Andare Rimanere Tornare
Le risorse delle aree interne sono immense ma, per diventare valore economico e sociale, devono essere messe a sistema.
I giovani lasciano la montagna; come farli rimanere e magari tornare?
Questa è la domanda che tutti gli abitanti delle aree interne si rivolgono da quando il nostro Paese ha scelto la via dell’economia pianurale e del disinteresse per i valori qualitativi della società e dell’ambiente delle aree interne.
Questa è stata (e in gran parte ancora è) la realtà; il nostro Paese per decenni si è concentrato sui valori sociali ed economici quantitativi definiti dalla cultura dell’omologazione e dalle produzioni standardizzate nelle aree pianurali. Prima di entrare nel merito di quanto premesso nel titolo, vorrei fare una considerazione/costatazione generale: l’abbandono delle aree interne coincide con la fase storica in cui si sono registrati i maggiori inquinamenti non solo negli equilibri naturali ma anche in quelli sociali ed economici. Per quelli naturali basta pensare al consumo di suolo, all’aria, all’acqua, ai rumori; per quelli sociali ed economici pensiamo ai processi deviati diventati propri delle aggregazioni residenziali costruite sulle direttrici territoriali e sull’omologazione.
È in questo periodo storico (gli ultimi settanta anni) che si è iniziato a perdere il valore della comunità intesa come sistema aggregato di individui e di interessi diversi ma convergenti; le comunità locali infatti, pur nelle autonomie dei singoli, una volta producevano solidarietà, senso di appartenenza, disponibilità a riconoscersi e identificarsi nei valori sociali e ambientali dei luoghi.
Nel loro lungo e progressivo declino le aree montane sono diventate la sintesi degli innumerevoli problemi vissuti dalle aree interne e accentuati dalla crisi strutturale che stiamo vivendo. Paradossalmente è proprio questa crisi strutturale che ha reso evidente e comprensibile il problema e, nell’improcrastinabile necessità del suo superamento, ne suggerisce la soluzione. Infatti le aree di pianura, con il modello di sviluppo che le ha caratterizzate, non sono più in grado di rispondere positivamente alle richieste occupazionali dei bacini di residenza montani. Nello stesso tempo le aree interne, comprese le poche aree montane trasformate in parchi ricreativi delle economie pianurali, non riescono a richiamare ricchezze esterne.
La crisi e la variazione geografica e settoriale di interesse turistico non garantiscono certo la mobilità dei capitali e degli investimenti. Dobbiamo superare gli schemi del passato e pensare a un altro futuro dove lo sviluppo locale, la partecipazione e l’equilibrio siano i presupposti e le parole chiave di una nuova cultura sistemica della società e dell’ambiente. I paesi di valle non devono più essere solamente bacini del mercato del lavoro pendolare, ma devono contribuire alla valorizzazione dei cicli economici, offrendo i propri prodotti e le proprie risorse come completamento dell’offerta comunque parziale delle aree apicali. Quella che va ricreata, per rimanere e tornare, è un’economia locale sistemica, che distribuisca settori economici, servizi e quindi lavoro differenziato e complementare per tutta la valle, un’economia di rete e ciclo completo che abbia tra i suoi punti di forza anche il turismo, ma che non ne sia dipendente.
Anche su questo termine bisogna fare chiarezza. Siamo in presenza di una società che ha modificato profondamente il peso specifico interno alle diverse classi d’età; anche l’analisi dei redditi vede una disponibilità di spesa maggiore per classi di età che non sono attratte né dal turismo sportivo né da luoghi ambientalmente difficili da vivere. Così come l’economia pianurale in passato ha creato il pendolarismo nelle valli, nello stesso modo ha creato il turismo montano a misura delle classi d’età in piena salute sportiva.
Oggi non è più così; bisogna riguadagnare e mettere a profitto il valore e l’attrattiva di tutte le aree vallive senza creare concorrenza con le aree sommitali ma distribuendo servizi ad attività su tutto il territorio. È solo con il progetto sistemico e con il confronto sociale che si possono raggiungere risultati significativi. Il progetto locale costruito sullo sviluppo sistemico è l’unico capace di farsi carico, mettere in rete e valorizzare tutte le risorse locali. Creare sistema significa che lo sviluppo di ogni segmento diventa funzionale all’insieme e quindi al settore contiguo, creando valore per sé e valore aggiunto per l’intero sistema. Ripercorrendo la storia degli ultimi decenni leggiamo tre fenomeni:
- L’insediamento delle attività economiche “ricche” nelle aree di pianura;
- La riduzione dei valori sociali, economici ed estetici propri delle aree interne e montane in particolare;
- La dipendenza dal turismo come unica forma di ingresso economico, riservato solo alle aree geografiche apicali per geografia e offerta.
