso Vogogna e la Masone, oltre ad utilizzare, probabilmente, un guado nell’Anza nei periodi di secca.
Finita la guerra, fu un impegno prioritario la sua ricostruzione che avvenne in una posizione un po’ più a valle. Nel greto furono realizzate le impalcature di legno, come si può vedere da alcune rare foto risalenti al 1946: si costruirono i piloni di sostegno e su di essi furono posate le travi di cemento armato realizzate con la tecnica della “gettata” sul posto poiché non era ancora disponibile la tecnologia delle strutture in cemento armato precompresso.
Da circa 70 anni il ponte svolge la sua funzione, percorso da un traffico veicolare, anche di mezzi pesanti, sempre più rilevante ma, pochi mesi fa, la cronaca è tornata a occuparsene: dopo quanto successo al ponte Morandi di Genova è, infatti, diventato un “osservato speciale”. Il trascorrere degli anni, la furia di diverse piene dell’Anza e il traffico sempre più intenso, pare averne compromesse le strutture che presentano preoccupanti segni di usura e la Regione Piemonte ha annunciato uno stanziamento di un milione e 250 mila euro per il suo rifacimento.