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Giovani spalloni, contrabbandieri fuorilegge

Durante le riprese del documentario “Il contrabbando non è peccato”, degli autori Nicola Buffoni e Alessio Cusano, sono stati ritrovati preziosi documenti che testimoniano un periodo storico che è passato e che appartiene alla memoria degli ultimi spalloni e finanzieri.

Quando siamo andati a trovare Giacomino Sandretti nella sua casa di Croppo, ci ha mostrato il suo manoscritto, “Giovani Spalloni- Contrabbandieri fuorilegge”, che abbiamo deciso di pubblicare integralmente a ricordo di quegli anni.

“Chi legge potrà pensare: Storie come tante, solo che si rischiava la vita e la prigione. Uomini senza lavoro, giovani che non si rendevano conto di quello che stavano facendo e di ciò a cui andavano incontro. Questa è la storia che racconterò, durata per me tre anni, ma intensa di emozioni, dolori e dopotutto di soddisfazioni”

L’inizio della mia avventura da contrabbandiere e la morte di Giuliano Olzer

Nel 1961, andai a lavorare in Val Bognanco per la forestale, ma finita la stagione ritornai a casa. Un giorno incontrai Giuliano Olzer, (un ragazzo anzaschino mio vicino di casa), e parlando, mi chiese se avessi voglia di andare con lui a fare dei “viaggi”, cioè di andare a prendere delle sigarette di contrabbando in Svizzera e di portarle in Italia. Senza pensare alle conseguenze e siccome ero a casa accettai subito. Due giorni dopo partimmo. Non dormii per niente quella notte al pensiero di cosa mi aspettava il giorno dopo. Mio padre non sospettava nulla, solo mia mamma lo sapeva.
Il mattino dopo, insieme a Giuliano Olzer, Alberto e Aldo P., prendemmo il treno a Domodossola e arrivammo a Briga.
Una volta arrivati a Briga, ci recammo in un grande magazzino di sigarette, dove preparammo la bricolla. Io non sapevo come si faceva a preparare questo sacco, per cui mi aiutò un mio compagno. Una volta pronti, il padrone del magazzino caricava sul suo furgone le bricolle e ci accompagnava fino a Saas-Almagell. Durante il viaggio ci fermavamo a preparare un bastone per affrontare la montagna e per fare colazione. Da Saas-Almagell alla diga di Mattmark prendevamo il pullman e poi eravamo pronti per il lungo viaggio fino al Passo Mondelli, ma poi, giunti nel versante italiano bisognava stare attenti alla Guardia Di Finanza. Per un po' di tempo i viaggi furono tranquilli e senza pericoli, ma un giorno mentre eravamo sulla macchina, che da Briga ci portava a Mattmark, ricordo che Giuliano O. ci diceva: “ho come un presentimento. Un giorno o l'altro mi succederà qualcosa”.
Passarono alcune settimane, ma il 6 ottobre 1962, Giuliano rimase ucciso da un finanziere sulla bocchetta dell’Antigine. Durante quel fermo, la Finanza intimò di mollare le bricolle, allora Giuliano si fermò per slacciare il suo sacchetto dal sacco, e il finanziere pensando che estraesse qualche arma gli ha sparato. È morto sul colpo. Al mattino presto Rinaldo B. mi chiamò per andare in Antrona e così arrivammo a piedi fino all'Antigine dove successe il fatto. Non mi sembrava vero che Giuliano fosse morto. Arrivati nel luogo dell’accaduto, lo abbiamo visto disteso vicino alle bricolle e intorno al corpo vi erano le Guardie di Finanza. Solo nel pomeriggio e dopo il disbrigo delle pratiche burocratiche fra polizia svizzera e italiana, ci hanno dato il permesso di trasportare il corpo a valle.
Lo abbiamo caricato su una lastra di ferro legato sotto, uno davanti, uno dietro e uno che lo teneva con la corda, perché il corpo non scivolasse. Il terreno era ripido e arrivammo alla diga del Cingino, dove il corpo è stato caricato sulla teleferica collegata alla diga di Campiccioli. Non riesco a descrivere quello che ho provato nel vedere quel corpo partire: si vedevano solo gli scarponi e il rumore delle carrucole sospese nel vuoto. Non ho mai dimenticato l'uomo che mi aveva istigato a fare il contrabbandiere. Adesso non c'era più.

