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Margareth e la valanga, una straordinaria voglia di vivere

In questo inverno di nevicate intense il racconto a firma renato Cresta di uno straordinario salvataggio di una turista canadese sepolta per 44 ore sotto una enorme valanga caduta sulla strada nei di Stabioli.Tratto dalla rivista MountCity del 22/01/2018.

La valanga sul rio Valle (dove parte il sentiero per Stabioli)

In molte case in quell’inverno del ’72 a Macugnaga si entrava e si usciva attraverso tunnel scavati nella neve o dai balconi del primo piano. La mattina del 10 di marzo Renato Cresta misurò 218 centimetri di neve al suolo. Su questo scenario si dipana la storia di Margareth, una turista canadese rimasta sepolta per 44 ore sotto una valanga. La sua miracolosa sopravvivenza è stata raccontata qualche anno più tardi dallo stesso Cresta a Raitre in una puntata di “Ultimo minuto”. Nel 2004 la storia è stata poi ricostruita con qualche approssimazione nel libro “Soccorsi in montagna” pubblicato dal Corpo nazionale soccorso alpino e speleologico in occasione del suo cinquantennale. Fu un caso che ha pochi riscontri nella storia. Margareth è stata catturata dalla valanga verso le ore 12 di sabato 11 marzo 1972 ed è stata riportata alla luce verso le 8 di lunedì 13 marzo. Ora Cresta la ripropone minuto per minuto nel suo libro “Piccole storie di grandi valanghe”, una raccolta di una quindicina di episodi la cui pubblicazione viene annunciata dall’editore Mulatero. E’ una ricostruzione appassionante e ineccepibile, ricca di particolari tecnici di cui ancora oggi fare tesoro. “Molte cose”, spiega Cresta, “sono andate in modo diverso da quanto è stato descritto e narrato nel libro del Soccorso alpino. Non vale la spesa di pignoleggiare, ciò che conta è che Margareth se la sia cavata con poco danno (piccoli trapianti di pelle su alcune dita delle mani) e che, pochi giorni or sono, ci siamo scambiati gli auguri”. Da questa ricostruzione in procinto di andare alle stampe riprendiamo, per gentile concessione dell’autore, alcuni brani che vengono illustrati dalla straordinaria sequenza di foto del disseppellimento scattate dallo stesso Cresta, autore d’importanti saggi sulle valanghe, argomento di cui risulta tra i maggiori esperti al mondo. Fu Cresta a coordinare le ricerche da parte del Soccorso alpino di Margareth: al cui ritrovamento, come qui si può leggere, diede un determinate contributo Zacho, il cane da valanga condotto da Alberto Borgna.

Zacho con il suo accompagnatore Alberto Borgna

Zacho, il cane che ha strappato Margareth alla morte, con il suo accompagnatore Alberto Borgna. Nella foto principale la valanga che ha seppellito Margareth in una foto scattata da Renato Cresta il giovedì successivo al disseppellimento, al suo ritorno da una visita che le aveva fatto all’ospedale di Domodossola. Una pala meccanica è al lavoro per aprire un tunnel nella massa si neve. Per circa un mese si transiterà entro questo tunnel e poi, in aprile avanzato, si userà l’esplosivo per far crollare la volta e poter transitare finalmente alla luce del sole.

Il racconto di Renato Cresta che coordinò quelle 44 ore di ricerche

Due coniugi canadesi, John e Margareth Laidlaw, sono già da qualche giorno in vacanza a Macugnaga; vorrebbero sciare, ma è impossibile per l’enorme nevicata. Dopo un paio di giorni di forzata inattività, decidono di lasciare il paese e di trasferirsi a Zermatt, dove sembra non vi siano problemi. Zermatt, infatti, è ad appena 18 chilometri di distanza in linea d’aria, ma è dall’altra parte del Monte Rosa, una barriera invalicabile alle perturbazioni che quest’inverno giungono senza sosta dal Golfo di Genova. La strada è interrotta, ma per loro non è un problema: sono giunti a Macugnaga in tenuta da sci e il bagaglio è limitato ai soli sacchi da montagna, perciò possono viaggiare senza l’impedimento del bagaglio a mano. John e Margareth si mettono il sacco in spalla, calzano gli sci e si avviano lungo la strada innevata; dove questa è interrotta dalle valanghe toglieranno gli sci e attraverseranno a piedi il cumulo di neve.

