Dino Vanini
“Non mi piace”. Quando Dino Vanini, guida alpina ossolana, annusava il pericolo, il massimo che poteva dire erano queste parole. Sempre misurato, calmissimo, sicuro di sé, parlando quasi sottovoce, riusciva a trasmettere la sua tranquillità a chi era con lui. Un giorno dell’agosto 1995 disse quella frase sulla Cresta di Santa Caterina, nella parete Est del Monte Rosa; poco dopo massi grandi come frigoriferi cominciarono a cadere sulla via.La sua cliente si impressionò; lui la mise subito in salvo sotto un tetto e poi discesero in doppia.
Una grande guida sa quando è il momento di tornare indietro. Cinque giorni dopo, Vanini e la sua compagna di cordata ripassavano dal punto incriminato e compivano la difficile ascesa. Legati alla sua corda, spinti dalla sua incrollabile sicurezza, i clienti riuscivano a compiere imprese superiori alle loro forze. La signora della Santa Caterina lo considerava quasi un ipnotizzatore.
Il ricordo di Donino Vanini, per tutti Dino, inizia con questo episodio della sua attività di guida alpina perché, come ha detto nell’ orazione funebre don Andrea, parroco di Croveo il 5 luglio 2024, non è stato una semplice guida, ma la guida per eccellenza. Dopo essere diventato portatore nel 1958, nel 1961 aveva iniziato questa attività che lo ha reso celebre tra gli appassionati di montagna. Istruttore ai corsi per Guide al Bianco, nel comprensorio di Alagna e al Gran Paradiso, nel settembre 1986 faceva esami agli aspiranti guide sulla Nord del Lyskamm, imponendo loro di salire con una mano in tasca, a simulare la presenza della corda del cliente. Per trentacinque anni, ossia per una vita intera, è stato capo del Soccorso Alpino alla stazione del Devero, dove ha gestito con la moglie Clara dal 1982 al 1989 il Rifugio Castiglioni.
Era una presenza caratteristica della celebre Alpe: seduto davanti all’albergo Fattorini, di proprietà del figlio, era un punto di riferimento. Salutato da tutti, appariva davvero come il “saggio della montagna”. Non si vantava mai: persone che lo hanno conosciuto bene ed hanno arrampicato con lui hanno scoperto alcune delle sue grandi imprese solo dai giornali o dai libri. Ha sempre sostenuto l’alpinismo femminile, in tempi in cui questo suscitava ancora perplessità. Ha guidato Franca Zani nel 1971 nella prima salita di una donna sulla Via dei Francesi alla Punta Gnifetti e poi sulla già evocata cresta di Santa Caterina.
Ha accompagnato la seconda donna sulla Santa Caterina, Carmen Minetti Borgonovi che, legata alla sua corda, ha salito il Cervino dalla Cresta Zmutt, la Nord del Fletschhorn ed altri itinerari non banali. In un arco di tempo che va dal 1955 all’inizio del 2000, Vanini ha ripetuto vie classiche ed aperto itinerari nuovi: il suo curriculum lo pone tra i grandi dell’alpinismo. Nel 1955 con Armando Chiò ha raggiunto la Punta Dufour per il Canalone Marinelli; dieci anni dopo, il 25 febbraio 1965, si colloca la prima invernale della via dei Francesi alla Punta Gnifetti, con lo stesso Chiò, poi sottoposto ad amputazione delle dita dei piedi. Nel 1976 eccolo sulla via Schmid alla Parete Nord del Cervino e sulla Kuffner al Mont Maudit. Nel 1979 ha ripetuto la via Cassin alla Nord-Est del Pizzo Badile, per poi cimentarsi sulla Poire e sulla Major al Bianco, sulla Ratti-Vitali alla parete Ovest dell’ Aiguille Noire de Peterey.

Dino sul primo salto della Cresta di Santa Caterina
Sono solo alcune delle sue salite, che danno l’idea di una straordinaria capacità di andare in montagna: ha percorso più volte tutte le creste del Cervino, sul Rosa tutte le vie della Parete Est e lo stesso si può dire per il Bianco, sulle orme di Gervasutti e di Walker. Partecipa a spedizioni extraeuropee: nel 1972 va in Iran al Damavand, con la scuola di sci-alpinismo Lagostina; nel gennaio 1987 col CAI di Bergamo raggiunge la vetta dell’Aconcagua; nell’ottobre 1982 va in Nepal, con campo base all’Annapurna e infine nel 1993 in Pakistan si sposta dal Ghiacciaio del Baltoro al Circo Concordia. Anche in questo caso si tratta di indicazioni sommarie, perché la attività di Vanini appare davvero prodigiosa, in tempi ancora lontani dalla facilità di comunicazioni di oggi. Ricordava con divertimento di essere stato anche “cavia” in una spedizione scientifica in Perù dell’Università di Chieti: lui, la guida Claudio Schranz e l’apneista Jacques Mayol facevano attività in alta quota monitorati e controllati da medici.
La figura di Dino però non si spiega senza accennare alla sua infanzia e alla sua adolescenza. Nato nel 1934 da una famiglia semplice, era l’ultimo di sei figli. Aveva perso il padre a un anno e mezzo di età e i suoi ricordi erano legati al ricomporsi della famiglia ad esempio nelle feste di Natale, quando tornavano a casa anche le sorelle, che facevano le “servette” lontano e i doni erano soprattutto profumati mandarini. Ha vissuto la vita dell’alpeggio, con tutta la sua fatica, ed ha sperimentato anche il rischio del contrabbando. Ha avuto tre figli e uno dei suoi nipoti è anch’egli guida alpina. Le conseguenze di una sfortunata operazione gli hanno tolto la capacità di muoversi negli ultimi anni, difficilissimi per lui e per i suoi cari.,
La montagna è stata la sua grande passione, affrontata da subito con pochi mezzi, ma con grandissimo talento. Quello di guida era il suo secondo lavoro, perché la sua vera professione si è svolta presso la Edison prima e l’Enel poi. Al momento del suo funerale, la chiesa di Croveo era affollata da colleghi amici e da clienti diventati amici, che hanno ritenuto un onore aver arrampicato, sciato, condiviso una salita con lui. La guida e chi la segue sono legati da una corda e per il cliente si instaura una relazione di completa fiducia e, negli anni, di affetto: nel caso di Dino Vanini per quella corda passava a chi andava con lui soprattutto la grandezza del vero uomo di montagna.