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Migrazioni verticali

Le Alpi e la pandemia

Il 2020 è stato definito annus horribilis. Su questo siamo tutti d’accordo. In questa primavera incerta che ci proietta in un futuro nebbioso, dobbiamo tuttavia riconoscere che qualcosa abbiamo da imparare da quanto è accaduto e in questo va delineato il nuovo ruolo delle Alpi nei prossimi decenni. 

Di questo hanno discusso in più occasioni Luca Mercalli, climatologo e spirito libero, e Vincenzo Torti, presidente generale del CAI, che sempre più assolve con onore il compito di tenere la “barra dritta” sul futuro della montagna.
La pandemia ha confermato l’antica verità darwiniana: siamo Homo sapiens (il secondo vocabolo ce lo siamo dati noi), una specie animale interconnessa con altre specie animali e vegetali. Lo “spillover” (il salto di un patogeno da un animale a un essere umano e il suo radicamento nel nuovo organismo come agente infettivo) è riconosciuto come la causa della pandemia.
Recentemente (“Piemonte Parchi”, febbraio 2021) Paola Viviana Trovò, una giovane guardiaparco delle aree protette del Ticino e Lago Maggiore, ha scritto parole addolorate ma di grande interesse: “Molte cose ancora non si sanno del virus ma quel che è certo è che alle origini del problema c'è il commercio, spesso illegale, di animali selvatici vivi, alcuni anche in via di estinzione. Secondo l'OMS il 75% delle malattie è una zoonosi e tutte, per diventare tali, prevedono sempre gli stessi passaggi: la deforestazione; il prelievo e traffico di specie; i mercati di animali wet-market; lo spillover, avvantaggiato negli slum metropolitani. La cura, per tutto questo, è anche la prevenzione: il rispetto della Natura. Ma dove è finita la saggezza dell'Homo sapiens? Dove è finita l'empatia con le creature viventi e con la bellezza del Mondo?”.
Luca Mercalli ha scritto recentemente un libro (“Salire in montagna. Prendere quota per sfuggire al riscaldamento globale” Einaudi, 2020).
Nel libro, raccontando la propria esperienza personale di “salire”, invita ad un cambiamento radicale dei nostri stili di vita. Prevede anche che il riscaldamento globale (fra pochi decenni Torino e Milano come Calcutta) genererà un nuovo flusso migratorio: dalle città alla montagna. Una migrazione verticale. Ignorarlo è comodo, non farlo è necessario. Le comunità alpine devono attrezzarsi per questo nuovo cambiamento epocale. Non più il turismo elitario di fine Ottocento o quello di massa degli anni ’50 e ’60 del Novecento, ma una nuova residenzialità. Altrimenti perdiamo un’altra volta. Ha scritto Mario Rigoni Stern: “Il turismo ha portato benessere in molte zone, ma anche la città in montagna, mondi che sono invece in conflitto e la montagna perde”.
È necessario che le istituzioni consentano ai comuni e alle zone montane di prepararsi nei servizi, nell’urbanistica, nella viabilità. Non alberghi in cima alle montagne o funivie sulle vette. Le comunità alpine devono farsi trovare pronte quando le migrazioni verticali inizieranno. È un processo da portare avanti senza cementificazione selvaggia, in modo sostenibile, abbattendo innanzitutto il digital divide. La nuova “montanità”, sostiene Vincenzo Torti, “non comprende la pretenziosità di chi in quota chiede gli stessi servizi della pianura, ma la sobrietà, l'educazione e l'attenzione per l'ambiente e le persone”. Siamo una specie animale, come il cervo, lo stambecco, il camoscio, ma con una differenza: alcuni la chiamano capacità di pensiero simbolico, altri cultura. La nostra cultura alpina che sta a noi rinnovare per affrontare le sfide del domani.

 

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