Questo sito utilizza i cookies per poter configurare in modo ottimale e migliorare costantemente le sue pagine web.
Continuando ad utilizzare il nostro sito fornite il vostro consenso all'utilizzo dei cookies.

Cliniche Dental

Donazioni PayPal

Sostieni un giornale libero ed indipendente che vive grazie a volontari, mossi da valori profondi per la cultura alpina. Anticipatamente ti ringraziamo per qualsiasi tipo di donazione.

Amici del Rosa

la valle del rosa

 

Forum Tre di Croppo

Un punto di vista nuovo, che preserva l’ambiente, che costituisce un richiamo e non un motivo di fuga per chi, giustamente, cerca fra i monti la bellezza e la pace.

Alpe Erbalonga-Foto Matthias Mandler

Alcuni articoli apparsi sugli ultimi numeri de “Il Rosa” mi spingono ad aggiungere qualche considerazione con lo scopo di sottolineare argomenti che, per la loro importanza a livello locale e generale, sono centrali in una riflessione adeguata sul presente e sul futuro.

Il tema del destino delle zone alpine e montane in genere non è limitato al nostro Paese: esso costituisce un passaggio obbligato per le più importanti società europee che si trovano a fare i conti con una vicenda forse non adeguatamente valutata nei momenti in cui una crescita economica apparentemente incontenibile schermava alcuni effetti ora ricomparsi con tutta la loro forza.
Nel pieno dello sviluppo, l’atteggiamento è stato di concentrare le risorse laddove era più semplice farle rendere, specializzando al massimo le “vocazioni” territoriali. Alla montagna è stato così affidato il compito di luogo di sfogo delle tensioni indotte dal lavoro, di recupero del contatto con la natura, di spazio sportivo per discipline severe, rese più facili ed accessibili dalle nuove tecnologie. È inutile negarlo: le Alpi sono state spinte a trasformarsi in un meraviglioso campo giochi per gli abitanti della pianura. Questa conversione dapprima non è stata un danno per le popolazioni locali che hanno beneficiato di una crescita rapida e sostanziosa del loro reddito.
La dura fatica del contadino si è trasformata nell’attenzione a soddisfare le esigenze e (perché no?) anche i capricci dei nuovi utenti della montagna.
Le popolazioni delle Alpi si sono generalmente dimostrate perfettamente all’altezza della situazione ed è difficile incontrare turisti che non ricordino con piacere il rapporto con i “locali”: persino una certa rudezza mostrata a volte da maestri di sci, guide, accompagnatori è stata correttamente percepita come un fatto tutt’altro che spiacevole, ma come un segno.
Un segno di vita. I montanari, uomini e donne, hanno una storia di “duri”. 

Macugnaga - Foto lavalledelrosa.itA Macugnaga vivono i discendenti di coloro che percorrevano il passo del Weissthor per andare al santuario di Varallo. Non avevano paura, quelle persone: affrontavano difficoltà e rischi con la forza d’animo cui una vita difficile li aveva abituati.
Le donne facevano figli in condizioni che, oggi, ci farebbero accapponare la pelle e li crescevano. Quando i “signori” della pianura e di altri Paesi hanno incominciato a salir quassù, attratti dall’incontaminata bellezza che gli abitanti dei luoghi avevano preservato, anzi migliorato “addomesticando” un ambiente feroce fino a costringerlo ad ospitar una vita organizzata, i montanari hanno capito il vantaggio derivante dalle lotte proprie e dei loro antenati e non si sono tirati indietro. In pochi anni una società che poteva, sotto più di un aspetto, apparire primitiva, si è dotata delle attrezzature e, soprattutto, della mentalità utili a favorire la presenza degli ospiti, a sorreggerne gli svaghi, a sostenerne gli slanci, le meditazioni, la creatività artistica. Quella stessa società si è addolcita, si è confrontata con valori nuovi e li ha fatti propri. Inevitabilmente, però, alcuni valori tradizionali si sono indeboliti e si è, in primo luogo, attenuato il legame che quasi incatenava le persone alla propria terra di origine. È cominciata sin d’allora l’emigrazione verso luoghi più agevoli e condizioni di vita meno incerte; allora è iniziato l’abbandono delle Terre Alte. Tolti i borghi nei quali lo sviluppo del terziario turistico riusciva sostituire con vantaggio le attività tradizionali o ad aumentarne il rendimento, è cominciato lo spopolamento della montagna. Inevitabilmente, poi, ai valori si sono associati i disvalori che il mondo esterno portava con sé e, in parte, si è attenuata la forza di spirito che aveva caratterizzato gli antenati.
Erano, forse, ignoranti e primitivi gli antichi, ma quale coraggio, quale spirito di sacrificio, quale senso sacrale della vita sapevano esprimere! Come avevano cercato di capire il mondo che li circondava! Siamo sempre più ammirati da tanta semplice ed audace creatività.
Richard Feynman, grande scienziato moderno che non è mai indietreggiato di fronte al senso di sgomento indotto dalle scoperte che si andavano facendo nel campo della fisica, ha affermato:”la natura è assurda”.

