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Il paesaggio alpino di domani

Gli effetti dei cambiamenti climatici sulle Alpi: ipotesi per uno scenario futuro.
Nella mia attività di volontariato, insegno ai bambini che vengono da paesi caldi e desertici del sud del mondo, alcune caratteristiche fondamentali del paesaggio italiano, soffermandomi su quelle che so essere per loro fisicamente e culturalmente le più lontane, almeno fino ad oggi. Quando arriviamo a descrivere i paesaggi alpini, le fo-tografie che più attraggono la loro fantasia sono le valli a forma di V.

La curiosità aumenta quando spiego che sono il risultato della de-glaciazione; rimangono stupiti e continuano a esserlo quando proseguo nel racconto: nel periodo della glaciazione, il mare era un centinaio di metri più basso tanto che si andava a piedi dalla Calabria alla Sicilia. È con la deglaciazione che il mare è salito in altezza più di cento metri e si sono formate molte valli alpine.
Ma torniamo a oggi. Il Rosa ha, tra gli altri, il merito di pubblicare molti studi e articoli sull’attuale trasformazione/diminuzione dei ghiacciai e, giustamente, chiamandosi Il giornale di Macugnaga e della Valle Anzasca, se ne è occupato dalla quota di Pecetto in su. Io, che vengo dalla pianura, ho culturalmente ed esteticamente una visione diversa dei ghiacciai; partendo dal basso li percepisco prima e li vedo dopo.
Che cosa voglio dire? Semplicemente questo: la prima percezione dei ghiacciai che si ha in pianura è quando, nei periodi dei primi caldi, si sentono i rigoglii di torrenti e fiumi e si vedono le acque aumentare per quantità e intensità di scorrimento; la seconda percezione è quando, arrivando a Macugnaga, si vede (meglio dire si vedeva, visto l’aumentato numero delle masse scure) un manto compatto e scintillante (anche se so che  “sotto sotto” i ghiacciai continuano a lavorare, frantumare, preparare altre future valli a V); la terza è la quota di interruzione della vita arborea e dell’inizio della prateria alpina (per il Monte Rosa è relativa, e data dall’esposizione delle diverse pareti, ma possiamo dire che si aggira tra 1700 e i 1900 mt). Quindi se, come sembra probabile, lo scioglimento dei ghiacciai continuerà con ritmi come questi, e forse anche superiori, le conseguenze importanti che si noteranno immediatamente venendo dalla pianura saranno: la diminuzione dei gorgoglii torrentizi e fluviali in primavera/estate; la fine della visione di compattezza superficiale dovuta alla stratificazione del ghiaccio, e la nascita di un paesaggio di terra e di sassi, segnato da anfratti, canali e valli; l’ascesa di tutto il paesaggio Verde verso la sommità delle montagne.
Lo scioglimento dei ghiacciai produce una variazione del microclima per la quale la vegetazione arborea sale di quota, così come la prateria alpina (era di questa estate una fotografia con le mucche che pascolavano vicino al rifugio Zamboni). Noi, che veniamo dalla pianura, sappiamo esattamente che cosa significhi la scomparsa di un ghiacciaio avendo visto scomparire del tutto quello del Gran Sasso; non solo il paesaggio verde sale verso la sommità del monte, ma in pianura aumentano i paesaggi color oro. In questo caso l’oro non riluce, ma annuncia i prodromi dell’aridità e preannuncia nuovi passaggi tipici delle aree semidesertiche. È vero che in montagna con l’ascesa della quota del paesaggio verde, potremo coltivare “più in alto” uva e alberi da frutta, è vero che si potrà fare anche in montagna il pane non solo di segale, ma è altrettanto vero che le pianure saranno sempre meno fertili, meno verdi, e con fiumi, stagni, laghi sempre più smunti, mentre nella montagna d’alta quota ci sarà sempre meno “vita di montagna”.
I paesaggi cambiano quando in un luogo cambiano la flora e la fauna; con esse però cambia la vita stessa delle aree, la sua economia, le sue caratterizzazioni paesaggistiche e attrattive. In un precedente articolo ponevo implicitamente una domanda: ma se il disinteresse di alcuni per le mutazioni climatiche fosse legato all’interesse di rendere fertili e produttive le grandi pianure del nord del mondo come il Canada e la Siberia? E magari, superando la compattezza formale della sommità, accedere ad aree dense di minerali e di idrocarburi? Lasciamo ad altri contesti e dibattiti la domanda, ma che cosa succederà nei nostri fondovalle? L’inaridimento pianurale sarà giustificabile e giustificato con la possibilità di coltivare vino e frutta (l’esempio per il tutto) a quote più elevate senza l’ausilio delle serre? Io, come molti altri, credo di no.
Purtroppo la pluralità e diversità degli interessi nazionali ed economici fa sì che il peso antropico ed economico dei processi umani incida (non mi interessa sapere se in aggiunta o totalmente) su un cambiamento clima-tico che è il cambiamento strutturale dell’attuale organizzazione umana. Gli unici che forse non si meraviglieranno saranno quei bambini che, venendo dalle aree semidesertiche del sud del mondo, vedranno paesaggi conosciuti.

Alcune caratteristiche fanno de “Il Rosa” un caso unico sulle Alpi. Il giornale non viene venduto, ma inviato ad “abbonati” che hanno versato liberamente una quota di contributo oppure solamente hanno segnalato l’indirizzo. Da oltre cinquant'anni è forse il primo caso di free press sulle Alpi. E’ un giornale indipendente, non frutto di un’iniziativa imprenditoriale, né istituzionale.

Il Rosa - Periodico di cultura alpina fondato nel 1962 a Macugnaga da Carlo Ravasio

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