Una fantastica traversata dall’Alpe Devero a Macugnaga
La scorsa estate tre giovanissimi hanno percorso cinque giorni sulle montagne ossolane, dall’Alpe Devero a Macugnaga. Un percorso fra le Terre Alte dell’Ossola costellato di scenari meravigliosi, incontri mozzafiato e stupefacenti, violenti temporali e poca acqua da bere.
Una grande emozione quella vissuta da: Claudio Macchia: 18 anni. Tommaso Martinelli: 17 anni. Jacopo Pizzicara: 16 anni, tre ragazzi lombardi innamorati della montagna.
A Macugnaga abbiamo incontrato Tommaso che ha raccontato la loro avventura d’estate:
«Quando abbiamo scoperto che la route organizzata ogni anno dal nostro gruppo scout sarebbe stata annullata a causa dell’epidemia di Covid-19 ho deciso che non avremmo potuto trascorrere tutta l’estate fermi a casa. E quindi ho pianificato un percorso sulle montagne dell'Ossola, fattibile in totale autonomia e muniti di tenda.
Con queste premesse ho mandato ai miei amici un perentorio messaggio: "per chi ha tempo, voglia e gambe". E così ci siamo ritrovati all'Alpe Devero, con 90
chilometri da percorrere in cinque giorni e qualche migliaio di metri di dislivello, su e giù da una valle all’altra»
Come avete organizzato l'assistenza logistica, oppure avete fatto il tutto in totale autonomia?
«Siamo partiti con l’intenzione di fare affidamento quasi esclusivamente sulle nostre forze: eravamo muniti di tenda per i pernottamenti e di cibo a sufficienza per almeno quattro giorni, con il fornelletto ad alcool per cucinare. Avevamo comunque previsto di incontrare i miei genitori in alta val Bognanco per un piccolo rifornimento di cibo, in modo da poter rimanere sicuramente autonomi per le ultime tappe in alta valle Antrona. In realtà abbiamo apprezzato i numerosi punti di appoggio gestiti dal Cai lungo tutto il trekking: in particolare, abbiamo colto l’occasione per cenare e pernottare in comodità al rifugio Andolla»
La suddivisione delle tappe come l'avete studiata e realizzata?
«Il percorso è stato pensato da me con l’aiuto di Marco Piatti. Fondamentalmente abbiamo ricalcato le tappe stabilite dalla GTA e dal Sentiero Italia, con alcune varianti finalizzate ad allungare le singole giornate in modo da poter percorrere l’intero trekking in meno di una settimana. Inoltre, alcuni imprevisti in cui ci siamo imbattuti durante il cammino hanno fatto sì che il trekking si sia infine svolto secondo questo programma:
- Primo giorno: Alpe Devero - Alpe Vallè (Val Divedro)
- Secondo giorno: Alpe Vallè - Passo di Variola (alta Val Bognanco)
- Terzo giorno: Passo di Variola - Rifugio Andolla (Valle Antrona)
- Quarto giorno: Rifugio Andolla - Passo d’Antigine (alta Valle Antrona)
- Quinto giorno: Passo d’Antigine - Macugnaga (Valle Anzasca)».
Quale la difficoltà maggiore?
«Il momento di difficoltà maggiore risale al secondo giorno, quando ci siamo ritrovati senz’acqua nell’infinita salita da Varzo al Passo di Variola. La tappa era partita nel migliore dei modi, con una splendida alba all’alpe Vallè e una vista mozzafiato sulla Val Divedro dal Passo delle Possette. Dopo la lunga discesa fino a Varzo, dove abbiamo pranzato, siamo poi ripartiti per la nostra meta di giornata che inizialmente sarebbe dovuta essere, nei nostri programmi, l’alpe Lorino; e considerando la bassa quota di Varzo e il tratto percorso durante la mattinata, già arrivare fin lì sarebbe stato uno sforzo considerevole. Dopo aver superato l’alpe Salviggia, giunti all’alpe Selvanera di Dentro siamo stati informati da un alpigiano, della siccità che quest’estate stava caratterizzando la zona, ma abbiamo anche avuto la conferma che all’alpe Lorino avremmo potuto fare rifornimento di acqua. Consci delle informazioni ricevute, essendo una giornata molto calda e molto intenso era lo sforzo che stavamo compiendo, all’alpe Wolf abbiamo praticamente svuotato le nostre borracce. Arrivati all’alpe Lorino l’amara scoperta: fontana chiusa e che anche le
taniche all’interno del bivacco erano vuote. Dopo una breve pausa, abbiamo quindi deciso che non potevamo fermarci a dormire, poiché ci era avanzata solo mezza borraccia di acqua, conservata per un’eventuale emergenza. Pur stanchi e assetati, siamo quindi ripartiti alla volta della val Bognanco, con l’intenzione di accamparci al primo ruscello o, in caso di estrema necessità, raggiungere il rifugio San Bernardo.
Giunti al passo di Variola abbiamo definitivamente esaurito le riserve di acqua e, dopo essere scesi di quasi duecento metri, abbiamo trovato lungo il sentiero un ruscelletto che sgorgava poco sopra. Finalmente ci siamo fermati e, dopo aver controllato che l’acqua fosse limpida e bevibile, ci siamo dissetati e abbiamo riempito le borracce. Poiché quindi eravamo partiti alle 7.30 e ci siamo accampati alle 20.30, dopo una veloce e sostanziosa cena siamo andati a dormire stanchissimi, posticipando la sveglia del giorno dopo»
La tappa più impegnativa?
