Garmisch 1936, l’oro dimenticato: gli alpini italiani conquistano la neve olimpica
Il Comitato Olimpico Internazionale assegnò alla Germania, nel 1936, l’organizzazione delle Olimpiadi, rispettivamente nella sessione estiva tenuta a Berlino e in quella invernale che si svolse sulle nevi di Garmisch- Partenkirchen dal 7 al 17 febbraio.
Era un momento importante per questa nazione, uscita con le ossa rotte e profondamente umiliata dalla Prima Guerra Mondiale, che stava lentamente ritornando alla normalità. Nessuno si scandalizzò del fatto che il partito nazionalsocialista di Adolf Hitler fosse al potere: d’altronde aveva vinto regolarmente le elezioni, anche se la catastrofe bellica voluta dal dittatore stava sempre più prendendo forma.
Si trattava di un’occasione più unica che rara per dimostrare al mondo la potenza e la capacità organizzativa dei tedeschi; inoltre i nazisti stravedevano per lo sport e si erano preparati accuratamente per vincere, o meglio dominare, in tutte le discipline. Le Olimpiadi invernali furono un successo già prima dell’inizio delle gare, con il record di partecipanti: 646 atleti, di cui 566 uomini e 80 donne, provenienti da 28 nazioni. Tra queste era presente anche la squadra italiana, con 44 sportivi: 39 uomini e 5 donne.
In campo femminile brillò la stella di Sonia Henie che, nel pattinaggio, vinse la terza medaglia d’oro consecutiva, mentre in campo maschile fu un altro norvegese, Birger Ruud, a distinguersi, gareggiando nello sci nordico, in quello alpino e nel salto, disciplina nella quale conquistò la seconda medaglia d’oro. Gli italiani non portarono a casa alcun riconoscimento, o meglio ufficialmente, perché da Garmisch la pattuglia dei fondisti militari alpini fece ritorno con al collo la medaglia del metallo più prezioso, la prima vinta sulla neve.
La gara fu classificata dal Comitato Olimpico come dimostrativa e quindi non rientrò nel medagliere ufficiale, anche se era già stata disputata nel 1924 alle Olimpiadi di Chamonix e quattro anni dopo a Saint Moritz, sempre come prova dimostrativa. Si trattava di una competizione aperta a pattuglie militari composte da quattro elementi, che dovevano percorrere un tracciato di 25 chilometri sugli sci di fondo, con un dislivello significativo e non solo in piano, e colpire bersagli con i fucili in dotazione: una sorta di antesignano del biathlon moderno. Proprio per questo, la scelta di non inserirla tra le gare ufficiali appare ancor più insensata.
Il quartetto italiano era guidato dal capitano degli alpini Enrico Silvestri che, pur non essendo un ragazzino, aveva quarant’anni, era in splendida forma e fresco vincitore del Trofeo Mezzalama. Con lui gareggiavano l’altoatesino Luigi Perenni, il valtellinese Stefano Sertorelli e il formazzino Sisto Scilligo. Faceva parte della squadra anche il macugnaghese Ettore Schranz, che dovette accontentarsi del ruolo di riserva poiché, qualche tempo prima, si era infortunato in un banale incidente mentre raccoglieva stelle alpine, proprio per la figlia del capitano Silvestri, e non era nella forma ottimale.

La squadra italiana: da sinistra Luigi Perenni, Sisto Scilligo, Enrico Silvestri, Stefano Sertorelli. Fonte: Un secolo di neve. I cento anni dello Sci Club Formazza 1911-2011 Tararà Edizioni 2011
La squadra si era preparata con grande cura e largo anticipo e, una volta tanto, l’equipaggiamento era di prim’ordine: sci svedesi, scioline finlandesi. La divisa fu confezionata dal lanificio Zegna ed era in tutto e per tutto uguale a quella di ordinanza, ma con un peso di soli 900 grammi. Completavano l’attrezzatura il fucile, derivato dal moschetto 91, anch’esso modificato per l’occasione, e uno zaino da 10 chilogrammi, mentre il capitano era armato della pistola d’ordinanza.
L’avventura olimpica era iniziata un paio di anni prima con la partecipazione di una squadra di alpini dello SMA ai campionati internazionali di fondo in Germania. Più si avvicinava il fatidico momento della partenza, più gli allenamenti diventavano serrati e intensi, alternando prove di tiro, fondo e discesa. Fu il formazzino Scilligo a consigliare al proprio comandante di modificare il piano degli allenamenti: anziché svolgere prove continue di fondo e discesa, suggerì di dedicare un’intera giornata a ciascuna disciplina. Alla fine, il metodo si rivelò vincente.
All’ arrivo a Garmisch la squadra, o meglio gli italiani in generale, non furono accolti a braccia aperte: agli occhi del mondo erano gli invasori dell’Etiopia, colpiti da sanzioni economiche da parte della Società delle Nazioni, dalla quale in seguito nascerà l’ONU. Inoltre, per la competizione della pattuglia militare, non godevano certo del favore dei pronostici, riservato a svedesi e finlandesi, con i tedeschi convinti di poter battere chiunque.