Sono le 13.30 circa e mi avvio con alcuni dipendenti per riprendere il lavoro di sgombero della neve sotto la seggiovia del Belvedere, della quale sono il Direttore Sportivo, quando sento squillare il telefono della stazione di partenza. Sollevo la cornetta e sento la voce dell’Ingegner Pala che mi avverte che è scesa nuovamente la Valanga della Valle, oltre Pestarena, e che una donna è scomparsa sotto la neve; servono uomini per avviare le ricerche. Faccio parte della Squadra di Macugnaga del CNSA (Corpo Nazionale Soccorso Alpino) e devo rispondere alla chiamata; chiedo al personale se c’è qualcuno che si offra volontario e, aperto il magazzino dove tengo il materiale di soccorso in valanga, distribuisco sonde, pale e bandierine a tre volontari. Riusciamo ad arrivare a Pestarena con l’automobile e poi, a piedi, raggiungiamo la zona della valanga: è enorme e, per il momento, siamo solo in quattro. Lascio i tre al margine della valanga a fare da vedetta e mi arrampico sul deposito, girando attorno ai grandi blocchi di neve dell’accumulo. Il conoide è solcato da tre rigole, tre solchi creati dallo scorrere delle colate di neve; sono larghe un paio di metri, profonde altrettanto e percorrono la valanga per tutta la sua lunghezza. Al margine inferiore la massa del deposito termina con un salto che si affaccia sul fiume, che scorre una ventina di metri più in basso, incanalato tra pareti di roccia.

Dall’altra parte della valanga vedo alcune persone, una di loro mi riconosce e mi viene incontro. È salita da Ceppo Morelli, il primo paese più a valle, dove è giunta la notizia. Mi dice che c’è una donna sotto la neve, “… la moglie di quel canadese che era in vacanza a Macugnaga. Mentre passavano a piedi sopra la valanga sono stati sorpresi da una nuova colata che ha portato via la donna; invece l’uomo, che era più avanti, è riuscito a scappare”. Mi dice che la notizia l’hanno avuta da tre donne, tre infermiere di Varese che, con la loro automobile, hanno portato l’uomo a Ceppo Morelli, ma hanno capito poco di quello che dice lui perché parla solo inglese, perciò l’hanno fatto proseguire per la Stazione dei Carabinieri, che è a Pontegrande, una decina di chilometri più a valle. Gli chiedo se può rientrare a Ceppo Morelli e telefonare ai Carabinieri, pregandoli di far tornare il marito nella zona della valanga; è l’unico testimone e solo lui potrà orientare i soccorritori nella ricerca.

Ritorno sulla valanga e, lontano in basso, vedo qualcosa che sembra un sacco da montagna che affiora su un cumulo di neve. Scendo e lo raggiungo: non è un sacco, è solo una zolla d’erba di forma triangolare, strappata via dalla neve e rovesciata sottosopra; la forma ed il colore beige del terriccio mi hanno ingannato. Ma non ho perso tempo perché da questo punto di vista mi rendo conto della situazione: sopra la grande massa di neve delle valanghe precedenti sono ben visibili tre colate di neve recente che, dallo sbocco del canalone, hanno preso direzioni divergenti. Ritengo che la colata più superficiale, l’ultima, sia quella che ha travolto la donna e la risalgo per un esame a vista, ma non trovo nessun indizio. Raggiungo l’altezza della strada e trovo la squadra del CNSA di Macugnaga. Spiego al Capo Stazione quanto ho visto e capito e lui dispone che si dovrà iniziare il sondaggio, ma prima invia più in alto un paio di uomini che dovranno dare l’allarme in caso di nuove colate. Ci portiamo sull’ultima colata e, mentre gli uomini cominciano a sondare, io riprendo l’esplorazione “vista e udito” della superficie della valanga. Nel frattempo sopraggiunge l’amico Sergio Rossi con il suo cane Marco e, poco dopo, una squadra di Guardie di Finanza del SAGF di Domodossola. Lasciamo lavorare Sergio e Marco ma, dopo quasi mezz’ora senza risultato, questi smettono: il cane deve riposare e la squadra riprende il sondaggio.

