Accessibilità dei contenuti

Skip to main content

Un calaschese e due cupole

Dalle ricerche del Sandretti sulle famiglie di Calasca, riprese poi nelle sue spigolature da don Andrea Primatesta, scopriamo che la cupola della bella cattedrale tra i monti (o tra i boschi, se preferite) è stata opera di un tal Antonio Spezia, nativo di Barzona.
A noi profani dell’architettura dell’ottocento il nome dice poco, ma per quanto mai asceso nell’olimpo dell’architettura, il nostro ebbe una parte importante in una delle più significative costruzioni della Torino del XIX secolo, la Basilica di Maria Ausiliatrice.

Antonio era figlio del capomastro Pietro Antonio, che aveva edificato il portico della cattedrale di Calasca. La famiglia risiedeva a Barzona, località dove nacque il 14 aprile 1814 il nostro ingegnere. Partendo dall’esperienza paterna, Antonio aveva perfezionato la sua preparazione all’università di Pavia come ingegnere, e poi in quella di Torino, nell’idraulica. Tra i lavori giovanili ci fu proprio la progettazione della cupola di Calasca, che fu edificata dalla popolazione tra il 1846 e il 1848.
La cupola completava la fabbrica della chiesa, coronando l’edificio con quell’armonia di proporzioni che ancora oggi ammiriamo. La cupola è alta internamente 33 metri.
Un’altezza notevole per una chiesa di montagna. Subito la cupola venne decorata con affreschi che illustrano negli otto spicchi le beatitudini. Sono opera di Luigi Hartmann di Chiavenna.
Pochi anni dopo, nel 1851, Antonio Spezia era contattato dal sacerdote Giovanni Bosco per una perizia. Il santo prete voleva far valutare la casa Pinardi, nel sobborgo torinese di Valdocco, in cui aveva iniziato il suo Oratorio.
Alcuni anni dopo don Bosco ebbe l’idea di edificare una chiesa più grande per i suoi ragazzi, sempre più numerosi, dedicandola a Maria Ausiliatrice, di cui era particolarmente devoto. Tra i tanti architetti amici, don Bosco volle proprio il calaschese Antonio Spezia, e gli commissionò il progetto per una basilica grandiosa e ricca. Doveva essere un dono per Maria Ausiliatrice, e il frutto della provvidenza divina.



Nel 1864 il progetto era pronto e venne presentato al comune per i necessari permessi. Per Antonio Spezia, che non aveva mai progettato costruzioni così grandi e ambiziose, fu una vera sfida. Conoscendo i gusti di don Bosco, cultore del classicismo e della bellezza, scelse di rifarsi all’intramontabile modello di Andrea Palladio, l’architetto italiano più imitato nel mondo.
Era ormai al tramonto l’epoca del neoclassicismo, di cui Palladio fu un precursore, e anche se a Torino tale stile non ebbe grande successo, si optò per quello stile, segno che l’edificio era rivolto non solo alla città, ma al mondo intero, in cui i salesiani erano inviati.
Nell’arco di quattro anni il tempio era terminato, pur con molti sacrifici. Don Bosco l’aveva voluto particolarmente ricercato, non per ostentare una ricchezza che in realtà non aveva, ma per esprimere la sua devozione, e educare i suoi giovani a offrire a Dio il meglio, anche a costo di sacrifici.
Tutta la basilica risplende di marmi colorati, e le immense tele di pittori dell’epoca raffigurano i santi di cui don Bosco era devoto. Corona l’edificio l’imponente cupola, che, come a Calasca, è il richiamo all’immensità del cielo che ricopre la terra e ricorda la presenza paterna di Dio.
Sulla cupola di Maria Ausiliatrice don Bosco volle un affresco che ricordasse la presenza di Maria in momenti difficili della vita della chiesa, che fu terminato solo nel 1891. Intanto anche Antonio Spezia proseguì la sua carriera, pur non essendo ricordato per altre grandi opere. Tra le altre cose prese parte alla promozione e alla progettazione della strada carrozzabile per la Valle Anzasca. Morì nel 1892, al 17 gennaio, lasciando due figli. I suoi capolavori, a Torino e a Calasca, ci parlano ancora della sua abilità e dell’aiuto prestato a un grande protagonista della storia della chiesa in epoca moderna: don Bosco.
Forse a memoria di questo legame, quando nel 1935 venne decorata la navata della chiesa di Calasca, si volle raffigurare in un tondo anche don Bosco.

Alcune caratteristiche fanno de “Il Rosa” un caso unico sulle Alpi. Il giornale non viene venduto, ma inviato ad “abbonati” che hanno versato liberamente una quota di contributo oppure solamente hanno segnalato l’indirizzo. Da oltre cinquant'anni è forse il primo caso di free press sulle Alpi. E’ un giornale indipendente, non frutto di un’iniziativa imprenditoriale, né istituzionale.

Il Rosa - Periodico di cultura alpina fondato nel 1962 a Macugnaga da Carlo Ravasio

  • Sede e Redazione: Via Gorini 20/A - 28879 Vanzone con San Carlo (VB)

  • Proprietà: Associazione Culturale Il Rosa

  • Registrazione Tribunale di Verbania n° 295 del 29 Novembre 1999.

  • Distribuzione gratuita con erogazione liberale (versamento consigliato di almeno 20 euro annuali) sul seguente conto corrente intestato all'Associazione Culturale Il Rosa presso POSTE ITALIANE: IT59E0760110100001041530567

  • Per informazioni sulle nostre attività: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

    Per segnalare cambi di indirizzo: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.

    Per la pubblicità scrivere a: Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo.