Sentieri alpini
C’è un luogo magico sul Monte Rosa. Forse un simbolo delle Alpi di oggi, schiacciate tra natura e civiltà, ricche di un passato glorioso e incerte su un futuro ancora da delineare. Lì gli stambecchi, tornati in pace con gli uomini che agli inizi del Novecento ne hanno minacciato l’estinzione, pascolano quieti e incuranti del passaggio di qualche bipede frettoloso.
A monte si apre in tutta la sua imponenza la parete est del Monte Rosa, con i suoi ghiacciai sempre più pensili e sempre più frastagliati. Giorno e notte la “grande” montagna tuona, quasi un possente grido d’aiuto. A valle si stende placida Macugnaga, con le sue armonie e i suoi villaggi sparsi, con il vociare delle folle estive e i silenzi tristi dell’autunno. Questo luogo magico si chiama alpe Hinderbalmo. Si trova ai piedi del Faderhorn (salita faticosa, ma niente alpinismo eroico). Hinderbalmo era uno degli alpeggi alti di Macugnaga, come Roffel e Jazzi, ultimi avamposti di una civiltà alpina di confine. Era una frontiera invisibile, marcata dalla quota e imposta dalla natura: al di sotto le comunità degli uomini riuscivano a piegare l’ambiente, al di sopra non c’era niente da fare.

La radicale e dirompente crescita turistica di Macugnaga nella seconda metà del Novecento (il mito stereotipato della “perla del Rosa”) ha prodotto il crollo e l’abbandono della coltura d’alpeggio. Le baite di pietra scura di Hinderbalmo, quasi invisibili di lontano perché confuse tra le rocce, diventarono ruderi. Negli anni ’80 il CAI Macugnaga, grazie ad un’intuizione lungimirante di Teresio Valsesia, restaurò una baita trasformandola in rifugio escursionistico. Spartano, essenziale, un luogo di ricovero e di riposo per chi amava camminare in montagna. Un rifugio non per scalatori, ma per escursionisti. L’alpinismo aveva perso l’esclusiva di frequentare le Alpi. In un’Italia che stava radicalmente cambiando e in ritardo rispetto ad altri paesi europei, un popolo sempre più grande di donne e di uomini iniziò a percorrere sentieri antichi per contemplare e per conoscere. Senza piccozza o ramponi, ma con carte topografiche e qualche buon libro. Fu una rivoluzione. Da quella lontana esperienza pionieristica, nell’arco di 20-30 anni, si moltiplicarono sulle Alpi le iniziative di recupero di vecchie baite per adattarle ad un nuovo uso ricreativo, sempre aperte e a disposizione di tutti. Era nata la “terza generazione” dei ricoveri alpini, dopo i rifugi custoditi e i bivacchi alpinistici appollaiati sulle creste o ai piedi di itinerari estremi. Fu riconosciuta una nuova vita per alpeggi abbandonati, apparentemente senza più storia e utilità sociale, che si offrivano ad un uso moderno di frequentazione delle Alpi. Il passato era diventato futuro. Dietro e con la realizzazione dei “nuovi” rifugi, venne la segnalazione e il recupero della rete sentieristica. I “vecchi” montanari non avevano bisogno di segnavia e cartelli indicatori, i “nuovi” sì. Con gli anni Duemila la segnalazione organica e organizzata dei sentieri è diventata l’asse portante del nuovo turismo sostenibile che si sta affermando come principale trend di crescita per la “nuova” economia alpina (con la cultura e i prodotti tipici). Già, i sentieri. Per molti di noi, discuterne e curarli è come parlare di figli. Sono i sentieri l’infrastruttura portante del nuovo turismo alpino, rispettoso dell’ambiente e degli equilibri con la natura. Un investimento sociale per il futuro dei nostri figli.
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