Realtà e leggende walser
Sì. La realtà, sottoposta ad uno studio approfondito, si rivela ben più complessa degli schemi mentali che l’uomo riesce ad elaborare a partire dalla comune esperienza ed arriva ad apparire persino folle. Considerate da questo punto di vista sono “folli” anche tante leggende dei walser, eppure, ai tempi della loro nascita, esse raggiungevano lo scopo di interpretare e spiegare un mondo pieno di mistero. Di esse, tuttavia, oggi si può dire, parafrasando Niels Bohr, un altro grande scienziato che ha contribuito a cambiare la nostra comprensione profonda della realtà, che non erano abbastanza folli da essere vere!
Bene. Siamo pronti al salto nella contemporaneità.
Parlando di follia? Sì.
Non ci vogliono discorsi speciali per indicare la follia del nostro mondo contemporaneo nel quale si manifesta sempre più una novità particolarmente inquietante: i comportamenti umani, potenziati dalla tecnologia, non sono più quasi innocui come un tempo.
L’umanità può sempre più influire in modo decisivo sul suo destino: è più padrona della sua esistenza. L’evento è straordinario ed ha una duplice valenza: potenzialmente è positivo, ma, insieme, costituisce un grave rischio perché può portare ad una “vera” follia.
La follia cui si riferiscono le citazioni di Feynman e Bohr, infatti, è ricchezza: la ricchezza della realtà che ci pone continuamente di fronte a novità difficili da spiegare con quello che già si conosce e ci costringe a cercare nuovi paradigmi, ad osare di fronte all’incerto. La follia umana può però anche essere l’uso sconsiderato del sapere che porta a rintanarsi nel già noto, nel convincersi che le conoscenze di cui già disponiamo risolvano e condizionino tutto e consentano di trascurare le logiche profonde del mondo. La vera follia sta nel ritenere che le cose vadano necessariamente come desideriamo.

Mulin dul Gabriel  - Foto lavalledelrosa.it

La ricchezza della montagna
Mentre scrivo sta piovendo. L’acqua che cade sulle montagne e sulla conca di Macugnaga fluisce verso la pianura riarsa che ho attraversato alcuni giorni or sono. Essa corre a vivificare le terre, a rifornire le sorgenti che alimentano la vita e rendono possibili le attività agricole, quelle industriali, quelle intellettuali più disparate, fino agli studi ed alle ricerche che si svolgono nei laboratori ed alimentano il nostro sapere. Dalla montagna arriva una componente insostituibile della vita.
Coloro che se ne sono andati, i loro figli e nipoti che hanno contribuito e contribuiscono ad ingrossare ed a vivificare le società fiorite nel piano, forse neppure ci pensano, ma è dalle loro terre di origine che arriva il soccorso ad un ambiente sempre più stremato. Insieme al soccorso arriva, però, un monito: ciò che è stato finora non può continuare senza adeguamenti: si deve prendere atto della necessità di un nuovo equilibrio. Bisogna temere che due follie, una intrinseca ed un’altra artificiale e pericolosa, trovino un punto di azione comune.
Per fare un esempio montanaro si può dire che è meglio la saggezza della rinuncia che il precipitare in un burrone.
Ma non si tratta semplicemente di rinunciare. Non ci è richiesto di essere paurosi, ma saggi.
La saggezza ci chiede di essere motivatamente prudenti. Qualche rinuncia sarà, forse, necessaria, ma, prima di tutto, è indispensabile capire dove il modello che abbiamo seguito presenta limiti insuperabili. Si tratta, ancora, di trovare nuovi modelli di società che permettano di integrare meglio le attività umane nelle logiche profonde della Natura.
È stato di moda (ed in parte lo è ancora) sostenere che non esistono fatti, ma solo interpretazioni. Questa corrente di pensiero (che si è accompagnata agli importanti successi della tecnologia) introduce una pericolosa incompletezza, perché i fatti esistono ed il reale è ed è tanto duro da apparire implacabile, così implacabile da rendere la natura “assurda” nel senso di Feynman, ossia indifferente a quello che ci piacerebbe, che ci sembrerebbe logico e ci tornerebbe comodo, tanto da costringerci ad una improba fatica per trovare il varco che apre una prospettiva applicabile.
Chi può affrontare questa sfida con coraggio meglio delle popolazioni che, fronteggiando difficoltà persino ardue da immaginare, hanno addomesticato terre difficili senza lasciarsi prendere dall’arroganza del potere?
Ecco la sfida delle Terre Alte: recuperare la loro funzione, ritornare ad utilizzare risorse ora trascurate, potenziare peculiarità non sufficientemente valorizzate, indicare saggezza.
Per far questo non si deve andare all’indietro. La realtà è irreversibile: indietro non si torna. Se davanti si para un burrone, l’alternativa non è tornare all’esatto punto di partenza. Quel punto non esiste più così com’era quando si è partiti: esso è cambiato, in maniera impercettibile ad un primo sguardo, ma sostanziale nelle conseguenze. L’alternativa vera è cercare la via per andare avanti senza finire giù, utilizzando con saggezza le conoscenze che sono divenute disponibili, sfruttandone una caratteristica importante che cambia in modo significativo lo scenario: il fatto che esse tendono ad avere sempre meno una localizzazione geografica preferenziale.

