La “Mulgata”, tra storia e leggenda
Memorie di un impianto di sci “smontabile”.
Tra gli anni ’70 e ’80, la manovia attirò decine di sciatori a Vanzone.
Lo scoppiettio del motore – era di concezione agricola, modificato per lo scopo - e quell’odore acre che ti lasciava addosso, come quando tagli legna tutto il giorno con la motosega. Il serpeggiare della cordina metallica, con quel sibilo tra le carrucole poste su paletti provvisori infissi a bordo pista, nella neve.
Il gancio da tenere al collo durante la discesa, una sorta di morsetto che si doveva incastrare al volo nella corda traente, per risalire il pendio, dopo un violento strattone.
L’allegra adunata, al termine di un’abbondante nevicata: tutti insieme su e giù “a scaletta”, per battere la pista, con la neve fino alle ginocchia e degli “zoccoli” bianchi che si formavano sotto le solette degli sci, per l’assenza di sciolina. In quelle occasioni, dopo aver reso agibile la pista, si sciava gratis, in segno di riconoscenza verso i “gatti delle nevi” umani (non che il giornaliero incidesse molto nelle finanze familiari, dato che costava 1000 Lire per gli adulti e 500 per i bambini. E poi ancora, con l’affermarsi dell’impianto, le prime gare di slalom gigante e anche di parallelo, sponsorizzate dalla Cariplo (con i pali delle porte ricavati da pertiche per piante di fagioli, ma verniciati di blu e di rosso, per dare loro un tono più “professionale”). E grazie ad un paio di fari apposti sulle cascine che si trovavano a lato del tracciato, le sciate in notturna, con distribuzione di “moderate brente” di vin brulè (assieme alla Baitina di Druogno, i primi della provincia e tra i primi in tutto il nord Italia ad inventarsi lo sci notturno!).
E quel fantomatico “pumin”, la pianta di mele posta proprio in mezzo alla pista. Chi non ha rischiato di schiantarsi contro? Come attratti in modo irresistibile dal “frutto del peccato”. Tutti parlavano della “Mulgata”, a Vanzone con San Carlo, lo skilift che richiamava decine e decine di sciatori dall’intera valle. Non solo i ragazzi locali, ma anche molti villeggianti nel fine settimana, non aspettavano altro che l’apertura della pista. Al punto che, in molte occasioni, i ganci della “manovia” non bastavano e si dovevano ritirare, per essere distribuiti secondo turni, consentendo a tutti di usufruirne.
In verità, l’impianto era stato acquistato dalla locale Pro Loco nei primissimi anni ’70 e messo nei prati del “Pian”, nella Vanzone più bassa. Tuttavia, in quel sito, la pendenza era poca e l’esperimento non ebbe successo. Così, nel ’75, per iniziativa della famiglia Speranza (papà Aquilino in prima fila, affiancato dai figli Gianfranco e Walter), il Gruppo Sportivo Fulgor ne ritirò la gestione e lo spostò in località Valleggio, nel prato denominato “Molgatta”, ma da tutti conosciuto col toponimo dialettale “Mulgata”. Si trattava di soli 250 metri di lunghezza, ma la pendenza era abbastanza pronunciata, soprattutto nel primo tratto, appena sotto la Strada Vecchia. Fu subito successo!
Grazie all’impegno e alla disponibilità degli Speranza, nelle prime stagioni si riuscì a sciare tutti i giorni, non solo nei week end. E si ebbe persino, il giovedì pomeriggio, la presenza di un Maestro che impartiva lezioni: Adriano Schranz, il mitico “Titti”, che fu poi chiamato a rivestire la prestigiosa carica di Commissario Tecnico della Nazionale di sci nautico. Erano gli anni della mia fanciullezza sciistica. Gli anni in cui si aveva tutto, tutto ciò che serve davvero. O quasi. E ci si divertiva con nulla. Non voglio cadere nella retorica, ma ricordo quei momenti come unici e irripetibili.
Il timore, quasi reverenziale, che si provava anche solo nel vedere gli sci. I miei primi “strumenti di tortura”, ereditati da un cugino che a sua volta già li aveva avuti di seconda mano, erano interamente in legno, verniciati di rosso fuoco, con lamine ruggini tenute da viti. “Lupo sport”, la marca (e dire che il lupo, in quel finire degli anni ’70, non occupava le notizie di cronaca come ora…).
Tuttavia, non erano tanto gli scii a turbare i mei sonni fanciulleschi, bensì gli attacchi a cui si dovevano agganciare gli scarponi di cuoio, dalla punta piatta: una sorta di cordina a molla, messa in tensione da una leva, che passava dietro il tallone e lasciava quest’ultimo libero di alzarsi e muoversi. Il risultato di questa tecnologia d’anteguerra richiedeva un gesto atletico, che aveva più dell’eroico; la fatica nello spostare il peso per fare le prime curve senza accartocciarsi su sé stessi, equivaleva allo sforzo di cambiare il moto di rotazione terrestre. E poi l’entusiasmo quando arrivarono i primi sci nuovi, dei Rossignol con attacchi Tyrolia, autentica fantascienza!
Assieme agli scarponi di plastica, coi ganci metallici, che tenevano quei maledetti talloni finalmente fissi.
E la voglia di provarli al più presto, appunto in Mulgata, per vedere se quelle curve fossero divenute più semplici da disegnare. Queste le mie memorie di quel vero e proprio “Circo Bianco”: possiamo definirlo tranquillamente così, come per l’ambiente più celebre della Coppa del Mondo di sci. Sia perché a fine stagione si smantellava tutto - picchetti, carrucole, cavi metallici, fari, ecc; in poche parole, si toglievano “le tende” - e la pista tornava ad essere semplicemente un verde prato in pendenza. Sia perché in quel luogo d’infanzia, la mitica “Mulgata”, ne abbiamo viste davvero di tutti i colori, con mirabolanti avventure di personaggi locali, come se ci fossimo trovati noi stessi protagonisti di un circo. Era il 1980 quando la gestione “Speranza” terminò. Ad anni ’80 inoltrati, ci fu ancora qualche tentativo di ripresa grazie a Giovanni Lana, che si occupò di far funzionare lo skilift nei fine settimana. E per diverse stagioni, a fasi alterne, ci riuscì anche, sin verso il 1990. Tuttavia, le nevicate sempre più rade e scarse ed il mutare dei tempi e delle abitudini, ne decretarono la fine. Non ci furono più i “tempi d’oro” degli anni ’70 e sulla Mulgata, purtroppo, calò inesorabilmente l’oblio.