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“Mai visto a mia ricordanza”

Mercoledì 28 luglio con Andrea e Giulio (Delvescovo e Frangioni ndr) sono salito da Devero all’ alpe Forno, in Valle Antigorio, a 2222 metri di altitudine. Oltre al fresco che ci toglie di dosso la cappa torrida e persistente di queste settimane, ci sembra di essere piovuti su un altro pianeta nel vedere ranocchi che saltano ai margini di freschi stagni, torrenti che scorrono tra i pascoli di erba mutellina, manze che si ristorano sugli argini dei laghetti della Satta. “Se si potesse comprimere in una scatola quest’aria fina e liberarla nelle nostre stanze quando a mezzanotte ci sono trenta  gradi sarebbe una meraviglia”, diciamo rassegnati.

Gli allevatori sono intenti alla trasformazione del latte in formaggio Bettelmatt in forme di circa cinque chili. Secondino Matli dirige i lavori con il figlio Piero, i quattro nipoti, Samuele, Ivan, Matteo e Cristian, lavorano sorridendo. A mezzogiorno è pronta la polenta cotta  sul fuoco di larice, accompagnata dai loro formaggi, freschi e stagionati. 

Questa famiglia ha il dono dell’accoglienza pensavo mentre nove commensali si disponevano attorno al tavolo con al centro la polenta fumante. “Carichiamo 160 bovine tra vacche e manze”, racconta Piero, “la nostra giornata inizia alle cinque e termina alle 23 accorciando la notte e il riposo”.

È un lavoro duro che non concede tregua. Chi viene a farci visita spesso coglie solo l’aspetto poetico del nostro lavoro che a volte nasconde invece anche sconcerto e dolore. È capitato che nevicasse abbondantemente ad agosto o che un’improvvisa bufera di pioggia, alimentata dai colossi svizzeri del Jungfrau  e Aletschhorn che distano poche decine di chilometri, abbattessero le temperature di dieci o più gradi. Dalle orecchie delle vacche pendevano ghiaccioli”.

“Questo lavoro”, prosegue Secondino avvitando la moka, “è il riscatto della miseria che ho patito da ragazzo. Il lavoro duro, proporzionato alla mia età di 86 anni, è il prezzo che pago volentieri per consegnare alla mia famiglia un futuro, una speranza”.  “Le nuove generazioni”, dice Piero, “sono il futuro, i nostri vecchi hanno gettato le basi che, attraverso generazioni, abbiamo mantenuto nel solco della tradizione. L’innovazione deve essere il tema del futuro. Per questo i nostri ragazzi studiano nelle università. Perché la conoscenza è libertà, emancipazione, apertura a nuovi orizzonti”. 

La prassi vuole che prima dei saluti Secondino ci apra il cuore con il canto: sceglie “Addio mia bella addio” accompagnata dall’armonica a bocca in si bemolle. Un abbraccio prima di salutarci, uno sguardo all’Arbola, finalmente scoperta dalle nubi, e iniziamo a scendere sul sentiero pianeggiante ai margini di pascoli vasti trecento ettari. Alcuni dei laghetti della Satta sono in sofferenza, rimane una pozza di acqua calda al centro contornata da palta corrotta dagli zoccoli delle vacche. Uno dei  laghi di Sangiatto è secco, il secondo è sommerso dalle alghe, nella poca acqua tiepida che rimane starnazza un anatroccolo. 

Giorni dopo, il 10 agosto, anticipando la chiusura della stagione di un buon mese, i pastori Damiano e Barbara decidono di evacuare la loro mandria di 28 capi dall’alpe Colma, nel comune di Calasca-Castiglione. Pur sul filo del rasoio in quanto a disponibilità d’erba e soprattutto d’acqua a determinare questo provvedimento sono stati gli incendi che dalla dorsale di Croce del Cavallo da ovest e dalle propaggini del pizzo Castello a est minacciano di chiudere in una morsa l’alpeggio condiviso con la valle Antrona.  Uno scenario inedito per queste montagne,  che nessuno ricorda in tali proporzioni: mai visct a me ricurdanza ripetono i vecchi guardando in alto verso il fumo e il fuoco che crepita. A Miggianella, una delle venti frazioni di Castiglione ora minacciata dalle fiamme scese dai dirupi degli alpi di Camugher, ricordano l’anno 1981 quando proprio in questa zona perdeva la vita Teresina Luchessa  mentre stava cercando di domare un incendio boschivo. 

Un tempo in queste nostre alpi i pastori innescavano il fuoco sui pascoli da bonificare. Era una attività controllata che si svolgeva con le condizioni meteorologiche sicure: con la nebbia e una leggera pioggerella che diminuiva il pericolo di propagazione e attenuava l’odore dell’incendio, ma soprattutto impediva alle guardie di individuare la zona. Ora questa pratica si chiama “fuoco prescritto”; deve essere autorizzata dagli organismi regionali e non può essere eseguita privatamente.  Questi incendi che ci aggrediscono con fronti di chilometri hanno divorato centinaia di ettari in tutto l’arco alpino. A  Calasca dura dal 31 luglio con focolai in zone impervie fino ai 2.300 metri della punta Cinquegna mettendo a repentaglio la vita di uomini e animali, ma anche la sicurezza dei cittadini dei paesi di fondovalle. Vigili del fuoco e volontari fanno quello che possono con i mezzi limitati che hanno a disposizione, ma le fiamme attecchiscono facilmente dopo mesi di secco e di caldo, a volte alimentate anche dal vento. 

Ora questo fuoco non è più un alleato, non si piega alla perizia degli uomini, si alimenta dell’abbandono dei boschi, arde la terra fino alle radici degli alberi,  ammorba l’aria che respiriamo, distrugge. Alcuni rigagnoli che scorrevano sui versanti della montagna si sono prosciugati, ma questo per la perdurante siccità che inaridisce il territorio. Uno di questi alimentava la vasca per l’abbeverata delle mucche “sfollate” dalla Colma. I ripetuti muggiti degli animali assetati hanno  messo in allarme i pastori che hanno subito trovato una soluzione alternativa. 

In questi giorni di Ferragosto tre elementi sintetizzano chiaramente la natura dei cambiamenti che avvengono soprattutto sulle Alpi: gli incendi  favoriti dall’aridità del terreno di cui abbiamo parlato, un contemporaneo nubifragio del 14 agosto a Ollomont nella vicina valle d’Aosta con l’esondazione di torrenti e la scomparsa del ghiacciaio Bella Tola a 3.025 metri di altitudine sopra Saint-Luc in Vallese. La notizia è stata riferita dal quotidiano vallesano  “Le Nouvelliste” titolando: Il Vallese ha un ghiacciaio in meno: scomparso il Bella Tola. Il glaciologo Matthias Huss ha riferito che nell’arco di dieci anni, dal 2016 al 2026 sono “morti” 160 ghiacciai. Queste sono le emergenze “epocali” che feriscono le nostre montagne e scoraggiano le attività pastorali. Colpiscono le speranze e i propositi, spesso inascoltati, dei guardiani della terra. I pascoli e i pastori, nell’anno internazionale a loro dedicato, sono  esposti a un fenomeno che si accentuerà negli anni a venire e la cui soluzione non è certo dietro l’angolo. 

Alpe Forno
Secondino Matli - Classe 1940
Samuele Matli
Elicottero Erickson
Le Mucche Sfollate dell'alpe Colma
Incendio ai 2275 mt della Punta Cinquegna
Pascoli Incendiati all'alpe Colma
Soccorritori
Famiglia Matli

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