La questione energetica
Diga di Ceppo Morelli - Foto lavalledelrosa.itBasta affacciarsi alla finestra in questa splendida valle per avere la riprova del possente fenomeno che interessa tutta la Terra: l’energia che il sole irraggia verso il nostro pianeta è raccolta, rimodellata, trasformata, immagazzinata. Il risultato finale vincente è la vita.
Nel passato l’uomo è stato completamente integrato in questo evento e lo è anche oggi con una differenza: mentre un tempo l’energia solare veniva utilizzata laddove essa produceva i suoi effetti, oggi abbiamo accresciuto la capacità di trasportarla da luoghi in cui si è accumulata ad altri in cui si utilizza: una petroliera, una nave carica di grano che solcano il mare, un automezzo che raggiunge un negozio per rifornirlo di qualcosa, trasportano energia proveniente dal sole e la usano.
I conduttori che partono da una centrale elettrica ed arrivano in luoghi lontani trasportano energia solare. La civiltà moderna sposta energia solare nel tempo e nello spazio: i punti dove se ne è concentrato l’arrivo sono i luoghi dove è avvenuta la trasformazione economica e sociale del mondo.
Ho scritto poco sopra che la realtà è irreversibile ed in queste parole sta la difficoltà davanti alla quale ci troviamo: quando gli restituiamo, dopo averla (sempre parzialmente) utilizzata, l’energia immagazzinata in epoche in cui l’uomo non era presente sulla Terra, modifichiamo l’ambiente.
Ci rendiamo conto, ormai, anche se in un modo non facilmente intuitivo, che da tale processo derivano conseguenze dannose.
Un caposaldo della realtà naturale è che l’energia si conserva trasformandosi: diventa alla fine quasi inutilizzabile per noi, ma permane con effetti profondi. Le risorse fossili si assottigliano inducendo insieme cambiamenti pericolosi per la nostra esistenza. Il ritorno al passato si rivela, alla lunga, fatale. Lo abbiamo già detto: non si può tornare indietro. È ammessa qualche breve presa di visione, ma nulla di più. Ludwig Wittgenstein, quasi sicuramente non immaginando di essere ben più profetico di quanto volesse, ha scritto: “vive in eterno colui che vive nel presente.”
Ecco il perché profondo dell’affannosa ricerca di “fonti” di energia diverse.

Fonti di energia diversificate
Sfruttando la conoscenza più precisa della natura che abbiamo maturato, si sta cercando di mettere a punto tecnologie che non vadano all’indietro, ma vivano nel presente. Questa è una occasione per le Terre Alte: biomasse e mini-idraulico non hanno nulla a che vedere con i giganteschi impianti cui siamo abituati, ma rappresentano una forma di ritorno alla realtà.
La creazione dei distretti energetici deve quasi necessariamente iniziare dai comprensori montani e può avvalersi di un’altra potente novità già richiamata: le nuove tecnologie informatiche che rompono gli isolamenti, consentono di comunicare fra persone ed organizzazioni fisicamente anche molto lontane, permettono di svolgere compiti che un tempo richiedevano di concentrare le risorse mentali, anche da collocazioni decentrate.
Si tratta di una opportunità per i giovani che possono cominciare ad immaginare il loro futuro senza dover necessariamente mettere in conto l’abbandono, ma soltanto (questo è sempre indispensabile) i viaggi e le presenze in altri luoghi che consentono il contatto diretto con diverse esperienze e culture.
Abbiamo trovato una dote di energia immagazzinata nei combustibili fossili: una scorta. Anche utilizzando tecnologie diffuse sul territorio dobbiamo pensare a fare scorte per equilibrare produzione e consumi.
La produzione di idrogeno è certamente la prospettiva più importante.
Non vi sono dubbi che una delle strade per fronteggiare i molteplici problemi cui si è accennato è l’utilizzo e lo stoccaggio di idrogeno ottenuto mediante energie rinnovabili.
Vi sono complesse problematiche riguardanti la stabilità e l’efficienza degli impianti, ma i materiali che sono emersi negli ultimi venticinque anni come risultato della ricerca lasciano bene sperare.
Si tratta ancora di sperimentare, ma su scala abbastanza grande, seppur sempre modesta, ed ancora una volta la dimensione e la collocazione dei distretti montani non si rivela un ostacolo.
In un territorio geograficamente circoscritto si può pensare di usare, anche sperimentalmente, idrogeno per alimentare case e trasporti: non c’è niente di visionario nell’immaginare trasporti locali (mi piace pensare agli scuolabus) ad idrogeno derivante da impianti di elettrolisi che utilizzino energia di origine idraulica e / o da biomasse nel modo redditizio che, in particolare, le tecnologie basate sulle membrane lasciano intravvedere.

