La neve buona
Siamo alla fine di questo inverno balordo, caratterizzato da scarse e tardive nevicate e da grande gelo. Un’altra stagione di sofferenza per le nostre stazioni turistiche che in questi anni stanno cercando a fatica di definire una nuova identità e di adattarsi ai cambiamenti climatici e sociali.
Uno sguardo indietro può aiutare, perché è stata la neve (presente da sempre negli inverni sulle Alpi) l’attrice di un grande cambiamento. Il rapporto con la neve, per gli uomini delle Alpi fu per secoli di ostilità, di disagio dovuto all’isolamento, di paura delle valanghe (un pericolo incombente con il quale i montanari hanno imparato a convivere). Scrisse uno stupito cronista ottocentesco parlando di un villaggio ossolano: “… l’inverno è un inverno di orrore, di gelo continuo e continua prigionia. Le nevi vi salgono sovente in una notte a tre metri d’altezza, e gli abitanti od entrano nelle case per le finestre, od aprono gallerie di comunicazioni scavate sotto la neve”. La memoria storica racconta le tragedie della montagna: le straordinarie nevicate del 1888 (l’anno “dei tre otto”), le enormi valanghe del 1951. A trasformare l’inverno delle Alpi furono, agli inizi del Novecento, gli sci. “E i bambini sciano prima di aprire il sillabario e quando vanno a scuola si divertono a saltare come camosci dai muretti di sostegno; e il sacerdote visita i parrocchiani delle frazioni con gli sci, e i guardiani delle dighe e dei laghi salgono ai loro rifugi con gli sci, e sciano i capi operai, i capimastri, gli ingegneri; e sciano il dottore e l'impiegato postale, e le giovinette e i vecchi. In Formazza chi vuol vivere deve sciare”. Non solo in Val Formazza. Anche a Macugnaga e su tutte le Alpi. Gli sci cambiarono anche la visione della neve: da fonte di paura a terreno di gioco, da barriera di isolamento a frontiera di apertura, occasione di affermazione sportiva e sociale. Gli sci hanno cambiato la percezione dell’inverno. Se le origini dello sci nelle valli dell’Ossola è in Val Formazza, dove negli anni ‘20 e ‘30 del Novecento si afferma il mito della “valle invincibile” impegnata per vent’anni in un’inesausta e vincente sfida con Cortina d’Ampezzo, è a Macugnaga nel secondo dopoguerra che nasce la prima stazione turistica invernale dell’Ossola. In un decennio gli impianti di risalita cambiano il volto di Macugnaga, l’economia e il tessuto sociale. Nel 1952 apre la seggiovia del Belvedere e l’anno seguente viene inaugurata la prima stagione turistica invernale; nel 1962 apre la funivia del Monte Moro; nel 1963 quella dei Piani Alti di Rosareccio. Il 1961 è un anno-simbolo del cambiamento epocale che stava avvenendo: chiudono le miniere d’oro di Pestarena e apre la Scuola Sci Macugnaga. Le Alpi perdono definitivamente la funzione produttiva per assumerne una nuova: quella della ricreazione, del divertimento, del turismo. Le Alpi come parco-giochi per gli uomini della città. Il primo maestro di sci e fondatore della scuola è stato Alberto Corsi, ancora oggi un campione straordinario (“Io facevo il sarto, ma l'avvento della seggiovia ha cambiato il modo di vivere di noi giovani di allora”). Oggi anche i grandi caroselli sciistici incontrano difficoltà e pare delinearsi una rivalutazione delle piccole stazioni in grado di soddisfare nicchie di mercato d’alta qualità. Ma la neve non basta più. Ad essa va abbinato altro: la cultura, l’accoglienza, l’ambiente. La ricerca di un nuovo modello di sviluppo è difficile e ancora in corso. La risposta non è ancora stata trovata.