Come arrivò la peste in Ossola nel XVII secolo?
Mercanzie con bollette di franca provenienza
Nel 1878 lo storico Enrico Bianchetti scrisse un libro che rimane ad oggi una pietra miliare nella storiografia ossolana: L’Ossola inferiore – Notizie storiche e documenti. Per la prima volta il libro separava le fonti documentarie e archivistiche, pubblicate nel secondo volume, dall’interpretazione dello storico, superando così la tradizione ottocentesca delle “patrie memorie”. Ancora oggi, a 140 anni dalla pubblicazione, l’opera è fonte di fertile confronto per gli studi. La prosa di Enrico Bianchetti, precisa e graffiante, risulta inoltre di piacevole lettura. Dal libro estraggo alcuni brani che illustrano il contesto sociale e le modalità di trasmissione del contagio. Buone letture.
Ben più l'inclemenza delle stagioni
Le continue guerre, la istituzione delle milizie delle terre, le truppe accantonate nelle campagne, che tutto mettevano a ruba ed a soqquadro; i maggioraschi ed i fidecommissi; i latifondi in mano a confraternite, a preti, a frati, che paghi di vivere alla giornata ne trascuravano la coltivazione; i soverchi beni dei comuni, cui tutti a mano salva mandano a male e nessun cura; le gride balorde, ridicole, che inceppavano il commercio e la produzione; le leggi annonarie dannose; le imposte ed i balzelli esagerati siffattamente, da indurre non pochi ad abbandonare al fisco le terre, anzi che pagarne le imposte; per ultimo l'avidità e l'inettitudine di governatori ignoranti, che il monopolio delle granaglie elevavano a sistema di provvidenza, furono, ben più l'inclemenza delle stagioni, le principali cause di quelle carestie, che tanto funestarono la Lombardia durante il pessimo governo spagnuolo.
E non di meno moltissimi furono gl'infelici morti per fame
E moltissimo n'ebbero a soffrire anche le nostre popolazioni, stanziate in una regione sì povera ed alpestre. Sin dall'anno 1585, come notò il Giavinelli più volte citato, “la seghela si vendeva sopra il merchato comunamente lire sette per caduno stajo, ed a credenza si pigliava per duoi ducatoni et di più, mentre l'anno innanzi era venduta a lire due allo staio. Nell'anno seguente era già salita al prezzo di lire nove, nè per alcun verso se ne trovava a credenza”. Ma peggio ancora fu nel 1628, al tempo di quella fierissima carestia, con tanta verità storica narrata dallo inimitabile Manzoni. Imperocché mentre in Milano, e nel più forte della penuria, la segale era venduta a poco più di sei lire allo staio, da noi dovevasi pagare in ragione di dodici lire, e fortunato chi poteva trovarne! I più furono anzi ridotti a cibarsi di farine ottenute col macinare la paglia delle biade, il fusto e i torsoli del grano turco, le ghiande dei faggi e delle querce, la buccia delle noci, gli acini dell'uva, e fin anco la corteccia dei roveri e di altre piante! E non di meno moltissimi furono gl'infelici morti per fame.
Alcune compagnie di soldati spagnuoli
In oltre, quasi che poco fosse un tanto squallore, furono di quel medesimo tempo spedite a stanziare fra noi, e a nostre spese, alcune compagnie di soldati spagnuoli, luridi, scamiciati, puzzolenti, affamati, ladri, maneschi, bordaglia da galera e peggio. Ed ai giusti e supplichevoli lagni di questa popolazione, fiaccata per tanta miseria per gl'indicibili stenti, come corrispose il Governo? Ai deputati nostri, che pallidi, estenuati, macilenti, si trascinarono a Milano per implorare misericordia, fu diniegato inesorabilmente persino il magro conforto di poter far sonare le voci loro al cospetto del Commissario Generale dell'esercito e del Governatore. Né qui finirono le angosce, poiché un altro ben più funesto flagello tenne dietro alla fame.
Quel morbo schifoso
La peste, quella malattia contagiosa e terribile, che, importata dall'Egitto verso la metà del VI secolo, devastò poscia moltissime fra le province d'Europa; quel morbo schifoso, che soleva manifestarsi colla apparizione di bubboni, di pustole maligne, di petecchie e di carbonchi su varie parti del corpo, e terminare colla morte spasmodica dell'infermo, aveva prima del XVI secolo risparmiate, o soltanto assai lievemente afflitte le contrade ossolane. Per testimonianza del Capis, la peste era comparsa primamente in Ossola nel 1513, poscia di nuovo e più fiera nel 1550; ma egli pare che punto, o poco ne abbia dovuto soffrire l'Ossola inferiore. Pare anzi che sia stata immune anche dalla peste del 1564, e da quell'altra famosissima del 1576, detta di San Carlo, la quale non pertanto aveva menato strage nel Vergante ed in altri luoghi del Lago Maggiore e della Riviera d'Orta.
Fu nel 1585, che quel malore cominciò ad invadere anche i nostri paesi. Il primo di settembre di quell'anno ne fu improvvisamente colpito il prete Antonio Morlengo, curato di Cimamulera; poscia il male si estese a quei terrazzani, de' quali morirono una terza parte. Si propagò in appresso a Castiglione, ove perirono il parroco Antonio Silvetti ed altre ventisette persone. Ma da quell'anno, per quanto risulta dalle poche memorie a noi rimaste, il fatal morbo più non aveva afflitta l'Ossola inferiore, benché più volte, e singolarmente negli anni 1611, 1612 e 1623, serpeggiasse nella vicina Svizzera ed in qualche luogo dell'Ossola superiore e di Valsesia. Se non che i solleciti e severissimi provvedimenti allora presi e mandati ad esecuzione, avevano potuto tenere da noi lontano il contagio. E così avessero valso anche nel 1630, nel qual anno la morìa fu grandissima anche fra noi.