Un punto di vista nuovo
È un punto di vista nuovo, che preserva l’ambiente, che costituisce un richiamo e non un motivo di fuga per chi, giustamente, cerca fra i monti la bellezza e la pace, che vuole tenersi in contatto con l’insondabile il mistero della vita celato nel silenzio.
“Perdita di biodiversità.” Quante volte si sente risuonare questo allarme, che parte dall’analisi sul modo in cui i progetti vitali si sono spontaneamente configurati per meglio fronteggiare i cambiamenti che possono essere indotti nell’ambiente dalle cause più imprevedibili.
Ancora una volta, le Terre Alte possono inserirsi in una risposta di avanguardia. Proprio l’abbandono ha reso disponibili spazi un tempo utilizzati ed oggi inselvatichiti: una scelta fra essi (non v’è motivo di voler recuperare tutto) consentirà il rilancio di coltivazioni che, proprio per la loro specializzazione e per la relativa rarità dei prodotti, potranno essere redditizie senza danneggiare, ma rinvigorendo l’ambiente con interventi che lo rendano più resistente (oggi si usa molto il termine resiliente) agli effetti dovuti al clima così come è sempre stato e così come si annuncia, reso più estremo dai mutamenti.

Mi scuso se essa può avere un sapore un po’ moraleggiante. Non è mia intenzione, lo assicuro, fare la morale a nessuno. Penso di non essere proprio qualificato per questo compito, ma l’esperienza lascia qualcosa che bisogna provare a trasmettere (senza essere troppo noiosi!)
L’impresa appena tratteggiata è complessa ed ha un ostacolo nella difficile comprensione per le ragioni che la sostengono che c’è ancora in tutti gli ambienti, non ultimo quello finanziario.
Come sempre quando l’obiettivo è difficile, ci vuole coesione.
Le popolazioni delle Terre Alte devono tirar fuori la loro capacità di cooperare.
Si tratta di ritrovare propensioni innate: senza l’aiuto reciproco, le piccole comunità decentrate che segnano la storia della vita in montagna non sarebbero riuscite a sopravvivere.
Oggi è necessario che intere valli si uniscano, individuando il modo in cui dispiegare i progetti sul loro territorio, superando con giudizio possibili contrasti di convenienza, trovando il coraggio di chiedere norme ed investimenti adatti al loro territorio.
Seguendo questa linea, potranno anche essere recuperate presenze produttive che, sino a poco tempo fa, sono state importanti per poi cedere il passo sia alle conseguenze della specializzazione territoriale che all’obsolescenza tecnologica inevitabilmente legata alla tendenza ad emarginarle. Esse hanno lasciato competenze essenziali che, nella nuova prospettiva, possono ripartire in sintonia con l’ambiente.
Potrà contare di più una voce unisona che tante richieste non organizzate.
Viviamo in un mondo globalizzato, ma mai come oggi sentiamo il senso profondo di ciò che le particolarità possono fornire sotto ogni aspetto.
“Lassù gli ultimi.” scrisse Nuto Revelli con rara empatia: è arrivato il momento di provare a rovesciare la sua frase (sapendo che sarebbe il primo ad essere felice di un successo): “Lassù i primi.” È chiedere tanto?
Si, ma non bisogna dimenticare che abbiamo a che fare con un popolo che in salita ci sa andare.

Attilio Melone

Foto: lavalledelrosa.it  e Matthias Mandler

Grande successo per l’edizione 2018 del Calendario edito da “IL ROSA”

Le splendide immagini del Monte Rosa sono state molto apprezzate ed hanno ottenuto ottimo riscontro fra i lettori ed i frequentatori di Macugnaga e della Valle Anzasca.
Mentre in redazione stiamo già pensando all'edizione 2019vi ricordiamo che ne restano pochissime copie a disposizione di coloro che vorranno tenere il pregevole calendario nella loro personale collezione. Spedizione postale con raccomandata contrassegno euro 20 inviando la richiesta via mail a: redazione@ilrosa.info 
Calendario Il Rosa 2018