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Le Alpi e il clima

Una sfida per il futuro

Il recente G-20 di Roma e Cop 26 a Glasgow hanno posto a tutto il mondo il problema dell’emergenza climatica, che si manifesta estrema con l’innalzamento delle temperature medie. Le prossime generazioni moriranno di caldo.

Il salto dell’ultimo ostacolo è la riduzione delle emissioni dei combustibili fossili (metano e CO2), ma la politica fa fatica e gli interessi in campo sono enormi. Abbiamo accennato più volte dalle colonne di questo giornale al ruolo fondamentale dei sistemi montuosi in questo scenario.
Le montagne sono “terre alte”: possiedono la terza dimensione, quella della verticalità e per questo son un termometro particolarmente sensibile a quanto sta accadendo in ambito globale. Questo vale per le Alpi, come per il Caucaso, il Karakorum, l’Himalaya o le Ande. Globalizzazione climatica, oltre che economica e mediatica. Le tre manifestazioni più evidenti del global warming (l’aumento delle temperature, lo scioglimento dei ghiacciai e gli eventi meteorologici estremi) sulle Alpi sono esasperate perché tutto è compresso: meno di venti chilometri in linea d’aria separano le sponde ridenti del Lago Maggiore (200 m) dalla seconda montagna d’Europa (il Monte Rosa, 4.600 m).
Una contrazione spasmodica della geografia. Qualcuno accoglierà queste parole con un’alzata di spalle (“I giornali raccontano balle, queste cose sono sempre avvenute”). E via, come se nulla stesse accadendo. Niente può essere più dannoso di questa superficialità finalizzata a massimizzare il profitto oggi, senza pensare al domani. Cosa possiamo fare come donne e uomini delle Alpi? Possiamo fare piccole cose e, soprattutto, non farne altre. Cosa non fare.
Conserviamo e modernizziamo gli impianti di risalita esistenti, non costruiamone altri (i mirabolanti progetti di alberghi sulle vette e funivie per andare in montagna “seduti”), non costruiamo nuove piste “agro-silvo-pastorali” (strade per rombanti fuoristrada che raggiungono seconde case). Lasciamo libera l’acqua (bene comune e non occasione di profitto privato). Cosa fare. Dare valore alle “terre perdute” (giovani donne e uomini scommettono la vita su nuove forme di microeconomia). Dare valore al turismo naturalistico e culturale (le Alpi come un mondo “diverso” dalla città). Difendere e tutelare strenuamente ogni forma di biodiversità o habitat naturale minacciato (la “diversità” della vita come risorsa collettiva). Invito tutti a leggere due testi.
Innanzitutto “Laudato si’”, l’enciclica di Papa Francesco sulla Terra come “casa comune” dei viventi, la prima ad essere scritta non solo per i cattolici, ma per tutti gli uomini. Il secondo sono i quattro documenti approvati in questi anni dal consiglio centrale del Club Alpino Italiano: per le Alpi e le terre alte d’Italia indicano la rotta (cambiamenti climatici e neve; biodiversità, aree protette ed economa montana; transizione energetica ed energie rinnovabili; boschi e foreste). Parole che invitano ad agire. Guglielmina “dell’alpe Serena” è una vecchia contadina che ha vissuto la gioventù su un alpeggio della Val Grande. La vita le regalò poche gioie e tanti dolori. Oscar Lux, veterinario che nella vita ha curato uomini e animali, la fa parlare in un recente romanzo. “L’uomo non può vivere senza avere sotto gli occhi, almeno una volta, lo spettacolo della natura.
Chi deve vivere nel chiuso delle fabbriche o degli uffici dovrebbe avere un giardinetto, anche piccolissimo, dove spiare in primavera i fiori che sbocciano in un vaso e poi sognare di essere nella foresta.”


Foto Veeterzy

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