La mia montagna brucia
Odore di fumo, sapore di latte
Sciolgo i capelli prima di andare a dormire. Appoggio la testa al cuscino e vengo avvolta da un intenso odore di fuoco. È un profumo che solitamente amo: mi ricorda le mattine di lavoro in latteria, quando le fiamme alimentano per ore l’enorme pentolone pieno di latte.
Mi riporta alle prime giornate fresche dell’autunno, quando bisogna reimparare a conoscere la stufa e il fumo vince quasi sempre sul fuoco. O ancora, mi ricorda le notti attorno ai falò. Questa volta, però, quell’odore portava con sé un’emozione diversa, un altro vissuto.
Mi sentivo confusa, turbata. Curavo quelle fiamme ormai da una settimana; sembravano lontane, ma la loro potenza era evidente. Di giorno le cime fumavano, di notte si trasformavano in un angosciante spettacolo di fuoco da cui faticavo a distogliere lo sguardo.
L’incendio è scoppiato mercoledì 1° luglio e oggi, dopo quasi due settimane, ancora non è totalmente spento.
La prima fiamma, causata probabilmente da un fulmine, è partita dal Pizzo Proman, una cima di oltre 2000 metri sopra il comune di Premosello Chiovenda, per poi espandersi nel Parco Nazionale della Val Grande, l’area selvaggia più estesa d’Italia. All'inizio era lontano dalle case, ma tutto può cambiare in poche ore quando è la natura a decidere.
Il vento spingeva il fuoco verso il basso, rendendolo ogni giorno più grande e vicino.
La mancanza di acqua, il caldo anomalo, il vento e il secco delle piante sono stati tutti elementi che hanno agevolato l’espandersi dell’incendio.
Giovedì 9 luglio è arrivato quasi a casa nostra, a Capraga, un piccolo alpeggio nel comune di Vogogna, sopra il centro abitato di Colloro. Dalle 13 del pomeriggio il vento ha iniziato a soffiare più forte, cambiando le sorti della giornata.
Potevamo osservare il fuoco avanzare a vista d’occhio: fiamme altissime, fumo denso che copriva il sole e un'aria pesante, irrespirabile. Le prime baite sono bruciate. Di chi erano? Quale era la loro storia? Sparita, per sempre.
C’è qualcosa di affascinante che si crea nelle situazioni di emergenza; un senso di comunità profondo, più forte del solito. C’è qualcosa di tragico e meraviglioso nell’assistere alla potenza della natura.
Avevamo poco tempo. Tutte le persone ancora sugli alpeggi dovevano evacuare.
Come si sceglie cosa portare via da casa propria? Come si sceglie cosa salvare?
Per alcuni è stato facilissimo: gli animali! Bisognava salvare gli animali. Così le stradine di Colloro hanno iniziato a risuonare di campanacci. Un via vai di mucche, vitelli, asini, cani e capre che tornavano in stalla.
Per un pastore, però, era stato impossibile scendere da solo con quaranta capre. Istintivamente le ha liberate, portando con sé solo il cane e il formaggio. Per chi vive di allevamento, quelle forme sono preziose: sono il risultato di mesi di fatica, cura ed equilibrio. Un equilibrio sempre più precario.
Alle 18 il fuoco non si fermava, alimentando la paura. I Vigili del Fuoco aumentavano, insieme a Protezione Civile, Croce Rossa e Carabinieri. Mentre si diffondeva la voce di un’evacuazione totale per i 150 abitanti di Colloro, un gruppo di volontari AIB del paese di Colloro e Premosello Chiovenda, è risalito con il pastore per cercare le capre. Non era un’impresa facile. L’aria bruciava gli occhi, il caldo era soffocante, bisognava fare in fretta. E le capre, una volta libere sulla montagna, non si lasciano radunare facilmente. Ma bisognava tentare.
I più anziani e fragili sono stati evacuati per primi. Alcuni di loro, nati nel 1933, ripetevano di non aver mai visto nulla di simile in tutta la loro vita. Io ho aiutato a cercare una cantina fresca in paese per mettere al sicuro le preziose forme di formaggio, sistemandole sulle assi di legno.
Le ore passavano e Colloro diventava sempre più silenzioso. Ormai il buio era vicino, ed era arrivato anche per me il momento di arrendermi al volere del fuoco e salire in macchina per scendere a valle. Ma proprio in quel silenzio, all'improvviso, ecco i campanacci. Le capre stavano scendendo!
Vedere arrivare il pastore con il suo gregge è stato emozionante.
Erano solo in ritardo di qualche ora sulla tabella di marcia, e le capre lo sapevano: ogni sera vengono munte, e quella sera non faceva eccezione.
Ci siamo passati di mano in mano un bicchiere di latte fresco, tra gli ultimi rimasti in paese. Eravamo esausti, ma con qualcosa di più leggero nel petto. Quel gesto di condivisione, in quel momento, valeva tutto. Adesso eravamo tutti insieme.