Omaggio a Cicogna
Cicogna è la “piccola capitale” della Valgrande. E’ un luogo di confine. Già nell’Ottocento. “A Cicogna, l’ultima Thule delle nostre vallate, nella casa ospitale del cacciatore Pietro Benzi sedemmo ad un pasto frugale.” Così una cronaca alpinistica del 1890. In occasione dei 30 anni di istituzione del Parco Nazionale, questo “omaggio” a Cicogna vuole essere un tributo assoluto alle donne e agli uomini che per secoli hanno vissuto tra questi monti.
A loro che ci hanno consegnato una terra aspra e buona che è nostro dovere conservare. Impariamo da loro: la montagna è un bene da lasciare ai nostri figli e ai figli dei nostri figli.
A Cicogna finisce la civiltà degli uomini e inizia la civiltà della natura. Alle spalle è il silenzio della Valgrande, i boschi infiniti, i dirupi selvaggi, l’aquila e i camosci. Cicogna “è” la Val Grande. A Cicogna il vecchio Circolo ARCI “Felice Cavallotti” è memore di antiche passioni socialiste e insoddisfatti bisogni di giustizia (anche fra le montagne gli emigranti di ritorno portarono i sogni di un mondo nuovo!).
Nell’Ottocento, Cicogna aveva 1500 abitanti. Oggi ne ha poche decine, isolate lassù, ma alle spalle di Verbania, relegate da una stradaccia impervia. Onore a loro, simbolo di una montagna che “resiste”. A Cicogna non ci sono spazi pianeggianti, i pochi prati rimasti sono ripidi, le case sono aggrappate le une alle altre e separate da stretti viottoli lastricati. E’ un villaggio di montagna rimasto quello di un tempo.
Il paese si svuotava dalla primavera all’autunno: gli uomini emigranti come muratori in Svizzera e Francia, le donne ai corti e agli alpeggi in Pogallo. L’inverno era il tempo della socialità (ancora alla fine degli anni ’40 del Novecento c’erano cinque osterie), dello spalar neve (è rimasta nella memoria la grande nevicata del 1888 quando si usciva all’altezza dei tetti per andare alle stalle), dei lavori artigianali (la produzione di ceste e gerle intrecciando bacchette di nocciolo).
Durante il rastrellamento del giugno 1944 Cicogna subì un colpo durissimo: vennero incendiate 78 case compresa la canonica e l’archivio parrocchiale. Gli edifici furono in larga parte prontamente ricostruiti nel dopoguerra, ma quello che non riuscì ai cannoni tedeschi, lo fece il boom economico degli anni ’60 che provocò l’abbandono e lo svuotamento del paese.
Per questo rendo omaggio a Cicogna, simbolo estremo di una montagna che dovrebbe morire ma, forse per miracolo di qualche Madonna potente, sempre resiste.

Val Pogallo, alpe Busarasca. Il parroco di Cicogna don Fiora celebra la Messa per la famiglia Rigoli unica a caricare l’alpe. Un momento estremo di religiosità alpina. (archivio F. Copiatti)