La carta d’identità

Ormai ero in prossimità del servizio militare, ma la carta d'identità non me la rinnovavano più per l’estero. La voglia di andare in Svizzera e di viaggiare, (allora si guadagnava 15.000 lire a viaggio), era tanta, al punto di rinnovare io stesso la carta d'identità. L' ho falsificata di un anno e per un po' di tempo è andata bene. Un giorno insieme a Augusto Berno arrivammo a Briga, ma nevicava forte e così non abbiamo potuto passare la frontiera. Ci fermammo a Briga, dove dormimmo nel sottoscala del magazzino sperando che l'indomani il tempo migliorasse, ma invece nevicava sempre più forte.
Riprendemmo il treno e tornammo a casa. Giunti a Iselle andai in bagno per evitare il controllo dei documenti, ma un Grenz svizzero probabilmente mi vide e aprì la porta. Mi chiese il documento, lo consegnai, lo guardò e nel riconsegnarmelo notò un particolare. Allora mi domandò: “Qui cos’è?”. Io non risposi e me lo richiese. Ho capito che si è accorto che il documento era stato falsificato, allora gli risposi che lo feci io. Iniziò a farmi la morale, ma vedendomi veramente pentito e giovane, alla fine non mi ha portato in ufficio per il verbale. Per fortuna era da solo, se fossero stati in due avrei dovuto fare sei mesi di prigione per falsificazione di documenti. Arrivati a Domodossola e preso il pullman, Augusto Berno non parlò per tutto il viaggio, era più scioccato di me e mi ripeteva di non farlo più.
Ora non mi fidavo più a prendere il treno, allora con Piergiorgio Novellini, decidemmo di passare la montagna dal Monte Moro e di scendere alla diga di Mattmark. Io presi la carta d'identità di mio fratello Mario e incollai la mia foto. Arrivati alla diga, incontriamo un gendarme che ci domanda il documento: su un block-notes segna il nome di mio fratello: “Mario Sandretti”. Nel frattempo aspettiamo il pullman e gli altri contrabbandieri che ci avrebbero portato la nostra bricolla. Poco dopo incominciò a nevicare e dunque non si fidarono a scendere dal Passo Modelli, a causa della troppa neve. Tornarono tutti indietro, tranne io e Novellini, che invece fummo costretti a salire la montagna. Eravamo degli incoscienti, perché dalla diga al Passo Modelli avremmo potuto trovare due metri di neve. Per fortuna man mano che salivamo la neve diminuiva e arrivati al Passo Modelli spuntò la luna. Sembrava giorno. Sentivo un grande sollievo, ormai eravamo a casa, non nevicava più e ce l'avevamo fatta. Tutti gli altri tornarono a casa in treno.
In un altro viaggio, io e Novellini, trovammo il sistema per evitare il controllo dei documenti. Arrivati a Iselle scendevamo dal treno e guardavamo dai finestrini quando le guardie erano passate per poi salire di nuovo. Alcuni contrabbandieri erano diventati davvero dei fuorilegge, mi ricordo che un giorno eravamo arrivati a “Corte Vecchio”, dove abbiamo dovuto nascondere le bricolle, perché c'era la Finanza. Dopo un paio d’ore, quando tornai per recuperarle, non c'erano più. Il mio sacco era slegato: mi avevano portato via alcune stecche. Un mio compagno che aveva messo il suo sacco vicino al mio era arrivato al punto di rubare ad un suo compagno di viaggio.
Un altro giorno facendo il Passo Mondelli, (in quell’occasione eravamo in cinque della nostra squadra), arrivammo sopra “Corte Vecchio”. Ad un certo punto saltarono fuori i Finanzieri con i cani, spararono e gridarono di lasciare le bricolle. Fuggii in salita, ma un cane mi corse dietro. Prima di lasciare la bricolla sono riuscito a portare via qualche stecca di sigarette, poi mi dileguai. Anche tutti gli altri scapparono lasciando il carico.