Dopo avere il tremendo flagello vagato qua e là nelle campagne
Sul finire del 1629 le bande tedesche, discese in Lombardia per la guerra di Mantova e del Monferrato, fra le altre sozzure e calamità da esse recate, importarono eziandio la peste. Dopo avere il tremendo flagello vagato qua e là nelle campagne, giunto il nuovo anno, favorito da una primavera umida in principio e poi straordinariamente calda ed asciutta, irruppe finalmente anco nelle città e si sparse per tutto il contado. Vennero di quel tempo a stanziare nelle terre nostre e del Lago Maggiore alcune compagnie di soldati raccolte in Milano ed in quei dintorni, per il che si cominciò a temere con ispavento che ne fosse da costoro introdotto il contagio. Tornava conto al governo il far credere invece, che peste non era, né contagioso malanno; e questo non tanto per supina ignoranza, quanto perché non fossero incagliati i movimenti di truppe, che allor facevansi. Per il che misure non furono prese, o, se prese, riuscirono inefficaci.
Morirono a un tratto parecchie persone in Mergozzo
Ma infondati non erano quei timori, avvegnaché nel giorno 22 di maggio morirono a un tratto parecchie persone in Mergozzo; e furono quelle morti giudicate avvenute per peste, non solo dalla popolare credenza, ma eziandio dai medici di Domodossola, chiamati immantinenti sul luogo dal podestà di Vogogna. Scrive il Capis: “Ma perché quel male per l'horribilità sua, o per maggior castigo degli infetti, difficilmente vien creduto e palesato, perciò non mancarono giuditii contrarii, et parvero ad alcuni troppo pronte et rigorose le diligenze et provvisioni fatte dal podestà Gentil Guerra et Deputati, quando pur troppo dalli effetti si giudicò esser peste”.
Ed invero non molto appresso si ammalarono di peste altre persone, ed altri simili casi manifestaronsi in Domodossola e nelle vallate di Antrona, di Antigorio e di Divedro. Non di meno speravasi ancora di poter isolare e spegnere il contagio, quando per lo contrario ne fu invaso anche il borgo di Vogogna.
Una cassa colma di abiti e di biancherie
Il patrizio vogognese Gian Battista Lossetti era in Milano mentre quella città, per ostinazione dei governanti e contrariamente al parere dei medici, ancor non era stata dichiarata sospetta, e da essa giornalmente partivano le mercanzie con bolletta di franca provenienza. In quella per l'appunto giunse da Milano in Vogogna alla moglie di lui, Anna Francesca Alpino, una cassa colma di abiti e di biancherie. Tosto la cameriera, che prima ne aveva tolte le robe, ammalatasi dal fatal morbo, perì, quindi ne furono colpite in breve la padrona ed altre persone della famiglia, e per ultimo la morìa si sparse per il borgo e fuori. Giunto nel frattempo il Lossetti da Milano e udita l'infausta notizia, accorato si ritirò con parte de’ figli a Pieve Vergonte, e fu per tal maniera salvo da morte quasi sicura, poiché nella sola sua casa in Vogogna morirono ben diciassette persone.
E tanta fu la gagliardia del male
Cardezza ancora fu tra le terre ch'ebbero a maggiormente soffrire, essendo rimasta quasi al tutto priva di abitatori. E tanta fu la gagliardia del male in quel paese, che i morti venivano, senza pietoso accompa-
gnamento di preci, giù precipitati da un burrone in una profonda fossa naturale, cui più tardi soltanto ricoprirono di terra e di sassi. Nel giorno di S. Marco quella popolazione usa tuttavia di recarsi proces-
sionalmente a quel luogo, suffragandovi colle preghiere l'anima di coloro, de' quali ivi riposano le ossa.
In Mergozzo perirono 500 persone, e tra esse il curato Stefano De Margaritis; altre undici morirono nella frazione di Monte Orfano, duecento in Bracchio, centocinquanta in Candoglia ed Albo. Quante vite siano state mietute in Vogogna e ne’ paesi circonvicini, non ho potuto accertare, ma furono per certo assaissime. In Mergozzo la mortalità cessò nel giorno 3 settembre di quel medesimo anno; in Bracchio perdurò sino alla fine d'agosto dell'anno successivo; in Vogogna non ebbe a scomparire fuorché il 3 agosto del 1632. Egli è per questa ragione che in Vogogna perdura la consuetudine di fare in tal giorno una solenne processione col santissimo Sacramento: la qual processione è detta la festa dei Lossetti, forse perché in origine promossa da quella famiglia, che più di ogni altra fu colpita da quel flagello.
In mezzo alla universale desolazione
In mezzo alla universale desolazione, le terre di Ornavasso e di Pieve Vergonte ebbero la singolare fortuna di non avere pur un caso di peste. Perciò gli Ornavassesi, in adempimento di un voto, nello stesso anno 1630, ed in soli quaranta giorni di lavoro, innalzarono l'oratorio di S. Rocco, il quale sulla fronte ancor reca l'iscrizione: ex voto.mdcxxx. Medesimamente il popolo di Pieve Vergonte, grato a Dio del beneficio ricevuto, sui ruderi della chiesa primitiva riedificò in quell'anno l'attuale chiesa parrocchiale, come insegna l'epigrafe scolpita in marmo, sovrapposta ad una porticella laterale, verso montagna.