Il dialetto: una ricchezza che nessuno deve rubarci
Una lingua di affetti che non passano mai di moda
La parola “dialetto” etimologicamente si connette al verbo greco dialègomai: “conversare”, “ragionare”, “discutere” ed ha la stessa radice del sostantivo “dialogo”: indica quindi il parlare della quotidianità. In linguistica, il termine appare ambiguo e non esiste una definizione universalmente accettata né di lingua, né di dialetto: di solito la parola indica le varietà locali di un sistema linguistico, che si contrappongono alla lingua nazionale.
Comunque sia, si tratta di una distinzione capace di assumere valenze anche fortemente ideologiche e politiche. In Spagna di recente è tornata prepotentemente alla ribalta la questione del Catalano e di Barcellona; in Libano un partito di destra, nazionalista e cristiano, “I Guardiani dei Cedri”, si batte perché il paese non abbia più legami con il mondo arabo. Sostiene che il Libanese debba essere riconosciuto come lingua autonoma e preme per sostituire l’alfabeto arabo con quello fenicio. L’Italia è la nazione dei dialetti, intesi come espressione linguistica di un ristretto ambito geografico: basti pensare che al momento della proclamazione dell’Unità della penisola nel 1861 solo il 4% della popolazione conosceva l’italiano.
Non solo: in alcune zone si parlavano, e si parlano ancora, lingue altre, che la Costituzione Repubblicana tutela all’articolo Sei. Le minoranze erano state fortemente penalizzate in epoca fascista tanto che alcune famiglie avevano subito la “traduzione italiana” del loro cognome: a Macugnaga Zurbriggen era diventato Del Ponte e Antematter Del Prato. Nessuno ha tutelato i dialetti, che già all’indomani dell’Unità d’Italia e nei primi programmi scolastici elementari cominciarono a essere discriminati per la necessità di imporre un’unica lingua nazionale.
In molti luoghi l’italiano veniva studiato a scuola come lingua straniera, dato che in casa ci si esprimeva costantemente in altro modo.
L’alfabetizzazione ha portato dunque alla diffusione della lingua italiana e al regresso delle parlate locali. Negli anni Cinquanta e Sessanta del Novecento addirittura chi non si esprimeva in lingua era considerato persona incolta. Oggi le amiche Enrica Borelli e Federica Vallogini, maestre elementari illuminate, se in un tema trovano la parola “muiri”, si limitano a metterla tra virgolette, come vocabolo non italiano: un tempo quell’uso sarebbe stato considerato errore grave. Eppure il sostantivo è assolutamente espressivo e non facile a rendersi in lingua: né “paccottiglia” né “cianfrusaglie” rendono l’idea. Le loro colleghe e i loro colleghi di quarant’anni fa, per eccesso di zelo, demonizzarono le parlate locali e purtroppo distinsero i loro alunni in bambini di serie A e di serie B a seconda del loro modo di esprimersi.
Addirittura tanti genitori cominciarono a parlare con i loro figli un italiano che essi stessi conoscevano poco. Fu un errore clamoroso, che ha portato al quasi totale abbandono dei dialetti. Eppure questi sono una ricchezza culturale; sono specchio di realtà degne della massima considerazione. Pier Paolo Pasolini difese il friulano; in napoletano Eduardo De Filippo ha lasciato un patrimonio di commedie di valore inestimabile. Si continua a poetare nel dialetto di Bagheria, come dimostra Ignazio Buttitta che definisce povero e servo il popolo cui è stata rubata la lingua dei padri.
Alla fine di una conferenza su questi argomenti, tenuta a Vanzone il 7 agosto scorso, un colto signore mi ha avvicinata e ha definito velleitaria la posizione di chi, come me, incita a un recupero del dialetto, a un riavvicinamento dei giovani alle loro radici. “Il dialetto esprime un mondo passato, una realtà agricolo-pastorale che non esiste più”. Così argomentava e devo dire con una qualche ragione. Dimenticava, però, quel signore, che il dialetto è la lingua degli affetti e che gli affetti non passano mai di moda.
Così ho scoperto con piacere da una recente indagine che il 63% dei giovani è tornato a utilizzare le parlate locali: il bilinguismo è pratica sana, che apre la mente e regala ai ragazzi un migliore rendimento scolastico. Interessanti sono le motivazioni: desiderio di creare un legame forte con la famiglia, voglia di conoscere la storia di determinati termini e particolari espressioni; la possibilità di arricchire il proprio parlato. Con queste premesse, c’è da augurarsi che l’inversione di tendenza vada avanti. Così la cantina tornerà a essere “cànova”, dal latino “canoba”, la baracca di vimini o di canne e poi di legno, che si piantava sulle vie o nei mercati, per vendere sale e cibi. Divenne la bottega dove si commerciava al minuto, poi l’ambiente di casa in cui si conservano le vettovaglie. Lo zio tornerà a essere “barba”, un traslato per indicare l’uomo anziano, dotato di saggezza: la barba era attributo dei filosofi nell’antichità. È parola settentrionale antichissima, che Dante usa in Paradiso 19,137.
La mia amica Oriana Pala, quando il fondo di un sentiero è bagnato e si scivola, dice: “Slizzigo” e suo nipote Nicolas, di diciassette anni, la comprende. Il verbo slita’ indica “scivolare” ed è parente stretto della “slitta”, il traino senza ruote che si muove sulla neve. Alle origini di tutto questo è il tedesco “schlitten”. Dietro una parola in dialetto si apre un mondo: che le future generazioni possano riappropriarsi di questa ricchezza, con consapevolezza e con un pizzico di divertimento.