Crisi e sviluppo
Dobbiamo costruire un futuro capace di incentrarsi sull’equilibrio tra natura e storia umana
La crisi che stiamo vivendo viene da lontano e non è figlia solo di un virus scellerato che è entrato nella società e nei singoli bloccando sia l’ossigeno dei nostri polmoni sia quello sociale dell’economia. Il rallentamento dell’economia e l’esodo delle giovani generazioni sono figli di una lenta asfissia che nasce ben prima, e che dal virus è stata solo drammatizzata.
Da quanto tempo non vediamo più capitali e investitori risalire la valle attratti da settori economici in salute? In compenso da quanto tempo vediamo che una parte sempre più importante dei nostri patrimoni sono in declino? Da quanto tempo gli impianti accumulano debiti e non riescono ad essere volano per l’economia locale con relativo affanno del settore ricettivo? Se nel periodo del lockdown sono aumentate le presenze dei residenti temporanei, dobbiamo dedurre che gli attrattori di cui disponiamo siano i valori della salubrità.
Allora è su questi valori che dobbiamo costruire i paradigmi di un nuovo sviluppo incentrato sulle qualità del nostro ecosistema vallivo. È da qui che dobbiamo partire per costruire un futuro capace di incentrarsi sull’equilibrio tra natura e storia umana, che recuperi i danni causati dall’abbandono culturale e produttivo di quei territori e di quei settori nati dalla sapienza delle arti e dei mestieri alpigiani. Oggi nei nuovi paradigmi dello sviluppo e con l’ausilio delle nuove tecnologie (l’informatica nell’agricoltura anche di piccole dimensioni è un dato certo), quei settori sono il presupposto e la garanzia della rinascita economica e della qualità della vita nei sistemi locali.
Gli esempi su cui cementare l’innovazione sono molti, e hanno tutti come punto culturale di partenza quello del sostegno ai progetti di qualificazione e riqualificazione, usano i paradigmi dell’economia verde, della conversione ecologica, del risparmio energetico, della digitalizzazione, della sostenibilità e circolarità dell’economia. Il circo bianco non ha portato molta fortuna alla nostra valle; nel suo declino si è portato dietro un’economia che ha puntato troppo su di lui.
La pandemia ha evidenziato problemi e fragilità, ma ha permesso di disporre per il dopo crisi di una quantità enorme di risorse per avviare, con la cultura della qualità, processi e progetti di sviluppo socialmente, economicamente ed ecologicamente equilibrato con cui praticare un’economia diversa che, per la nostra valle, deve essere sistemica e circolare. Se non ora quando? Quando mai ci saranno tante risorse disponibili per gli investimenti e quando mai i finanziamenti dipenderanno da scelte istituzionali e quindi collettive, pro-grammate e sorrette da tutte le istituzioni nazionali ed europee?
Quando mai i fondi avranno nel green economy il terminale privilegiato? Dalle crisi si è sempre usciti con un’”altra economia” e il new deal di Roosevelt e Keynes insegna; dobbiamo praticare il green new deal e non solo parlarne.
Non è facile costruire il futuro soprattutto se deve discostarsi dal passato; va costruito un ampio parco-progetti con proposte capaci di es-sere socialmente comprese, culturalmente organizzate, istituzionalmente gestite. Dobbiamo organizzare progetti territoriali idonei a costruire distretti funzionali, tematici ed economici per attività, orografia, storia sociale. I laboratori territoriali. Se vogliamo veramente transitare dalla crisi allo sviluppo, senza continuare a perpetrare gli schemi che hanno indebolito le aree interne, dobbiamo creare laboratori territoriali capaci di interpretare i paradigmi della qualità e sostenibilità dello sviluppo, mettendoli in rete con il mondo della ricerca, dell’innovazione, delle nuove tecnologie; bisogna produrre cooperazione e integrazione; formare cultura e lavoro; creare laboratori e strutture capaci di pensare e progettare il futuro e nel futuro.
È fondamentale creare cultura sociale, cultura economica e cultura ecologica per diventare soggetti attivi nella richiesta dei nuovi fondi europei. I laboratori dovranno sorreggere ricerca e conoscenza, innovazione e complessità, cultura e formazione, ma nei nuovi paradigmi dello sviluppo. È chiaro che l’economia di un Paese non può essere tutta di frontiera, serve anche la tradizione, il tranquillo, il déjà vu. Nessuno lo nega.
Mi riferisco ai finanziamenti che saranno possibili con i nuovi fondi. È su questi che la collettività non deve transigere.
Dobbiamo finanziare l’innovazione verso un’economia che abbia come faro la qualità e l’equilibrio ecosistemico. Il sistema territoriale come luogo unitario è il riferimento per la riprogettazione del territorio nell’obiettivo di ricostituire l’equilibrio dell’unità ecosistemica. La progettazione sistemica non deve essere più e solo un valore culturale ma deve diventare strumento normativo, strumento sociale di partecipazione e condi-visione, strumento strutturante le attività progettuali e di governo. È sufficiente pensare a come la società attuale sia energivora per capire che il primo tema che dob-biamo porci è quello della trasformazione profonda della produzione e dei consumi energetici.
Alle continue sollecitazioni verso la sostenibilità ambientale dello sviluppo, il quadro istituzionale ha risposto con indirizzi che faticano a diventare disposizioni perentorie. Infatti le opere ascrivibili ai nuovi paradigmi dello sviluppo non hanno avuto a corredo la costruzione di quel quadro normativo, finanziario e fiscale capace di sancire la decisa scelta di campo. Oggi, per nostra fortuna, si sta delineando una situazione nuova.
Finalmente le risorse ci sono; sono indirizzate e privilegiano l’economia misurata sulle qualità dell’ambiente e iniziano anche a manifestarsi i dispositivi attuativi. Dobbiamo far in modo che i territori e le economie locali vi possano accedere con facilità per realizzare lo sviluppo incentrato sull’equilibrio naturale e umano, sulla qualità del vivere, sulla riqualificazione dell’esistente.
Le fragilità economiche delle aree interne, i temi del risparmio energetico e dei valori ambientali, impongono politiche generali e locali chiare, lungimiranti e incisive. Perché, soprattutto per le economie deboli delle aree vallive, non perseguiamo una visione di futuro che, incentrata sulla qualità sistemica, detti una nuova cultura progettuale e ambientale?
Servono politiche mirate che dettino le regole ecologiche per i premi di cubatura, riorganizzino il sistema fiscale sulle costruzioni e sulla proprietà, superando le regole arcaiche che hanno determinato le forme attuali degli insediamenti, grandi consumatori di energia e di suolo, con tempi di mobilità inaccettabili e con un rapporto spesso impossibile anche con i servizi primari come la salute. Se abbiamo dubbi, leggiamo i dati: tutti ci impongono di riflettere e di adoperarci per perseguire questa direttiva e trasformare la crisi in trampolino del nuovo sviluppo.
