Pascoli e pastori: storie di uomini e animali
Un ricordo dell’infanzia rimanda a mio padre che un giorno era salito all’alpe per controllare il palorcio e lubrificare il filo a sbalzo, non più con il grasso di marmotta come un tempo ma con la sùngia che comprava a Domodossola dal macellaio Ceschi. Era più una consuetudine che un’esigenza, perché da quel filo di balle di fieno non ne scesero più.
Salendo si era fermato nella vecchia casa dove, sotto il balcone, era appesa la sgheza. Era una “Testa di Turco” consumata nelle grandi pezze degli alpeggi di Prer e Colma. Sembrava una sciabola tanto si era ridotta, ma aveva un filo di un rasoio. A questo pensava mentre con il pollice e l’indice di entrambe le mani rollava carta e tabacco per una fumata. Andava con la mente agli anni ‘60. A quei tempi, aveva più di quarant’anni ma rimpiangeva quel periodo, anzi, si rammaricava di aver vissuto poco all’alpe Prer, perché lavorava in Val Grande a “buttar giù” alberi. Solo d’estate si tratteneva per la fienagione. La casera, dove vivevano, era appollaiata su uno spuntone ai margini di un abisso che aggettava in val Ghiaccia. La riparava un annoso faggio e un simulacro di staccionata dove la nonna appendeva l’immagine di San Venanzio che proteggeva dalle cadute. Era una casupola minuscola dove vivevano in sei. Ricordava che nel 1951 la Svizzera chiuse le frontiere per arginare la diffusione dell’afta epizootica che si era propagata in Ossola. “Un giorno arriva il veterinario per i controlli”, raccontava, “non mia ha detto né crepa né schjiòpa, ma Valda la mucca più bella della stalla l’ha scartata. Ho avuto poche lire per la mia mucca più bella! ‘Cosa vuoi pretendere per una mucca malata?’ mi ha detto intanto che la tirava giù per il sentiero. La vacca muggiva e guardava indietro. Muggivano anche le altre rimaste nella stalla”.
L’alpe adesso si è rimpicciolito come un vecchio anchilosato. Il bosco si è avvicinato alle case dimezzando i pascoli. Mio nonno Carlìn ha avuto dodici figli tra cui sette maschi, tutti muratori, però la casa dell’alpe Colma è crollata, disfatta tra le drose e le betulle, senza un futuro. Era la casa più bella dell’alpe. Questo fatto mi ricorda un documentario della Svizzera italiana dove si accenna a una famiglia della Valle Maggia ricca di tredici figli di cui nessuno è morto nel proprio letto. Le croci sui sentieri lo testimoniano ancora, ma bisognerebbe posare una croce anche per ogni casa crollata. Perché una casa significava fatica, a volte strenua, in quella vita feroce che vivevano. Una casa crollata è una tomba.
Nel 1957 il comune di Calasca Castiglione sfruttava le copiose sorgenti dell’alpe per alimentare il nuovo acquedotto. Una roggia, del tipo bissa vallesana, attraversava i pascoli e raggiungeva i nuclei dispersi di casere ai margini dei pascoli. Mio nonno, però, preferiva tirare da un fiasco il rasposo vino “mericanin” tanto, diceva “ul fa in grado pisè che l’acqua”. Da questi alpi, si scorgono a est i Corni di Nibbio come protuberanze ferrigne che rinchiudono la Val Grande. Erano il nostro orizzonte. Lui mi raccontava che dentro quella valle, anch’essa ricca d’acqua, vivevano decine di famiglie in 178 alpeggi. Pochi anni fa, nel 2018 è morto a Rovegro, a casa di un amico, Gabriele Fantoli l’ultimo alpigiano di quella valle e dell’alpe Scellina.
L’estate del 1969 è stata invece l’ultima stagione trascorsa all’alpe Serena da Pablìn Primatesta mitico alpigiano rimasto in Val Grande per settant’anni. A chi gli chiedeva lumi sulla sua salute, con l’ironia che lo distingueva, rispondeva: “sono malato ma all’esterno”. Anche questi ultimi alpi sul versante sinistro della Valle Anzasca hanno avuto delle figure simbolo che hanno tracciato un epoca.
Erano una donna, Menga (Domenica Badini) e un uomo, Scimòn (Simone Ticozzi) entrambi nati negli ultimi decenni dell’ottocento. Ancora oggi queste due figure sciamaniche rappresentano con forza l’identità degli alpeggi di Castiglione. Scimòn non rifiutava una scodella con la polenta o il riso e latte che consumava, grato, seduto su uno scalino sull’uscio della casera. Saziati i crudi morsi della fame abbrancava la sua fisarmonica unitonica e dava la stura al suo esiguo repertorio. Menga, con la sua personalità estroversa, ricorreva spesso a riti pseudo religiosi per placare la grandine o gli incendi, allontanare i temporali o mitigare il dolore dei lutti. Con una scodella d’acqua del rio Jelmala aspergeva uomini, cose e animali. Erano vestiti da far spavento, gli abiti erano coperti da toppe e da grossolane cuciture. Scimòn aveva rattoppato le scarpe con filo di ferro da armatura. Lidia Adobati, morta centenaria a Calasca nel 2015, da ragazzina era “serva” in Val Segnara. La vestivano con sacchi di juta usati per imballare il riso. All’alba, nelle fresche giornate estive, affondava i suoi piedi scalzi nello sterco caldo delle mucche al pascolo. Era una bambina! Dino Buzzati nel suo libro “Il Desero dei Tartari” scriveva: gli uomini, per quanto possano volersi bene, rimangono sempre lontani; che se uno soffre il dolore è completamente suo, nessuno può prendere su di sé una minima parte, Lidia l’ha imparato presto, sulla sua pelle.
Sugli alpeggi s’incontrano a volte manufatti in pietra che, proprio per la loro materia, resistono al tempo e testimoniano la fatica e la pazienza di uomini e donne che dedicavano la loro esistenza e perizia al lavoro “da stelle a stelle”.
All’alpe Colmine di Crevoladossola, povera di sorgenti, si trovano recipienti scavati nella pietra per raccogliere l’acqua piovana e scalinate costruite per scendere ad attingere nell’antro scuro delle cisterne. L’alpe Corone, nell’alta Valle Antrona, è composto da piccoli canvìtt ricavati sotto macigni che ne costituiscono il tetto. È l’alpeggio più alto dell’Ossola a 2.474 m sul livello del mare. Alcuni pastori rimanevano sugli alpeggi alti fino in autunno inoltrato quando la neve fitta faceva bianchi i pascoli, i tetti e gli alberi. Solo allora scendevano alle loro case ad aspettare la nuova stagione d’alpeggio con i formaggi che stagionavano nelle cantine, affidati a Sant Uguccione, patrono dei casari, a cui Pizzanco, in Valle Bognanco, ha dedicato il suo oratorio.