Con il primo, le aree interne si sono trasformate in un bacino occupazionale organizzato prima sul pendolarismo, poi sulla residenza settimanale e infine sull’esodo definitivo. Da questo processo si sono salvate in parte le aree apicali turistiche fino a quando per costi e moda sono state competitive con le altre stazioni o settori turistici di nuova attrazione (conosciamo la concorrenza delle aree marine tropicali ed equatoriali per lo sci).
Con il secondo abbiamo avuto il vero impoverimento delle aree interne e montane in particolare. Il paesaggio costruito nei secoli con l’opera sapiente e paziente dell’agro-pastorizia alpigiana è naufragato in mille abbandoni. I boschi invadono le radure, il patrimonio edilizio scompare nel segno dell’abbandono, i fenomeni montani non più arginati dalle attività umane riprendono il sopravvento liberandosi dalle briglie che la sapiente opera dell’uomo aveva costruito nel loro rispetto e nella costruzione di paesaggi belli e richiamanti. Con il terzo stiamo al redde rationem. C’è uno slogan che ormai è sulla bocca di tutti: la diversità è ricchezza. Le ultime generazioni al contrario hanno combattuto la diversità. Nella miopia del modello di sviluppo che ci ha guidato dal dopoguerra alla crisi strutturale di quest’ultimo decennio, abbiamo innalzato a valori unici e inderogabili la settorializzazione, la specializzazione e la concentrazione sull’unicum.
Per le aree montane questo ha significato concentrarsi prima sul turismo nelle aree apicali riducendo le valli a bacini di forza lavoro pendolare per la stagionalità turistica, poi ridurre il turismo da pluristagionale a stagionale, e infine a settimanale. La crisi ha ulteriormente semplificato le cose portando il turismo a essere significativo solo per i fine settimana lunghi o i ponti nelle feste comandate. I risultati sono sotto gli occhi di tutti. Da un lato, nelle stazioni apicali, c’è il deserto per la maggior parte dell’anno con i servizi che, misurati sul turismo presente nei momenti di maggior afflusso, restano per lungo tempo chiusi; la conseguenza è il trasferimento dei servizi di base verso le aree che ne garantiscono numericamente l’uso. Dall’altro lato, nei paesi di valle, abbiamo avuto la fine delle attrattive pur importanti per un turismo pluristagionale (dai lunghi soggiorni primaverili e autunnali dedicati al riposo e alla ricreazione dello spirito e del corpo, alle attività di raccoglitori e passeggiatori). Che fare? L’unica alternativa a tutto questo è riproporre uno sviluppo locale basato sull’economia sistemica e sulla partecipazione sociale alle decisioni, che sia capace di ricreare economia locale e senso di comunità inserendovi anche i nuovi abitanti.
Le risorse delle aree interne sono immense ma, per diventare valore economico e sociale, devono essere messe a sistema. È nello sviluppo locale, nella ri-creazione delle comunità locali e valligiane, che si moltiplicano le attività e si ricreano i servizi non per l’occasionalità del turismo ma per la popolazione. Quando un servizio (anche il più semplice come un caffè o un ristorante) è dimensionato su un afflusso “+” , chiude o non apre quando l’area registra un “–“ . Allora, superiamo la condizione del luogo vacanza e ricreiamo una comunità che ha nel turismo una sua componente fondamentale ma misurata su tutte le risorse locali.
È la comunità che genera ricchezza; nell’aumento dei servizi e delle attività produttive produce lavoro, produce attrattiva. Quest’ultimo elemento non va trascurato. L’abbandono della città è un fenomeno conosciuto. Perché non intercettare e richiamare questo flusso? Esiste già una base di partenza che è rappresentata dal patrimonio edilizio delle seconde case che, in tutto o in parte, può trasformarsi in abitazioni stabili per nuovi residenti. C’è tutto il settore dell’energia legato alla coltura dei boschi e all’uso delle acque, ci sono il termalismo, il sistema caseario, il pascolo e l’allevamento e, per la nostra valle, l’archeologia industriale e il sistema delle miniere. Non è l’elenco che conta; quello che conta è proporre un sistema di produzione della ricchezza che sia poggiato su tre fattori: ogni spesa deve diventare un investimento, ogni investimento deve essere valore aggiunto per l’attività contigua, il rilancio di una singola attività isolata e non pensata in una logica sistemica può produrre solo risultati effimeri e congiunturali. È su questa logica che si possono formare (e se attuata si formeranno) lavori e professioni.
Come risulta evidente, il peso maggiore lo dobbiamo affrontare partendo da profondi processi culturali capaci di modificare abitudini, pigrizie di pensiero e di comportamenti. Quanti paesi dotati di servizi possono e/o potranno accogliere nuovi residenti? E soprattutto quanti paesi della valle con climi e altitudini meno severe? Quando nel titolo usiamo il termine tornare non pensiamo solo al ritorno dei già residenti ma a un processo articolato sulle nuove dinamiche attrattive, ivi compresi i lavori e servizi legati alla cultura e alle nuove tecnologie. Con queste ultime sparisce il valore territoriale della residenza e ognuno può lavorare nel luogo paesaggisticamente di maggior conforto