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La storia di Matteo Della Bordella e del canalone Marinelli

4. Giornata stupenda

“Tutto avremmo pensato, davvero, tranne questo” si legge improvvisamente sul profilo Facebook dei Ragni di Lecco. 
Quale follia avrà sconvolto i maglioni rossi oramai abituati a kayak e ad immense pareti inesplorate dall’altra parte del mondo? 
“Il nostro idolo Nicolas Favresse con il nostro Matteo Della Bordella, sci in spalla, una lunghissima salita e poi sci ripido in ambiente”.

Il fatto che il gruppo lecchese sia più sorpreso a vedere Della Bordella con gli sci ai piedi, piuttosto che su un kayak gonfiabile sull’Isola di Baffin, ci fa divertire molto, ma lasciando perdere questi nostri divertissement veniamo al punto: Matteo, in pausa dall’arrampicata a causa di un infortunio subito in Patagonia all’anulare sinistro, Nico Favresse e Tommaso Lamantia hanno salito e disceso con gli sci il canalone Marinelli, sulla est del Monte Rosa.
Una storia questa che inizia con una domanda che l’alpinista si è posto: “Cosa posso fare in questi due mesi di riposo dalla scalata?”. 
La risposta ve la lasciamo raccontare direttamente da lui, Matteo Della Bordella.


© Foto: Matteo Della Bordella

Premessa: se siete interessati solo sapere della salita e discesa del canalone Marinelli e delle relative condizioni (per quanto io di neve non ci capisca poi moltissimo), potete tranquillamente saltare la prima metà di questo articolo. Se invece vi interessa sentire una storia un po’ diversa leggete pure dall’inizio.
 Tutto è iniziato esattamente il 3 marzo 2017, quando, ancora in Patagonia, scalando in falesia il mio anulare sinistro ha fatto clack!
Una volta tornato in Italia, ho deciso di affidarmi a un medico specialista in questo tipo di infortuni e la diagnosi è stata definitiva e non ha lasciato troppi dubbi: rottura completa della puleggia A2 e forse anche A3 con distacco tra tendine ed osso di 4mm. Il che tradotto per i profani significa stop dalla scalata per 2-3 mesi più un lungo periodo di riabilitazione.
In realtà grazie alle cure ed ai consigli della dottoressa De Ruvo, la puleggia si è riformata piuttosto velocemente ed esattamente 9 settimane dopo l’infortunio, ovvero qualche giorno fa, sono riuscito a chiudere il mio primo 8a dopo l’infortunio (che non sarà chissà cosa ma per me è comunque un segnale che la strada è quella giusta), nonostante per tornare ad allenarmi ed a tirare al massimo dovrò attendere ancora qualche settimana.
 Ma questa è un’altra storia. 
La vera storia inizia con la domanda: “Cosa posso fare in questi due mesi di riposo dalla scalata?” 
Decido così di provare a rispolverare una mia vecchia passione: lo sci. Una passione che negli ultimi anni avevo abbandonato, in realtà non perché non mi piacesse sciare, ma semplicemente perché arrampicare mi dava emozioni e soddisfazioni più forti ed ormai una dozzina di anni fa avevo preso la decisione di dedicarmi completamente a quest’ultima disciplina e limitare lo sci ai giorni in cui non si poteva arrampicare (che per chi mi conosce significa letteralmente “mai”).


6. Breve pausa
© Foto: Matteo Della Bordella

Come risultato di questa scelta la mia ultima gita scialpinistica datava inverno 2007 e l’attrezzatura una decina abbondante di anni prima (attacchi Silvretta vecchi in ferro…)
 Determinante nella mia ripresa dello sci è stato un fantastico ed inaspettato regalo di sci, attacchino e scarponi da scialpinismo di ultima generazione. Un regalo che casualmente è capitato proprio al momento giusto.
Nonostante l’attrezzatura di prim’ordine, le prime uscite sugli sci, a metà del mese di marzo furono piuttosto fallimentari. Non per il fatto che la prima volta avessi dimenticato parte dell’attrezzatura (tra cui i bastoncini), o per la compagnia che in realtà era ottima e con cui avevo gran piacere ad andare in montagna, ma per il fatto che nella mia testa i pensieri che giravano erano del tipo “ma che diavolo ci faccio qui?” “Non vedo l’ora che sta roba sia finita e di tornarmene a casa” “dello sci ne ho già abbastanza” e cose di questo genere.