Gli itinerari e la solidarietà tra spalloni

L’itinerario non era sempre lo stesso, a volte facevamo il Passo Mondelli, a volte quello dell’ Antigine per giungere poi al Pizzo San Martino. Questo era un percorso molto lungo. Una volta, insieme a Giuliano, Alberto e Giancarlo T., abbiamo dovuto dormire all’ “Alpe Col” e poi all'alba siamo partiti arrivando a Croppo.
Dal Passo dell’Antigine, quando scendevo per arrivare a “Prednon”e mi giravo a guardare da dove ero sceso, non mi sembrava possibile. C'erano dei salti da far paura. Arrivati a “Prednon” tornavamo in su per arrivare all’ “Alpe Mot” e giù a Prequartera, poi attraversavamo il fiume a case Opaco e giungevamo a Croppo.
A volte facevamo il Passo dell’Antigine, poi il Passo delle Lonze per arrivare così a “Cortenero”, alla “Garè” e infine a Canfinello. Era un sentiero molto lungo e faticoso, eppure quando eravamo a casa mi veniva voglia di ritornare. Forse, perché mi piaceva il rischio e poi si guadagnava in una giornata i soldi che un operaio guadagnava in un mese.
Mi ricordo un episodio al Passo Mondelli durante un viaggio. La mia squadra incontrò una squadra della Valle Antrona e notai un giovane spallone esausto. Era stanco, forse non stava bene, aveva lasciato la sua bricolla e nessuno dei suoi compagni lo aiutava, allora io oltre al mio sacco ho portato anche il suo da “Corte Vecchio” fino alla strada, facevo fatica ma ce l'ho fatta.
Il giovane mi ha ringraziato, io non ho mai saputo il suo nome e non lo vidi mai più, ma sono certo che lui si ricorderà di me. II contrabbandiere nella notte, può contare solo sulla luna, che ti da una mano e la forza di continuare.
Un’altra volta sotto il campo a “Prednon” non vedemmo più Carlo Carelli. Abbiamo aspettato un pò, ma stava diventando buio. Alcuni se ne andarono, ma io tornai indietro a chiamarlo. Alla fine mi ha sentito, i suoi occhi brillarono e poi scese con me. In questo caso, posso affermare che non tutti hanno un cuore e molti pensano solo a loro stessi.
Tra l’ “Alpe Mot” e Prequartera, bisognava prestare attenzione a un canale in mezzo alla boscaglia. Un mio compagno lanciò un sasso mentre io ero girato verso di lui. Il sasso mi sfiorò e colpì il sacco. Caddì per alcuni metri all’indietro. Non mi feci niente, ho avuto solo un grande spavento.
In quegli anni la delinquenza ormai stava emergendo. Una sera abbiamo nascosto le bricolle in una cascina a Croppo, ma all'indomani non c'erano più. Un’altra volta quattordici spalloni hanno lasciato le bricolle in un garage a Canfinello e anche in questo caso il giorno dopo erano sparite. Una persona, si travestiva da Finanziere e fermava le macchine che erano cariche di sigarette, sequestrava il tutto e cosi vendeva due volte la merce.
I mandanti, cioè coloro che facevano viaggiare gli spalloni, segnalavano alla Finanza il passaggio di una squadra per fare in modo che venissero presi. Ormai si era creata un tale concorrenza che uno cercava di eliminare l’altro.

