François Cazzanelli
Ci vuole poco a capire che tipo è François Cazzanelli. Basta ascoltarlo quando risponde a una domanda che arriva dal pubblico al termine di una serata intensa, quella del 28 giugno scorso, durante la quale il grande alpinista ha intrattenuto il pubblico di Domobianca 365 in un evento organizzato da Val Brevettola Skyrace in collaborazione con il CAI di Villadossola.
“Hai siglato il record di salita e discesa dal Manaslu, uno dei grandi 8000. Quanto ci hai messo?”. François è in grado di raccontare per filo e per segno ogni sua avventura: i dettagli delle salite trasudano di un amore intenso per l’alta montagna. Ma il tempo in questione proprio non affiora. “Mah, io i tempi non li ricordo mai, faccio sempre un po’ di confusione”.
ESEMPIO DI UMILTÀ
È un piccolo frangente che lascia emergere il ritratto di un ragazzo schietto e concreto: uno che non racconta le proprie imprese in modo tronfio e borioso, come fossero medaglie da mettersi al collo, ma sa trasmettere l’energia e la passione che sorreggono il suo modo di vivere l’alpinismo. Forse è questo che lo rende meno mediatico di altri, nonostante siano ben pochi gli alpinisti in grado di conciliare una potenza aerobica e una qualità tecnica come le sue. I suoi record di velocità riguardano essenzialmente salite tecniche e complesse, come quello all’Ama Dablam, o il concatenamento delle quattro creste del Cervino. Ma ancora più affascinanti sono le aperture di vie nuove, come quella sul pilastro rosso del Brouillard e sullo scudo del Cervino, piuttosto che le straordinarie spedizioni extraeuropee: dal Sichuan al Sudamerica, dal Pakistan al Nepal.
FALLIMENTI E RIPARTENZE
Guida alpina di 34 anni, nato e cresciuto a Cervinia, Cazzanelli ha una grande capacità di raccontarsi in modo trasparente. Unisce nella stessa conferenza l’apertura di una nuova via in invernale sull’Aiguille Noire di Peuterey a un insuccesso come l’ultima spedizione all’Ogre, in Pakistan. “Alpinismo significa mettersi in gioco, consapevoli che le cose possono anche andare male e bisogna saperlo accettare”. La sua prossima spedizione, in programma ad ottobre, parte proprio da un obiettivo mancato. “Ho già provato e fallito l’inviolato Kimshung due volte – ha raccontato. - L’ultima nel 2016, quando sono stato colpito da una scarica di pietre che mi ha causato una profonda ferita al braccio. Ci riproverò con un team composto dai miei abituali compagni di cordata, affrontando un brutto trauma del passato che voglio superare”.
UNA MONTAGNA IN EVOLUZIONE
Da parte sua, però, resta una grande attenzione per l’evoluzione del modo di frequentare la montagna. Non potrebbe essere diversamente per una guida alpina che, in passato, ha trascorso tanti anni da atleta di scialpinismo (è stato nella nostra selezione nazionale) e che oggi è tra gli organizzatori del noto Trofeo Mezzalama. “Le competizioni in montagna restano una mia passione – racconta a margine della conferenza – e rappresentano in certi casi un’evoluzione del modo di vivere questi territori. Lo skyrunning ne è un esempio: il fascino che esercita è eccezionale, ma naturalmente richiede consapevolezza”. Il tema della sicurezza in montagna a lui, che è anche un tecnico di elisoccorso, sta ovviamente a cuore. “La velocità per un alpinista è una qualità, che non deve prescindere dalla consapevolezza. Il rischio in montagna, come nella vita, è qualcosa di impossibile da azzerare: l’unico modo per abbassarlo è conoscere profondamente ciò a cui si va incontro. Anche questo fa parte del rispetto per sé stessi e per la montagna”.
