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Il Natale era tutto lì

Sulle Alpi vivono quattordici milioni di persone sparse su un territorio che sfiora i 200.000 km quadrati e che si estende per 1300 km dal colle di Cadibona,  o Bocchetta di Altare,  che li divide dagli Appennini, fino alla Sella di Godovici  in Slovenia dove, secondo la Suddivisione Orografica Internazionale del Sistema Alpino (SOIUSA), li separa dai monti Dinarici, attraversando otto stati.

Alcuni storici ritengono che il toponimo derivi dal latino albus (bianco)- che per deformazione è diventato alpus in riferimento alle bianche cime innevate che contraddistinguono le Alpi.
Pur nelle molteplici forme di espressione idiomatica, grazie al loro naturale isolamento le Alpi hanno mantenuto una forte identità culturale e economica che si fonda principalmente sulla cultura dell’allevamento e dell’ agricoltura e, solo recentemente su un diffuso turismo. Di questo vasto territorio alpino con seimiladuecento comuni ne conosciamo solo alcuni che vengono alla ribalta, più che altro, per tragedie anche recenti o per  le grandi e paludate competizioni sportive invernali come a Kranjska Gora in Slovenia, o Kitzbühel in Austria, Garmisch in Germania, Zermatt e altri numerosi in Svizzera, in Francia con il grande comprensorio sciistico di Les 3 Valées senza dimenticare le stazioni italiane prestigiose come Cortina d’Ampezzo e Dolomiti Superski.
Questi luoghi ricevono un attenzione mediatica a volte fuorviante perché chi segue questi eventi sportivi internazionali così opulenti distorce la visione complessiva della realtà alpina che non è “lustrini e pailettes” come mostra la televisione enfatizzata anche delle imminenti festività natalizie.
A questo proposito ricordo il comune di Briga Alta in val Tanaro. Arroccato a 1310 metri di altitudine nel parco del Marguereis nelle alpi Marittime, di cultura occitana è il più piccolo comune del Piemonte con appena 43 abitanti.
Il giorno di Santo Stefano di cinque anni fa, dopo quarant’anni, a Briga Alta è nato un bambino: Antonio. Un Gesù Bambino con un giorno di ritardo ma che ha sbalzato il piccolo comune agli onori della cronaca.
In val d’Aosta emerge il comune di Chamois nella Valtournenche con soli un centinaio di  abitanti. Questo piccolo abitato a 1818 m si può raggiungere solo a piedi o in funivia da Buisson Antey. 
L’isolamento forzato causato dalla conformazione orografica, ha contribuito a conservare all’interno delle valli sacche di minoranze linguistiche come il francoprovenzale, il romancio, il ladino, il titsch delle popolazioni walser di Macugnaga nelle sue varianti di  Formazza, Alagna, Gressoney, Rimella e Issime , ma anche il cimbro e il mocheno delle vallate trentine.
Singolare è un appunto pubblicato da Museo della scuola Alta Valle Po :  “ Il primo anno che c’era la maestra Angioletta che non capiva la nostra parlata di Ostana, e allora quando uscivamo di scuola ci diceva sempre di andare a casa e noi tiravamo le palle di neve a quelli dei Ciampetti, alle ragazze e tutto giù di lì, e ci diceva “Andate a casa” e noi “ Isto quieto” (in occitano: stai zitta).   Così come a Sauris nelle alpi Carniche il secolare isolamento ha agevolato la conservazione dell’ antica lingua germanofona  detta dialetto saurano.
Il crollo demografico l’ha reso uno dei comuni più piccoli del Friuli con appena 370 abitanti. Che dire di Juf, nel canton Grigioni,  il centro abitato più alto della Svizzera con i suoi 2126 m e soli 25 abitanti sommersi dalle nevicate da novembre a maggio?
Solo negli anni ottanta Spiss, il comune più alto dell’Austria, viene raggiunto dalla strada carrozzabile. Prima di allora:  “per un lungo periodo, solo un piccolo sentiero portava sopra una gola dalla Valle dell'Inn in questo paesino”.
La chiesa di Spiss, in questo angolo di Tirolo, è dedicata a San Giovanni Battista e immaginarla aspettare con i suoi pochi abitanti le festività natalizie tocca gli accordi nascosti della sensibilità. 
Questa immagine rimanda ai tempi dell’infanzia quando andare a piedi rientrava nella quotidianità; si andava a piedi a scuola, a messa, a prendere la corriera, a sposarsi in chiesa. Per chilometri, andata e ritorno.

Mio padre a Natale mi portava a messa, la prima del mattino. Ci sedevamo uno accanto all’altro nel banco vicino all’altare. 
Una lenta processione femminile s’incamminava verso l’eucarestia, il capo coperto di nero, le mani giunte sul petto, lo sguardo schivo e  la testa, remissiva, piegata su un lato.  Le donne si muovevano dai banchi verso il calice alzato e i loro movimenti  esalavano, filtrati dall’incenso, afrori  di fieno e di stalla. Il chierichetto assonnato si asciugava il moccolo con la manica.  La neve intanto entrava di sbieco ad imbiancare il sagrato.  Finita la funzione mio padre mi portava all’osteria di Scagni e mi comprava una “veneziana”. Sotto la neve attraversavamo il ponte di Pozz Barôn e poi via verso la salita del Brigàl .
Ci aspettavano gli occhi buoni dei fratelli e della mamma.
Il Natale era tutto lì.

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