Poi ho avuto l’occasione di sciare con un mio vecchio amico, Patricio Munari, un tempo anche grande compagno di arrampicata, col quale ci siamo un po’ persi di vista. 
Pato, mi ha portato nella zona del Passo del Susten per sciare un canale del Gross Griesshorn. Una volta in cima al canale ero abbastanza terrorizzato all’idea di scendere da lì con gli sci ai piedi, ma dopo aver visto Pato pennellare curve nella powder mi sono un po’ sciolto ed in qualche modo ho iniziato a fare qualche curva pure io.
In quelle prime curve, su quel canale, è scattato qualcosa, ecco, esattamente lì in quei momenti, lo sci è tornato a piacermi, come mi piaceva quindici o vent’anni fa, quando andavo insieme a mio papà o quando facevo un po’ di freeride.


Poi, conoscendomi, quello che mi accade, è che quando una cosa mi piace, entro in un circolo virtuoso (se così si può definire), nel senso che inizio a farla sempre più spesso, informarmi e soprattutto pormi degli obiettivi. Delle sfide, a livello personale ovviamente, ma che per me alla fine sono un po’ il succo che sta dietro l’andare in montagna.
In questo caso la sfida era per così dire “evidente” nel senso che da 32 anni a questa parte la vedevo a casa mia ogni mattina, illuminarsi di rosso all’alba nelle belle giornate. 
La sfida era salire e scendere la Est del Rosa con gli sci, per il canalone Marinelli. 
Una discesa classica della quale avevo sentito parlare tante volte, non estrema, ma elegante, logica e lunga, ripetuta da numerosi sciatori con differenti stili, per la quale non servono enormi capacità sciistiche, che mi sembrava interessante ed alla mia portata, a patto di seguire un percorso di preparazione appropriato.


Ovviamente, da buon alpinista, per me esisteva un unico modo per farla, ovvero quello di percorrerla sia in salita che in discesa, per verificarne le condizioni, ma soprattutto per non perdermi l’avventura e l’emozione di salire questa enorme parete. 


5. Orme
© Foto: Matteo Della Bordella

Ho iniziato a pensare in funzione di questo obiettivo, leggere ed informarmi, senza chiedere troppo in giro perché alla fine mi piace andare in montagna e valutare le condizioni da me, senza essere troppo influenzato da pareri esterni. 
Ho cercato anche più o meno di entrare un pochettino nel mondo dello sci.


Così dopo una dozzina di gite varie di allenamento, tra cui qualcuna in quota e qualche test su “ripido”, era già da qualche settimana che mi sentivo pronto e non vedevo l’ora di pestare un po’ di neve sul Marinelli.
Con me ci sono due compagni altrettanto motivati per questa salita e discesa: Tommaso “Tommy” Lamantia, ottimo alpinista all-rounder e Nico Favresse, che magari la maggior parte dei lettori lo immaginerà di più su qualche big wall sperduta nel mondo o a scalare su qualche 9a, ed invece è pure un gran sciatore e come gli ho lanciato la proposta del Marinelli ha subito reagito con grande entusiasmo. 
Partiamo da Macugnaga lunedì 8 maggio alle 10,30 di mattina in direzione del bivacco Marinelli. Dopo poco meno di 5 ore di marcia sotto un bel sole cocente, siamo alla porta del Bivacco Marinelli, che troviamo aperta, con il bivacco invaso dalla neve. Lo svuotiamo e ci sistemiamo per la notte.

Purtroppo riesco a dormire ben poco a causa di un mal di gola bello forte, che, sfiga vuole, mi è venuto proprio il giorno prima. Alle 2 di notte ci alziamo ed alle 3 usciamo dal bivacco.