Sono sempre in attesa del marito della donna, ma questo riesce a raggiungermi solo quando sono le quattro passate e si sta facendo buio. È canadese, perciò spero che parli anche il francese, lingua che conosco abbastanza bene, ma lui è di Toronto, dell’Ontario e non del Québec, per cui devo ricorrere all’inglese, che non padroneggio molto. Ad ogni modo riesco a capire che abbiamo solo perso tempo: “Io ero davanti, lei era dietro una ventina di metri perché le avevo detto di tenersi a distanza. Lei era dentro uno dei canali e stava uscendo quando sono scese tre colate. Lei è stata presa dalla prima colata”. “Mer…! Abbiamo perso tre ore a cercare nel posto sbagliato, nella terza colata invece che nella prima. Bisogna ricominciare”.

Sono giunti altri volontari ed ora si sono formate due squadre di sondatori, poi ci riprova il cane, ma senza risultato e si riprende il sondaggio. I sondatori marcano con bandierine di carta le zone già sondate e mi rendo conto, ci rendiamo conto che la superficie sondata è ben poca cosa rispetto a quanto rimane ancora, è buio ed il Capo Stazione decide che in queste condizioni non si possono vedere in tempo nuove colate di neve: manca la sicurezza, perciò richiama gli uomini. Resto solo con quattro Guardie di Finanza, agli ordini del Capitano Orsomando.
Nel frattempo, sono riuscito a farmi confermare da John che, effettivamente, al momento dell’incidente tre donne erano presenti al margine della valanga verso Ceppo Morelli, sono loro che l’hanno portato al paese con la loro Fiat 500; dovrebbero essere le infermiere di Varese delle quali mi ha detto il mio conoscente. Siamo rimasti in sette e possiamo fare ben poco, tuttavia … consegno una sonda a John e riprendiamo a sondare, ma non formiamo una linea di sondaggio, andiamo a “sfrugugliare” intorno agli alberelli ed agli arbusti che affiorano alla superficie: il corpo potrebbe essere rimasto impigliato tra la ramaglia. Verso le otto dobbiamo smettere: è buio pesto e non abbiamo neppure quel minimo di sicurezza che potevano darci le sentinelle. Prima di lasciarci, chiedo al Capitano Orsomando se, tramite il Comando di Varese, può prendere contatto con l’Ospedale e ritracciare le tre donne per farle tornare nella zona della valanga. Rientro a casa e chiamo al telefono Alberto Borgna. Alberto è un originale personaggio che ho conosciuto una dozzina di anni prima, quando ero sottotenente al Battaglione Aosta. È un poco più anziano di me e, quando abbiamo fatto conoscenza, aveva già completato il servizio militare come alpino del Battaglione Mondovì, città nella quale abita. È un buon alpinista e appassionato di sci alpinismo, ma trova pochi compagni per andare in giro con gli sci. Il mio Capitano, di cui Alberto è amico, gli propone di unirsi alla sua compagnia, la 134ª mortai, e di fare insieme a noi le escursioni invernali. Alberto accetta e si rivela un bravissimo sciatore ed un simpatico compagno. Tornerà anche l’anno successivo, poi ci perderemo di vista per ritrovarci insieme ai primi due Corsi di Nivologia organizzati dalla Commissione Neve e Valanghe del CAI. Ci siamo rivisti l’ultima volta giusto quattro mesi prima, al Corso del Tonale del novembre ’71, al quale Alberto ha partecipato come “unità cinofila”, in quanto fa coppia con Zacho, un bellissimo pastore tedesco. Nelle esercitazioni di ricerca il suo cane si è rivelato veramente bravo ed ho capito che i due sono legati da una perfetta intesa.
