Da Macugnaga alla pandemia
Dialogo con Claudio Bordignon
Nella sua casa di Macugnaga abbiamo incontrato Claudio Bordignon, Professore Onorario di Ematologia presso l’Università Vita-Salute San Raffaele di Milano e con lui abbiamo parlato dell’argomento del tempo: coronavirus, o meglio Covid-19.
Il Covid-19 e i suoi effetti visti da molto vicino.
Non è facile parlare con equilibrio e con obiettività dello tsunami, (a me viene da dire della valanga) che ha colpito l’umanità tutta con la pandemia provocata dal virus SARS-CoV-2 e della devastante emergenza medica del Covid-19 che ha travolto e, in gran parte del mondo, ancora sta colpendo duramente le nostre società.
A conferma, basta ascoltare il dibattito (a volte il chiacchiericcio) di esperti, o pseudo tali, che ha accompagnato la nostra vita da reclusi in questi mesi. Un’esperienza, ahinoi troppo spesso tragica, che ha coinvolto in varia misura e toccato ognuno di noi.
Nonostante da subito l’evidenza lasciasse presagire una pandemia di dimensioni planetarie, molti di noi, o perlomeno una gran parte della nostra società, hanno vissuto la fase di manifestazione iniziale in Cina, ma anche dei casi molto più a noi prossimi, quando l’infezione si è manifestata a Codogno, come “distanti”. Come se tutto questo non fosse destinato a riguardarci direttamente. In pochi giorni, accompagnati dal suono continuo e ossessivo delle sirene delle ambulanze a ricordarcelo, ci siamo resi conto che stavamo per essere colpiti da una valanga di dimensioni inimmaginabili. Non si trattava certo di una semplice influenza, magari una “brutta” influenza. Come una valanga, dopo i primi segnali, la massa di malati ha travolto il nostro sistema sanitario portandosi via, insieme a molte vittime, un pezzo della nostra storia. Come tutti, ho dovuto rendermi conto di cosa stesse accadendo nelle nostre città e nelle nostre valli.
Testimone di un’emergenza senza fine?
L’annuncio del lock-down ci ha portato rapidamente a prendere coscienza della drammatica evidenza. La vita della mia famiglia, come quella di molti altri, è cambiata in un giorno: le code al supermercato, l’esercizio costante di evitare il contatto con altre persone, la pulizia quasi ossessiva e la disinfezione di qualunque oggetto o cibo entrasse in casa.
A me è toccata anche l’esperienza personale dell’auto-isolamento domiciliare. A causa di una possibile esposizione a rischio di infezione con SARS-CoV-2, mi sono imposto due settimane di auto-isolamento in casa: una camera dove dormire e lavorare (a distanza), un bagno riservato a me, una piccola “zona di confine” dove, due volte al giorno venivano depositati pranzo e cena, con l’attenzione rivolta all’ ”evento” della giornata: la presa visione dei dati pubblicati dalla Protezione Civile.
Dati allora in costante peggioramento, con centinaia di decessi giornalieri. Per mia fortuna, non ho avuto sintomi, e sono quindi riemerso dopo due settimane dall’isolamento stretto, per tornare a vivere l’isolamento, certamente meno pesante, con il resto della mia famiglia. Anche dopo la fine di questa quarantena, l’attenzione sulle notizie è rimasta il centro della mia quotidianità durante tutto il periodo di lock-down. Fortunatamente l’andamento dell’epidemia si è poi invertito, ed è stato possibile ritornare a una vita di relazione, anche se molto diversa da quella che conoscevamo prima che questo virus diventasse il protagonista assoluto delle nostre vite.
Passando ad analizzare l’aspetto medico della Valle Anzasca, secondo lei come potrebbe essere un’efficiente assistenza territoriale?
Tra le molte lezioni che questa tragedia ci ha impartito è stata l’evidente inadeguatezza del nostro sistema sanitario che ha portato all’esposizione del personale medico e paramedico ad un compito immane e in assenza di adeguate protezioni fisiche ed organizzative, con le note tragiche conseguenze. Le carenze si sono mostrate a più livelli: a cominciare da un inadeguato servizio di medicina sul territorio nazionale, che avrebbe dovuto fungere da primo filtro sui pazienti.
Per il futuro sarà indispensabile rinforzare la rete dei medici di base, dotandoli di un adeguato sistema di telemedicina grazie al quale il medico “visita” a domicilio quotidianamente, ma senza lasciare il proprio studio, tutti i suoi assistiti. Con pochissimi ed economici dispositivi (un termometro, un saturimetro, gli strumenti per il controllo della glicemia o della pressione arteriosa) e una adeguata connessione internet, il medico può interagire efficacemente con i propri pazienti, riducendo enormemente il numero delle visite a domicilio.
Evoluzione digitale nella medicina tradizionale e la telemedicina.Secondo lei siamo pronti a questo approccio moderno nella nostra realtà locale?
In parte lo siamo, il resto andrà fatto rapidamente. Una connessione internet è oggi disponibile quasi ovunque, anche dove la fibra non è arrivata o non può arrivare per le peculiari caratteristiche di buona parte del nostro territorio. Il tema dell’agenda digitale del Paese tuttora investe aspetti specifici della gestione della pandemia Covid-19: a partire da un efficace utilizzo dell’App Immuni per il tracing dei nuovi positivi al virus, fino a ad un coinvolgimento più efficace della rete dei medici di base. D’altra parte, l’impegno ad affrontare e risolvere questi limiti offre la risposta all’esigenza di trovare soluzioni per temi più generali, oltre ad affrontare, preparati, questa e altre pandemie. Ci sono le stagionalità delle patologie infettive, non solo Covid.
Ci sono le stagionalità tipiche di un paese ad alta vocazione turistica, quando piccoli borghi vedono decuplicare i propri residenti nei periodi di picco turistico. Il potenziamento e la razionalizzazione della rete dei medici di base è un obbligo anche per queste realtà, garantendo a chi si sposta un’adeguata assistenza sanitaria. oltre a tenerci allerta per il ritorno di questa pandemia.
Le parole chiave sono: il potenziamento della medicina di base, il coinvolgimento e la messa in rete con specialisti pronti a lavorare in team col medico di base, l’alfabetizzazione informatica di tutti gli attori, un allargamento del ruolo delle farmacie come presidio del territorio e player fondamentale del servizio sanitario.