L’ultima vittoria
I cambiamenti economici e sociali delle Alpi, operanti in modo sotterraneo e potente negli ultimi vent’anni, sono stati recentemente accelerati e resi palesi dai cambiamenti climatici che si sono manifestati in modo esasperato negli ultimi tempi. Tutti, soprattutto i giovani, ne sono consapevoli. La siccità degli ultimi 18 mesi ha fatto sparire i negazionisti.
Siamo stati inondati da cifre (- 65 % di precipitazioni nel 2022) e proclami (anche la politica ci si è buttata sopra). Luca Mercalli, climatologo dalla limpida razionalità, è lapidario: “Vivere in salita per vivere meglio”.
Le “terre alte” d’Italia (Alpi, Appennini e sistemi montuosi insulari) diventano, dopo quasi un secolo di abbandono selvaggio, luoghi ambiti e appetibili dove costruire nuovi modelli di vita. Montagne di salubrità.
La contrapposizione città – montagna, per oltre un secolo con la città vincente, pare alla ricerca di nuovi equilibri. Non è più il contrasto tra ricchi e poveri, tra progrediti e arretrati. Pare che la colonizzazione urbana delle Alpi sia finita, per aprirne un’altra di dimensioni nuove: le terre alte come luoghi di fuga da città bollenti; montagne ricche di una naturalità altrove scomparsa.
Come vivono le donne e gli uomini di montagna, soprattutto le generazioni di mezza età e gli anziani, questo cambiamento? La risposta è una: spaesamento. Lo hanno spiegato bene un denso saggio di Annibale Salsa (“Il tramonto delle identità tradizionali” 2007) e una canzone di Davide Van de Sfroos (“Gli spaesati”).
La canzone racconta di gente ormai ai margini della società e incerta sul futuro, lembi sfilacciati di una storia secolare ormai finita. Come un migrante che aspetta di partire e non parte mai, ancorato ad una terra in cui ogni albero e ogni fazzoletto d’erba hanno un nome che solo lui conosce, svolge mestieri antichi che nessuno più considera.
Penso alla gente delle nostre montagne che vive la condanna di abitare in luoghi severi e disagiati, compensata solo dall’orgoglio per un lavoro ben fatto, una terra curata, il rimanere nel luogo dove sono nati.
I loro sguardi hanno orizzonti brevi, ma certi come la catena di monti che delimita la valle. Non c’è giorno che un montanaro non sappia cosa fare: aggiustare un muro a secco che sta per cedere, togliere dal sentiero i rami caduti, “cavare” gli orti, seminare e raccogliere. In inverno aspettare con fiducia la primavera.
La montagna, ne siamo consapevoli, è una terra fragile perché ha la “terza dimensione”: quella della verticalità. Una terra che, per gravità, è destinata a scendere a valle. È il lavoro dell’uomo a “tenerla su”, un lavoro che non si misura in paga oraria, non si impara sui libri, ma un sapere che si trasmette di generazione in generazione, imparando dai vecchi e piegando la schiena. Questo in un mondo che pare non averne più bisogno, che i giovani conoscono e possiedono, mentre i vecchi guardano in silenzio. Per questo, consapevole che il futuro delle Alpi è nei giovani che devono guardare a questi monti con occhi diversi dai loro genitori, un pensiero d’orgoglio va a chi in montagna rimane come un dovere.
Racconta amaramente la canzone: “Siamo i chiodi arrugginiti della Storia / … restare al nostro posto / è ormai l’ultima vittoria”.