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Au revoir, goodbye… arvogas

Le sere di novembre sono tra le più deprimenti dell’autunno. Da casa mia il giorno scompare presto e il sole, incalzato dalla sera, sparisce senza rimpianti dietro il Corno di Scarpignano.

Sono le serate giuste per poltrire sul divano, per raccontarsi le cose della vita, apprezzando compiaciuti il calore della stufa.
Le immagini della partita della Nazionale di calcio scorrono ignorate sullo schermo della tv e la mente accarezza l’idea di una buona e imminente dormita.
Sono le ventitré; è notte da quasi sei ore.
Stiracchiandoci guardiamo sfavillare le ultime braci aspettando che gli estremi torpori del sonno, non concedano ulteriori ripensamenti. Eppure è come se non volessimo lasciare questa giornata.
La notte, senza luna, è velata da una leggera caligine.
Dalla finestra guardiamo la casa dei nostri vicini che dormono da ore. Portiamo Spanky in giardino e sbadigliando lo osserviamo gironzolare nel prato. La sua veneranda età gli impedisce di accorgersi che una figura si avvicina, buia, al cancello.
Guardiamo increduli! Una persona in una notte di novembre in questo estremo lembo di territorio neppure segnato sulle carte? Poi vediamo un’ombra anche sulla strada vicino a un’auto scura.
La figura si ferma davanti al cancello, in mano ha qualcosa d’indefinito. Con la sinistra fa dei cenni all’altro che si avvicina. “Permis?” dice una voce di donna e allungando la mano s’illumina una bottiglia vuota. “Je suis Emily, je pourrais avoir de l’eau”?
Cosa vuole? Chiedo ad Albertina. Dell’acqua, vuole acqua. “Yes water” rispondo. “Do you speak english?” chiede Emily. “No je ne parle pas” rispondo e qui parte la prima risata. “Français?” Scuoto la testa e indico quell’altro ormai vicino a lei. “Il est Antoine, mon amie” dice.

Sono entrambi al di fuori dal cancello, solo la mano della ragazza si protende verso di noi a cercare acqua. Novembre! Mi torna in mente il 13 novembre di tre anni fa con la strage al Bataclan.
È un collegamento istintivo che associa il mese e l‘idioma della ragazza a una percezione di pericolo.
Siamo indecisi ma non vogliamo cedere al timore. Poi un remoto ricordo scolastico mi rimanda a Platone: “Ogni persona che incontri sta combattendo una battaglia di cui non sai nulla. Sii gentile, sempre”.
Al diavolo la diffidenza! “Come on” dico e apriamo.
Una gomitata sul fianco mi ricorda che “Sono francesi…!” È passata la mezzanotte e anche il sonno.
Una manciata di legna nella stufa, una di castagne nel forno, un caffè e un goccio di “Connoiseurs Choice” che, essendo astemio, conservo per gli amici.
Dunque! Non si può dire che ci sia stata brillante conversazione perché il mio linguaggio mescola italiano, francese e inglese in una sorta di esperanto sui generis che suscita ilarità e divertimento. “Antoine come va?” chiedo? Lui riesce a spiegarmi che sono partiti da Chamonix la mattina senza una meta definita.
Hanno valicato il Sempione e casualmente imboccato la valle Anzasca. “Sans but!” e “sans but” sono arrivati a sedersi a casa mia a mezzanotte passata. Oh bella! E noi che volevamo andare a letto!
Emily è canadese. Noi spesso vagheggiamo di andarci in Canada, a visitare i Grandi Laghi, le foreste e i monti Appalachi, a passeggiare a Toronto e Montrèal. Chissà se ci riusciremo? Intanto abbiamo una canadese ospite. Emily vuole sapere qualcosa della nostra valle ma è difficile spiegarle. Le regalo una cartina e le descrivo Macugnaga e il Monte Rosa.
La serata trascorre in allegria, riusciamo a intenderci anche a gesti, ma sono più le risate che le parole. Dicono che la risata sia il metro più affidabile della natura umana. 
Più tardi Emily parla con Antoine e, rivolgendosi a noi, dice: «merci beaucoup, il est temps de se coucher» e, dalla finestra indica l’auto parcheggiata sotto il castagno.

«Au revoir» rispondiamo con un abbraccio.
Nella notte mi sveglio e controllo. La macchina è ancora lì, sotto l’arbul, con i vetri appannati. Alle sette non ci sono più, partiti «sans but» come due meteore con i loro sogni e la loro giovinezza.
Di loro ci rimane una foto ricordo.

castagne

 

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