Appena usciamo, sentiamo un gran boato provenire dalla parete. E’ notte e non capiamo bene, ci pare che venga proprio dal canalone, ma in realtà potrebbe arrivare da più a sinistra, non è comunque un buon presagio. 
Poche centinaia di metri più tardi stiamo per entrare nel canalone quando mi si rompe un rampone. Ci mancava solo quello. Se stessi ad ascoltare tutti i presagi forse dovrei valutare una rinuncia, ma preferisco ascoltare la motivazione e decido comunque di andare avanti fin dove riesco.
Sono fortunato. C’è molta neve ed è pure soffice, si sfonda quasi sempre fino al ginocchio. 
Una vera fortuna per me che sono senza rampone, anche se battere traccia e risalire risulta molto faticoso.


Dopo un paio d’ore che risaliamo arriva l’alba ed è un momento magico, tutto si tinge di rosso ed il morale torna alto, la mia gola migliora un po’ e le gambe iniziano a girare con un buon ritmo. Saliamo lenti e costanti, puntando alla Silbersattel, appena a destra della punta Dufour. Inavvertitamente prendiamo un canale leggermente più sulla destra che conduce comunque alla Silbersattel, un po’ più ripido di quello che viene percorso solitamente. Purtroppo inizia ad esserci ghiaccio vivo al di sotto della neve e per me, senza un rampone, inizia una fastidiosa e faticosa progressione sempre in piolet traction, con le due picche in mano e con un piede che continua a scalciare e scivolare sul ghiaccio.

Finalmente siamo sotto la Silbersattel, dove c’è un po’ di ghiaccio vivo più ripido.

Io decido che ne ho abbastanza di quest’agonia e mi fermo una ventina di metri sotto la sella vera e propria dove si arriva con una breve doppia quando il pendio finale è ghiacciato.

Nico è l’unico ad arrivare fino alla sella, ma dopo un piccolo spavento con gli sci che gli partono sul ghiaccio decide di ricalzare i ramponi per ridiscendere quei pochi metri ghiacciati.
Sono ormai le 10 passate quando iniziamo la parte divertente, ovvero la discesa. La prima parte sotto la Silbersattel è la più ripida, ma la neve è ottima e il pendio abbastanza largo. 

Dopo le prime curve sono sorpreso di quanto le mie gambe siano stanche dalla salita. 
Avrei onestamente pensato di sentirla di meno, invece dopo al massimo una decina di curve di fila sono costretto a fermarmi per riprendere fiato.
Poi il pendio si allarga ulteriormente e la pendenza diminuisce. Nico sfodera delle belle curve ampie da freerider, mentre io e Tommy rimaniamo più su una sciata old style.
La discesa dal canalone è sempre molto continua e fantastica, anche se più in basso la qualità della neve peggiora un pochino diventando trasformata e pesante.


Recuperiamo il materiale da bivacco e dopo una breve pausa ci fiondiamo giù per l’ultima parte di canalone, riuscendo poi ad arrivare praticamente sci a piedi (con un solo trasferimento) fino all’alpe Burki.


Per concludere posso dire che è stata davvero un’avventura diversa dal solito, bella e completa, non difficile né in salita né in discesa, ma appagante dal punto di vista personale, al pari di tante belle vie di arrampicata in montagna. 


Una salita e discesa che consiglierei ad ogni bravo sciatore ed alpinista, fermo restando che in questo canalone alcuni pericoli oggettivi ci sono, bisogna accettarli e non sono comunque facili da valutare.
Ho parlato poco dei miei compagni con i quali l’intesa è stata grande: Tommy ha un grande entusiasmo e si vede che gli brillano gli occhi per ogni tipo di avventura in montagna e Nico…beh, quasi un anno fa abbiamo sciato insieme per 180 km a Baffin, ma sempre in piano, sul mare ghiacciato. Chi lo avrebbe mai detto adesso di sciare ancora insieme in un ambiente del genere?!? Stranamente questa volta non aveva con sé la sua chitarra, forse era un po’ scomoda da portarsi in spalla mentre sciava, ma le sue melodie le sentirete presto nel nuovo film sulla spedizione a Baffin che sta per uscire!!


In buona sostanza, non tutti i mali vengono per nuocere ed anche se adesso mi è tornata una gran voglia di scalare, speriamo che capiti ancora l’occasione di vivere altre avventure di questo genere!