Lometti-Vanoli-Novellini-Sandretti

Le disgrazie e la vita in Valle

Diverse furono le disgrazie, oltre a Giuliano, ricordiamo anche Teresio Zani di Castiglione che morì al Passo Modelli, travolto da una valanga. Era buio, i suoi compagni lo hanno cercato e chiamato, ma senza risposta. Il giorno dopo il soccorso di Macugnaga lo ha trovato sotto la neve ancora con il sacco sulle spalle. Un finanziere è morto sopra Corte Vecchio, Giovanni Meloni è deceduto alla diga di Mattmark travolto da neve e sassi, erano tutti sposati e avevano figli piccoli; Capelli di Castiglione ha perso un occhio a causa di un razzo sparato dalla Guardia di Finanza per illuminare la notte.
Dopo tutte queste disgrazie, occorre dire che negli anni ’60-’63 si viveva anche grazie al contrabbando, infatti i bar erano pieni di contrabbandieri. Spendevamo in valle e i soldi non mancavano, in quegli anni non si badava a spese, perché il giorno dopo si ripartiva per un altro viaggio. Alcuni riuscivano a farne sei alla settimana, ma allo stesso tempo c'era chi risparmiava e riusciva a costruirsi la casa con i soldi del contrabbando.
Mi piaceva viaggiare in inverno con la neve schiacciata: sentivi sotto gli scarponi la neve fischiare e poi dal Passo Mondelli scivolavamo con la bricolla fino in fondo al campo. Certo che se ti facevi male o non stavi bene, non c'era niente per chiamare i soccorsi.
Un inverno la Finanza di Baceno, definita “la volante” e costituita da giovani addestrati, si nascose in alcuni buchi scavati nella neve per aspettare gli spalloni. Il primo davanti, chiamato staffetta, lo lasciarono passare, (ricordo che fosse Giuseppe Olzer), perché sapevano che poco più tardi sarebbe arrivato il gruppo. Infatti, stavano scendendo dal Passo Mondelli, e quando giunsero al campo la Finanza sbucò dalla neve e fermò tutti gli spalloni. Quella volta erano in diciassette e per portare via i sacchi, hanno dovuto caricarli su un camion a Ceppo Morelli, mentre gli spalloni gli hanno lasciati liberi. Dopo questo fatto, un colonnello della Finanza ha voluto andare al Passo del Moro e ha visto con i suoi occhi la fila dei contrabbandieri che salivano dal Tälliboden e rimase stupito. Non credeva che su questo confine esistesse un contrabbando di massa. Fu in quell’occasione che diede ordine di prendere oltre alla merce anche gli uomini, per terminare questo smercio di sigarette fuorilegge.

L’arresto e la decisione di smettere

Una sera mi recai in macchina a Ceppo Morelli per caricare sei sacchi da portare a fondovalle. Era buio e quando arrivai in prossimità del bar-ristorante Concordia di Vanzone, trovai un posto di blocco della finanza. La jeep era di traverso sulla strada e diversi Finanzieri con la paletta mi fecero segno di fermarmi. Sentii un colpo al cuore, frenai e nel mentre guardai se c'era un varco per passare, ma era tutto bloccato. Mi fermai e misi la retromarcia, volevo fuggire per salvare la macchina e le bricolle, ma fu impossibile: dopo cinquanta metri sei finanzieri mi speronarono con la jeep. Aprii la portiera per fuggire, ma mi bloccarono immediatamente. Fui portato in caserma a Macugnaga e dopo essere stato interrogato, fui rinchiuso in prigione nella caserma dei Carabinieri.
Non ho dormito niente e mi sembrava che il mondo mi fosse crollato addosso. I miei genitori a casa non sapevano niente e il giorno dopo fui rinchiuso nella prigione di Domodossola. Ricordo ancora il rumore dei cancelli a doppia protezione e la cella. Una brandina, un lavandino e poi la porta che si chiuse. Rimasto solo cercai di capire quello che era successo, ma più di quel tanto non riuscii, perché i pensieri erano confusi e ti accorgi solo con il passare delle ore, dei giorni, delle notti che questi istanti non finiscono mai. Potevo uscire per un'ora, durante la cosiddetta ora d’aria. Si trattava di un locale senza soffitto per poter vedere il cielo. Di solito ci trovavamo in cinque e scambiavamo due chiacchiere, ma era subito ora di rientrare in cella.
Dalla finestra vedevo la Val Bognanco proprio dove ero stato a lavorare. Dei miei non sapevo nulla e solo dopo quindici giorni è venuto a farmi visita mio fratello Alberto, per dirmi che avevano parlato con un avvocato, il quale avrebbe lavorato per farmi uscire di prigione. Intanto i giorni passavano e dopo un mese, sono tornato a casa. Mi ricordo che mio padre non mi disse nulla, forse aveva capito che a quei tempi non c'erano molte possibilità di lavoro per i giovani e che dopotutto non sono andato in prigione, perché ho rubato, ma perché ero un contrabbandiere e le sigarette si pagavano. Noi le trasportavamo.
La macchina non l'ho più vista e dopo qualche mese sono dovuto andare a Torino per la condanna definitiva, ma tutto finì li. Avevo già scontato il mio debito facendo un mese di prigione.
Ora dovevo organizzarmi con il lavoro, dimenticare e soprattutto riflettere su quello che stavo facendo. Dopo questa esperienza mi sentii molto più responsabile. Ora posso dirvi che quando si è giovani non si pensa a niente e si segue solo l'istinto. La vita continua e bisogna sempre andare avanti. Iniziai a lavorare, ma la voglia di viaggiare ancora non mi era passata. L'avevo nel sangue. Dopo la prigione avevo comprato un’altra macchina, una Fiat 124, e andai ancora in Svizzera. Dopo ho preso una seconda macchina, una Lancia Flavia Coupé 1.800 Blu. Così mi trovai con due macchine e smisi di fare il contrabbandiere. Ormai non conveniva più.

