Mattmark: 60 anni dopo le scuse ufficiali del Canton Vallese
Lunghi applausi hanno accompagnato le parole di Mathias Reynard (Presidente del Governo del Canton Vallese) che si è recato a Mattmark sabato 30 agosto, insieme ai colleghi Ganzer e Biner, per portare le scuse ufficiali del Canton Vallese a sessant’anni dalla tragedia che ha provocato la morte di 88 operai, 56 dei quali italiani.
“Scusa a tutte le famiglie, a tutti i parenti, a tutti coloro che hanno portato questo dolore per sei decenni. Scusa a tutta la comunità italiana. A quella venuta a lavorare in Vallese, come quella rimasta in patria. Riconosciamo la vostra sofferenza, riconosciamo i nostri errori e affermiamo che la vostra memoria è anche la nostra”, ha detto il Presidente Reynard aggiungendo durante il suo discorso che l’occasione è stata fondamentale per ricordare “l’importanza della comunità italiana per il Vallese e la Svizzera, perché oggi l’italianità è uno dei pilastri della nostra identità vallesana e ci ricorda che siamo più ricchi quando accogliamo, quando costruiamo insieme, quando trasformiamo le nostra differenze in una forza. L’italianità è una presenza viva, un soffio che attraversa le nostre valli. Si ritrova nella lingua, nella musica, nei gesti semplici della vita quotidiana”.
Intervistato dopo la commemorazione ha commentato: “Il Vallese e l’Italia hanno un legame molto forte: tantissimi italiani vivono nel Cantone o sono venuti qui per costruire il loro futuro, per lavorare e per vivere. Il successo svizzero è un successo in buona parte italiano e l’identità vallesana è intimamente legata all’italianità e all’Italia. Essa la riconosciamo come parte dell’identità elvetica. Nel corso della nostra storia ci sono stati episodi dolorosi a causa di alcuni errori svizzeri, come ad esempio il trattamento riservato ai lavoratori italiani, la xenofobia o la maniera di gestire questa catastrofe, ma oggi le relazioni sono veramente forti ed è per questo che è importante presentare le scuse per gli errori commessi in passato. In seno al governo vallesano ho chiesto di portare ufficialmente le scuse, decisione che è stata accettata all’unanimità. Non possiamo riparare gli errori del passato, ma possiamo riconoscerli e scusarci”.
Parole di apprezzamento sono state dette anche dall’Ambasciatore d’Italia in Svizzera, Gian Lorenzo Cornado. “Emozionato e commosso per questo gesto storico che è stato compiuto dal governo vallesano frutto di una decisione data per consenso come si usa fare in Svizzera e quindi i miei sentimenti sono di profonda gratitudine nei confronti delle autorità vallesane. L’amicizia tra Italia e Svizzera è solidissima ed è chiaro che essa si rafforza anche nei momenti di grande emozione e di difficoltà, dalle quali spesso nascono anche opportunità. Dopo sessant’anni sono arrivate le scuse del Canton Vallese; scuse importanti per le famiglie e per i superstiti. Il Canton Vallese è amico dell’Italia e della comunità italiana e oggi ha varcato un confine, grazie ad una volontà che fino adesso non c’era stata. È stato compiuto un passo che ci ha portato sulla scia di un’onda emotiva che ci spingerà a rafforzare ancora di più questi rapporti anche in nome dell’Italianità che ci accomuna nei valori e nella cultura. Gli italiani non sono più una minoranza, ma parte integrante della comunità nazionale. Io vedo solo grandi opportunità in futuro e insieme potremo fare grandi cose”.
Tra le autorità erano presenti Alwin Zurbriggen (Sindaco del Comune di Saas- Almagell), Nicoletta Piccirillo (Console Generale d’Italia a Ginevra), Maria Chiara Prodi (Segretaria Generale del CGIE), Oscar De Bona (Presidente dell’Associazione Bellunesi nel Mondo- ABM), Toni Ricciardi (Presidente del Gruppo interparlamentare Italia Svizzera), Elly Schlein (Segretaria Nazionale del Partito Democratico- PD) e Luca Ciriani (Ministro per i Rapporti con il Parlamento).
Numerose le famiglie di coloro che hanno lavorato e vissuto nel cantiere, tra questi anche Ilario Bagnariol , originario di Fiume Veneto (Pordenone) , che ci ha raccontato la sua storia: “ero partito per il Lussemburgo, dove ho imparato ad utilizzare le grandi macchine e lì ho conosciuto uno svizzero che mi ha portato qui nel 1963. Nel cantiere della diga mi occupavo di manovrare i grandi bulldozer. Tutti gli anni partecipo alla cerimonia e oggi (sabato 30 agosto Ndr) ho provato una grande emozione, perché è venuta anche la sindaca del mio paese. Una cosa inaspettata, un grande regalo! Ho visto partire il primo lavoratore bellunese e ho ritrovato l’ultimo corpo dopo il crollo”.
Molto nitido nella sua memoria il giorno della tragedia, “io ero da un’altra parte e stavo spostando da un lato un grande sasso. All’epoca non c’erano cabine sulle macchine; quindi, se si fossero ribaltate saremmo stati scaraventati lontani. Il capo mi ha lanciato un sasso per attirare la mia attenzione e per dirmi di guardare in alto: il ghiacciaio si muoveva. Dopo due minuti ho visto la prima macchina coperta da detriti, mi sono allontanato e la colata è passata a sette metri da me; la cosa più dolorosa è stata cercare i resti delle persone, si notava del rosso e si iniziava a cercare; trovavamo solo i resti delle persone e quelle immagini le porto da sessant’anni nella mia mente. Conoscevo tre friulani, tre amici della mia squadra che sono rimasti travolti davanti ai miei occhi. Verso sera poi, sono arrivati i primi soccorsi da Macugnaga”.
Anche la testimonianza di Liliana, moglie di Luigi Pirazzi, è fondamentale per capire come le famiglie italiane sono ancora oggi legate alla diga e a ciò che è successo nel 1965: “la prima volta che sono salita a Mattmark ricordo che lui lavorava e io mi sono messa a guardare il ghiacciaio per un paio d’ore. Quell’anno ho scattato una foto a mio figlio: era più piccolo delle ruote del camion. Ho sempre partecipato all’anniversario della tragedia insieme a mio marito, il quale è stato il primo a dare l’allarme, poiché avrebbe svolto il turno notturno. Sentendo alla radio quanto successo mi sono preoccupata, ma calcolando il tragitto avrebbe dovuto essere ancora a Saas Almagell e quindi mi sono tranquillizzata. Le prime notizie le ho ricevute alle 22.
Conservo ancora oggi molti ricordi e sono sempre tornata con uno spirito di memoria, anche con i bambini più grandi.
Mio marito si è occupato anche di recuperare le persone rimaste coinvolte e solo con la primavera hanno ricominciato a cercare i corpi rimanenti. L’ultimo lo hanno ritrovato ancora integro, seduto su un sasso in mezzo ai macchinari, ricoperto di ghiaccio e con l’orologio ancora al polso”.
Luca Magnani, Andrea Delvescovo
Foto di Giulio Frangioni e Mauro Martinengo