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L’osteria “del Gildo” a Pieve Vergonte

Il “c’era una volta” di un mondo scomparso

Molti giovani, forse, si chiederanno come passavamo il tempo in un’epoca per loro “preistorica” quando non c’erano internet, i social, la TV con mille canali….Per chi l’ha vissuto, e non sono trascorsi molti decenni, è il ricordo di un mondo diverso, forse più semplice ma indimenticabile nel ricordo.

Lo spettacolo era garantito dal cinema del paese, con le serate del sabato e domenica strapiene; la televisione aveva solo due canali in bianco e nero e le trasmissioni iniziavano verso le cinque del pomeriggio per concludersi inesorabilmente verso mezzanotte.
Eppure esisteva un punto, anzi più di uno, dove si trascorreva il tempo in compagnia…erano le osterie o i circoli presenti in tutte le frazioni del paese in un numero oggi inimmaginabile. Vorrei ricordare, riallacciandomi al mio volume “C’era una volta la Pieve” pubblicato nel 2013 e da tempo esaurito, una di queste osterie, la più vicina a casa mia e per questo da me più regolarmente frequentata e conosciuta: credo però che nel racconto possa riassumersi anche il ricordo di tutte le altre.
Fino a qualche decennio fa, la “vita sociale” del paese, i momenti liberi, ruotavano attorno alle vecchie osterie. In centro paese, “in piazzetta”, c’era un vecchio stabile di proprietà dell’Asilo Cicoletti nel quale era alloggiato il Caffè Centrale. Sebbene questa fosse la denominazione ufficiale, per tutti era semplicemente l’osteria del Gildo, dal nome di un gestore che la tenne per molti anni: il nome restò negli anni a seguire, anche con l’avvento di nuovi gestori (chi non ricorda il Romano e la Marisa?).
Due scalini a scendere portavano a una salettina situata più in basso del livello stradale: nelle serate invernali gli uomini si raccoglievano attorno alla stufa per parlare di sport, o si cimentavano in interminabili partite a “scopa” o a “Marianna”, lanciandosi di tanto in tanto pesanti ma amichevoli insulti o catastrofiche bestemmie. Il locale era piccolo, fumoso, e veniva chiamato scherzosamente “la camera a gas”.
La serata passava con un caffè o un quartino, con il contorno, in autunno, di fragranti castegn in brascarola; intanto, da qualche gruppetto, si levava il vociare di quelli che giocavano alla proibitissima mùra. Quando c’era un funerale, l’osteria del Gildo si riempiva: parecchi degli uomini, dopo aver seguito la bara fino in chiesa, dribblavano la Messa e passavano una mezz’oretta all’osteria, pronti a precipitarsi verso la piazza della Chiesa quando le campane annunciavano l’uscita del caro estinto diretto al cimitero.
Erano i fomarchini i più assidui frequentatori “funebri” dell’osteria, sebbene anche gli altri frazionisti si difendessero bene: un bel bicchiere di vino era quello che ci voleva per cancellare la fatica della scarpinata dalla frazione alla chiesa, visto che, non dimentichiamolo, i cortei funebri si facevano rigorosamente a piedi, anche dai punti più lontani e con qualsiasi tempo. Le chiacchiere, il gioco delle carte, le bevute più o meno abbondanti erano il passatempo dell’epoca. Qualche locale, come l’osteria dul Soi o il circolo Arci che sorgeva accanto alla vecchia e storica sede del Municipio offrivano anche il gioco delle bocce. Credo, però, che uno dei ricordi più suggestivi sia quello del gioco della rana che impegnava ore e ore nelle serate d’estate.
Ormai è difficile trovare esemplari d’epoca del gioco ma, quando capita, suscita sempre l’attenzione, la curiosità, l’interesse dei presenti che, immancabilmente, danno vita a partite entusiasmanti, dopo aver ricevuto le poche ma indispensabili informazioni sulle regole da parte di chi c’era…
Torniamo alla nostra osteria: d’estate ci si trasferiva nel cortiletto esterno, sotto il pergolato, e qui iniziavano appassionanti disfide all’antico gioco della rana. Per tutto il cantone risuonava il rumore dei dischetti di ottone che battevano sul legno o sulla rana che, talora, sembrava non volesse saperne di mangiare. Il tutto era accompagnato dai commenti e dalle grida dei giocatori e rispettivi tifosi: “Mulin!”, “Dai ch’la mangia!”, mentre il Romeo, quando non riusciva a fare nemmeno un punto in una mano, gridava “Bicicleta!” e si passava una mano sulla pelata, ricalcandosi poi in testa il purillo.
L’osteria chiuse i battenti all’inizio degli Anni Ottanta: rimase in abbandono per alcuni anni, finché non fu abbattuta, con i suoi ricordi, per realizzare la piccola piazza antistante al nuovo ingresso dell’Asilo…. mentre la ruspa buttava a terra i vecchi muri di sasso, qualche lacrima di commozione solcò diversi volti e sono certo che non era dovuta al polverone!

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