Una nuova vita

A metà degli anni ‘60 a Macugnaga si era sviluppato il turismo. Negli anni ’63-’70, scoppiò un boom di costruzioni e a fondovalle aprirono i primi stabilimenti. Il lavoro aumentò e gli uomini trovarono un posto in fabbrica o nel settore dell’edilizia, così il contrabbando rimase per sempre nella storia di ognuno di noi.
Di storie ce ne sono tante e in tutte le valli, io ho raccontato la mia, ma posso dirvi che quando ci penso mi sale un pò di nostalgia, perché una parte della mia giovinezza l'ho vissuta da “contrabbandiere fuorilegge” senza rendermene conto.
Rimpiango con nostalgia la soddisfazione che lasciavano dentro di me i luoghi appena descritti o la notte al chiaro di luna e di stelle. Così vicine che mi sembrava di toccarle. Il rischio era ben pagato, però al mattino quando partivi da casa non sapevi se ritornavi. Le insidie della montagna erano tante. I burroni, il gelo, la tormenta, le valanghe erano pronte a colpirti in ogni momento, ma noi queste cose non le percepivamo.
L’alba e il tramonto con le loro sfumature di colori, indicavano la strada solitaria, la strada della vita o della morte.
Alcuni dei nostri compagni al Passo Mondelli hanno costruito una cappelletta a ricordo dei caduti con le loro fotografie e i loro nomi.
Ogni anno, il 17 Agosto si celebra la messa, circondati da contrabbandieri e da Guardie di Finanza. In quel momento, non ci sono distinzioni. Nella preghiera si è uniti in un solo pensiero.
Noi la montagna l'abbiamo nel cuore, loro la montagna l’hanno raggiunta in Paradiso e sono certo che da lassù vegliano su di noi come noi non ci dimenticheremo mai di loro. Noi siamo testimoni e dobbiamo raccontare ai nostri figli queste storie; così come le storie di gente di montagna che ha dovuto emigrare per cercare lavoro. Un giorno torneranno nelle loro valli e quando non ci saranno più, qualcuno porterà loro un fiore, poi il fiore appassirà, ma poi rinascerà. Di noi invece rimarrà solo un ricordo lontano, di giovani spalloni “contrabbandieri fuorilegge”.

Rinaldo Botti - Giuliano Olzer - Lino Fracei - Aldo Negri -Alberto Olzer

Negli scatti fotografici di quanto scritto, si notano lo persone di montagna. Ognuno di loro ha la sua storia e sono sicuro che vorrebbero raccontarla. Io li conosco, è gente decisa, gente che sa cosa vuol dire fare il contrabbandiere o lo spallone
Era solo questione di sopravvivenza, perché non c'era altro ed è per questo che oggi nel pensare a quei canti, si pensa con nostalgia a quegli anni. Per noi era tutto e non lo dimenticheremo mai.

Giacomino Sandretti

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