Mattmark 1965: testimonianze di chi ha viaggiato e lavorato nel cantiere della diga
“Nella fretta di salire in macchina per andare a prendere il treno a Domodossola mi sono accorto in stazione di aver lasciato a casa gli scarponi e così con la squadra non siamo andati a preparare le bricolle a Briga”, inizia a raccontare nella sua casa di Boretta Attilio Marta, spallone anzaschino che ha viaggiato dal 1959 al 1965, “la mattina dopo, grazie a una squadra di contrabbandieri ritornati in valle, abbiamo appreso la notizia della caduta del ghiacciaio dell’Allalin e della morte di 88 persone”.
Tra il 1960 e il 1965, il cantiere di Mattmark ha rappresentato per gli spalloni ossolani, soprattutto anzaschini, un momento di riposo e conforto prima d’intraprendere la lunga salita al passo del Moro o di Mondelli, “solitamente le jeep ci lasciavano, verso le 19 o le 20, dove terminava la strada e se era presto per oltrepassare il confine ci fermavamo a mangiare nelle cucine; però sempre quando gli operai non c’erano e potevamo scegliere cibo inglese, francese, tedesco o italiano”, prosegue Attilio.
Arrivare a Mattmark, per poi risalire i versanti elvetici verso l’Italia, era normale per le squadre di contrabbandieri e lo stesso Attilio afferma che “ogni volta che prendevo il sentiero per l’Antigine capitava di osservare l’Allalin a sbalzo sulle baracche degli operai. In quell’area lavoravano circa 80 persone e una trentina di escavatori, le cui vibrazioni hanno anticipato la caduta. Mi sono sempre chiesto perché nessuno abbia pensato di fare qualcosa per evitare questa tragedia”.
In cinque anni di viaggi con le bricolle in spalla di aneddoti ne sono successi “ad esempio una sera mentre riposavamo nelle baracche ben attrezzate abbiamo sentito un rumore e accesso subito una pila, ma luce non ne faceva, perché era nella bocca del cane lupo di un Grenz che era venuto a ispezionare i dormitori e che ci disse di lasciare tutto in ordine. Più tragica, invece, è stato osservare dal sentiero la morte di un operaio schiacciato da un mezzo in manovra”.

Domodossola era importante per i lavoratori italiani impegnati nella costruzione della futura diga e molti ne ho incontrati sul treno “in quegli anni ricordo due operai che non dicevano alcuna parola e la gente seduta nei vagoni mormorava tra loro che quelli erano ‘scarti del Vajont’, neanche buoni a morire; molto probabilmente due anni prima avevano subito un tremendo shock. Ho conosciuto altri due operai bellunesi che facevano parte della squadra che costruiva la galleria da Mattmark al Cingino, per sei mesi lavoravano sottoterra senza mai uscire, due settimane le passavano in Italia per sperperare la paga e poi per altri sei mesi non si vedevano più”, conclude Attilio che talvolta nei suoi “viaggi” si è riposato nelle baracche degli operai e ha visto i visi di quelle persone che a distanza di 60 anni continuiamo con dovere a commemorare.
Pochi secondi di fragore, tuonato per tutta la valle di Saas, hanno causato il 30 agosto 1965 la più grave catastrofe sul lavoro della Svizzera moderna. Il soffio della valanga glaciale staccatasi dall’Allalingletscher ha scaraventato lontano attrezzi, suppellettili, mezzi, trattenendo al suo interno 88 operai. Incontriamo nella sua casa di Ceppo Morelli Gilberto Moretti, 81 anni, che a Mattmark ne aveva lavorati tre.
“Ero addetto all’officina con la ditta Fux di Briga che nel cantiere aveva 70 operai” racconta Gilberto, “riparavo i compressori e i martelli pneumatici dei minatori che avanzavano nelle gallerie. Hanno bucato anche sotto il ghiacciaio per costruire e alimentare la diga di Mattmark”. Chiediamo se tecnici o supervisori facessero periodici sopralluoghi o verifiche sulla stabilità del ghiacciaio: “Vardavàn ben su” risponde laconico.
Cronache dell’epoca riportano che segnali avversi si sono manifestati più volte: l’anno precedente una valanga colpiva le baracche degli operai, costruite per ragioni di opportunità sotto la verticale della lingua di ghiaccio, causando la morte di due addetti, ma già nel 1929 erano state costruite delle protezioni contro quelle che cadevano dall’Allalin ma, nonostante questo, nel 1949 una scarica di ghiaccio uccise 10 persone. Un ingegnere della Elektro-Watt di Zurigo titolare della concessione dei lavori, aveva verificato “la significativa avanzata del ghiacciaio”; forse non era sufficiente vardà su. Guide alpine vallesane, i Bergführer di lontana memoria dichiararono che “ad ogni brillare di mina l’Allalin ballava come per un terremoto”.
Distacchi di ghiaccio e detriti continuavano nel tempo, appena una settimana precedente la tragedia un blocco gigantesco colpiva la linea elettrica fermandosi in prossimità delle baracche. “Nonostante ciò” prosegue Gilberto, “la vita del cantiere continuava apparentemente tranquilla, diversi torpedoni scaricavano contrabbandieri in prossimità del sentiero verso il passo del Moro. Io stesso ne accompagnavo qualcuno con la motoslitta. Le guardie fingevano di ignorarli. Alcuni si fermavano a mangiare nelle nostre mense, altri passavano la notte nelle camerate degli operai prima d’involarsi con la bricolla sui nevai della Saastal. A volte il Sabato tornavo a casa valicando il passo del Monte Moro e i finanzieri che mi controllavano mi concedevano una sola stecca di sigarette, giusto il prezzo della funivia per Macugnaga. Nell’estate del 1965, il Geometra Giovanni Zanni che negli anni 40 aveva progettato il villaggio minerario di Pestarena, mi ha chiesto di lasciare Mattmark e di seguirlo in un cantiere a Milano, grazie a lui sono ancora qui a raccontarla”.
Ma a raccontarla quel fine agosto mentre ancora stavano rotolando sui morti di Mattmark detriti glaciali, c’era il giornalista calabrese Alfonso Madeo firma di punta del Corriere della Sera che sul quotidiano riportava: “Un bellunese sta singhiozzando alle mie spalle, ha saputo che il fratello non è stato rintracciato, ha capito, è stremato”.
Questa regione ha avuto 17 morti tra i 56 italiani deceduti e tra questi il comune di Domegge di Cadore ne conta ben 7. Il paese ladino, circondato dalle cime dell’Antelao, degli Spalti di Toro e dalle Marmarole, nel 1907 pianse un suo concittadino morto a Monongah (USA) nella più grande tragedia mineraria che la storia americana ricordi. Il comune veneto, per questa triste circostanza, è accomunato con San Giovanni in Fiore, nel parco naturale della Sila, che ha censito 30 morti tra i 500 minatori periti a Monongah. Ora ne piange 7 sotto i cinquanta metri di ghiaccio di Mattmark.

Lo scrittore bellunese Dino Buzzati reduce dal disastro del Vajont che ha corrotto la sua terra appena due anni prima scriveva dai frantumi di Mattmark: La ricchezza, la gloria, la grande occasione aspettano di là dei confini. Eccola ahimè, la gloria poveri ragazzi. Le prime pagine dei giornali sono per voi. I titoli che vi riguardano sono più grossi che per Sofia Loren.
Marco Sonzogni e Andrea Delvescovo
(rispettivamente Redattore e Direttore de Il Rosa)
Foto gentilmente fornite dall'Archivio Novellini