L’ arrivo della pattuglia italiana, da sinistra Sisto Scilligo, Stefano Sertorelli, Enrico Silvestri, Luigi Perenni. Fonte: Francesco Vida - L a storia dello sci in Italia 1896/1975 Milano Sole editrice 1976
Il 14 febbraio fu il giorno della gara. Gli italiani, di buon mattino, avevano inviato una pattuglia in ricognizione sul percorso per individuarne le criticità, dato che fino a quel momento era stato mantenuto segreto. Erano previsti punti di assistenza e soccorso con sci e bastoncini di ricambio in caso di rottura, e tutti coloro che non erano impegnati nelle competizioni furono dislocati lungo il tracciato per fare il tifo.
Il sorteggio stabilì che i primi a partire fossero i finlandesi, seguiti a tre minuti dalle altre squadre; gli italiani erano i terzi. Come da copione, i finlandesi andarono subito in testa, ma a metà gara gli azzurri erano in seconda posizione, staccati di 43 secondi, mentre gli altri favoriti della vigilia risultavano molto più distanti. La posizione fu mantenuta anche al poligono, dove la pattuglia italiana non sbagliò un colpo.
Il passaggio decisivo fu la ripida salita che conduceva alla Tonihütte, il punto più alto del tracciato, con un dislivello di 600 metri. Qui gli alpini sferrarono l’attacco, conquistando per una manciata di secondi la testa della gara. La notizia, diffusa dagli altoparlanti, lasciò di stucco tecnici e osservatori internazionali.
Mancavano però ancora otto chilometri al traguardo, con un susseguirsi di brevi discese e tratti pianeggianti, terreno ideale per gli atleti nordici, pronti a tentare il tutto per tutto. I finlandesi, partiti per primi, tagliarono per primi il traguardo, ma dovettero attendere sei interminabili minuti per conoscere l’esito finale. Gli italiani, infatti, chiusero la corsa 14 secondi prima del tempo previsto, fermando il cronometro su 2 ore, 28 minuti e 35 secondi.
È Sisto Scilligo che fissa l’attimo: “Un baccano di applausi, poi un momento dopo più niente, non si sentiva volare una mosca. Perché si credeva che c’era uno sbaglio. Dopo si vede che han calcolato bene e quindi han ricominciato”. Non ci credeva nessuno a quella vittoria, eppure si trattava della prima medaglia d’oro olimpica nella storia dello sci nordico, conquistata da un manipolo di atleti provenienti da sperdute valli alpine, capaci di battere chi dello sci aveva fatto una vera e propria questione nazionale.

La gazzetta dello sport del febbraio 1936 : Fonte: Francesco Vida la storia dello sci in Italia 1896/1975 Milano Sole editrice 1976
Seguirono i riconoscimenti, dapprima dal mondo sportivo e poi da quello politico, e il trionfale ritorno in patria, tra festeggiamenti, diplomi e l’abbraccio caloroso di tanta gente comune. Il Duce promise un premio di 30.000 lire a testa, una somma considerevole per l’epoca, ma, come spesso accadeva, rimase solo una promessa.
Oggi nella sede dello Sci Club Formazza di Riale, una grande fotografia immortala l’arrivo della pattuglia italiana sotto lo striscione di Garmisch. Questo scatto non celebra solo l’avvenimento sportivo, ma rivive la memoria di uomini e montagne, di sacrifici e allenamenti e successi di una profonda e autentica pagina dello sport italiano.
In Copertina: la partenza degli atleti italiani a Garmisch: davanti Silvestri ultimo Scilligo - Fonte: Un secolo di neve. I cento anni dello Sci Club Formazza 1911-2011 Tararà Edizioni 2011