«La tappa più impegnativa è stata la quarta, che partendo dal rifugio Andolla ci ha condotto al Passo d’Antigine. Soprattutto, è stata la tappa più avventurosa. Siamo partiti alle 7 e arrivati al Passo delle Coronette di Camposecco abbiamo scoperto, immersi nella nebbia, che la discesa fino al sottostante lago era molto ripida e fattibile esclusivamente calandosi aggrappati, con la schiena rivolta verso valle, alle catene appositamente posizionate. Nonostante la difficoltà aggiuntiva causata dall’ingombro e dalla pesantezza dei nostri zaini da 13 chili ciascuno, dopo meno di tre quarti d’ora avevamo superato il tratto più difficoltoso, raggiungendo dopo un’altra mezz’ora il lago di Camposecco. Dopo una breve sosta all’omonimo bivacco ci siamo diretti verso l’ingresso della galleria del Cingino. Davanti alla porta di ferro ci siamo equipaggiati con pile, giacca e frontalino per poter affrontare l’interno della buia e umida galleria. Fin da subito ci siamo ritrovati a camminare in uno stretto passaggio affiancati dall’imponente condotta forzata, prestando particolare attenzione a non calpestare le innumerevoli pozzanghere lungo tutto il tragitto.
Percorsi tre chilometri in galleria, siamo quindi fuoriusciti nei pressi della diga del Cingino e poiché diluviava abbiamo pranzato nell’omonimo bivacco. Finalmente, dopo tre ore di pioggia, un momento di tregua ci ha spinti a ripartire verso il passo di Antigine, ma giunti a metà percorso siamo stati nuovamente sorpresi da un forte acquazzone accompagnato da un vento impetuoso. Abbiamo quindi deciso di fermarci, montando la parte impermeabile della tenda per poterci riparare dalle intemperie; dopo un’oretta la veemenza della pioggia è diminuita e abbiamo potuto riprendere il cammino, anche se con una visibilità quasi nulla. Verso le sei del pomeriggio abbiamo finalmente raggiunto la meta, e poiché nel frattempo anche le nuvole si erano notevolmente diradate, abbiamo potuto godere del meraviglioso panorama sulla valle di Saas e sulla valle Antrona che avevamo appena percorso».
Il ricordo più bello?
«Il ricordo più bello che conserviamo di questa avventura è senza dubbio la splendida vista all’arrivo al passo di Antigine. Dopo una tappa molto impegnativa è stato eccezionalmente gratificante vedere il cielo schiarirsi e tingersi nel rosa del tramonto, tanto da spingerci nonostante la fatica del giorno ad abbandonare gli zaini e a conquistare una piccola vetta sulla cresta che risale verso sud. Giunti in cima ci siamo fatti baciare dall’ultimo sole mentre assaporavamo con lo sguardo il percorso del giorno successivo che ci avrebbe finalmente condotto all’ultima meta del nostro tour».
L'incontro particolare fatto durante il cammino?
«Il nostro cammino è stato costellato da numerosi incontri particolari, ma quello che più ci è rimasto impresso è avvenuto nella galleria del Cingino. Dopo essere entrati e aver percorso alcune centinaia di metri senza incontrare anima viva, immersi nel buio rischiarato solo dai nostri frontalini e dalle flebili lampade al neon, improvvisamente abbiamo avvistato in lontananza una luce che si muoveva nella nostra direzione. Quando questa misteriosa figura è giunta abbastanza vicina da poter essere vista in faccia, abbiamo scoperto che sotto il casco si nascondeva un uomo di mezz'età, con la barba talmente impregnata di fango e roccia da sembrare che stesse attraversando avanti e indietro la galleria da anni. Dopo pochi istanti ha spento il frontalino e ha iniziato a parlarci in una lingua a noi incomprensibile, come se a causa della sua lunga permanenza in quella galleria si fosse dimenticato il linguaggio degli uomini e avesse imparato a parlare con le rocce. Dopo una breve ma intensa chiacchierata, di cui noi tuttora ignoriamo il contenuto, il nostro amico ormai soprannominato “roccese” ci ha infine abbandonato dirigendosi nella direzione opposta alla nostra, lasciandoci increduli e confusi».
Lassù sui monti fra silenzi e panorami incantati cosa vi è mancato della "civiltà quotidiana"?
«A noi, più che mancare la città quando siamo in montagna, manca la montagna quando siamo in città!!».
Avete già programmato il vostro prossimo trekking sui monti dell’Ossola?
«Covid permettendo, l’estate prossima torneremo sicuramente sui sentieri in compagnia. I nostri progetti comprendono la traversata della Corsica lungo il GR20 e naturalmente il Tour del Monte Rosa!».
I tre protagonisti:
Jacopo Pizzicara: 16 anni. Documentarista & cambusiere.
Col suo super cellulare immortala i momenti migliori e i paesaggi della route riprendendo le gesta eroiche del trio; unico superstite nella grigia Milano fa la spesa per tutti e affumica dell’ottima carne per una degustazione in quota “crunch, croccante!”.
Tommaso Martinelli: 17 anni. Ideatore & Condottiero.
Altro che Cesare in Gallia, nell’Ossola il corrispettivo è Tommi che con le sue mappe in pietra, l’altimetro e la racchetta rimasta intatta mantiene il gruppo sulla retta via anche in terreni impervi con sentieri poco segnalati.
Claudio Macchia: 18 anni. Mulo & Carro Armato.
Pur avendo lo zaino più piccolo, grazie alle magiche cinghie di compressione lo riempie con la maggior parte della spesa comune, il fornelletto e a metà strada anche con la tenda; durante il cammino si pone in testa al gruppo e con i suoi cingolati attaccati ai piedi dà il feroce passo che porta i tre su e giù da una valle all’altra in un percorso tutt’altro che noioso.