Alberto mi risponde da Rucas, una località del Saluzzese nella quale si occupa degli impianti di risalita, e mi dice che anche il suo paese è bloccato da valanghe, ma che pensa di riuscire a partire l’indomani mattina. L’indomani siamo in molti sulla valanga, ma noi di Macugnaga abbiamo dovuto farcela tutta a piedi perché la valanga della Valle Rossa è nuovamente traboccata oltre il tunnel stradale e l’ha bloccato. Da Domodossola e da Villadossola sono salite le squadre locali del CNSA e, poiché è domenica, si sono aggiunti anche molti volontari. Saranno almeno ottanta persone che, formando più squadre, si sono allineate ed ora sondano la neve. Giungono in successione anche cinque unità cinofile, di cui due dalla Svizzera, ma il risultato è desolante: niente di niente(…) Con la notte giunge anche la nebbia; i Capi Stazione, concordemente, decidono che le ricerche devono essere abbandonate: è trascorso troppo tempo, non vi è più speranza che la donna sia viva. Le squadre rientrano e si preparano per andar via: devo dirlo a John e non trovo le parole per dargli questa notizia, neppure in italiano, figuriamoci in inglese. Sono raccolto in questi pensieri quando mia moglie mi raggiunge ancora via radio e mi dice che Alberto è riuscito a mettere in moto la macchina e chiede dove deve raggiungermi; rispondo che deve fermarsi nella Locanda di Ceppo Morelli, dove lo aspetterò. Adesso posso parlare a John con parole di speranza e ci provo; John mi risponde “Mia moglie è una donna forte, se la valanga non l’ha uccisa nei primi istanti, sono sicuro che è ancora in vita e che sta aspettando di essere tirata fuori”. Adesso mi chiedo chi dei due infonda coraggio all’altro.
Non risalgo a Macugnaga, scendo con John alla locanda di Ceppo Morelli, dove ceniamo insieme e restiamo in attesa di Alberto. Finalmente – sono ormai le 22.30 – Alberto arriva. Il guasto all’auto era minimo, non funzionava il tergicristallo, ma giù piove che Dio la manda; con l’aiuto del gestore di un distributore ed il solito provvidenziale pezzo di filo di ferro è riuscito a farlo funzionare (…). L’indomani Alberto imbarca John, Zacho e me sulla sua automobile e insieme raggiungiamo la valanga (…). Alberto è pronto, ha in mano la sonda ed una paletta leggera. È una di quelle palette di alluminio che dovrebbero scavare nella neve ma che sembrano più idonee alla costruzione di castelli di sabbia sulla spiaggia. Avanziamo sulla valanga, che è coperta da qualche centimetro di neve fresca che ha cancellato le nostre tracce di ieri. Zacho è accanto ad Alberto, ma, contrariamente a come l’ho visto in altre occasioni, mi sembra distratto, poco interessato a quanto accade intorno a lui. Iniziamo a percorrere la valanga dall’alto, dalla strada, e scendiamo lentamente. Zacho si muove sulla valanga, ma ho l’impressione che non cerchi, sembra che stia solo andando a spasso. Alberto gli mette un guinzaglio lungo e lo pilota nella ricerca; descriviamo una lunga greca sulla valanga finché giungiamo in fondo, quindi risaliamo un tratto. Alberto si ferma e mi chiede l’ora: “Sono le sette e mezzo” – “Bene, torniamo in fondo e facciamo riposare il cane” – “No Alberto, se arriva giù qualcosa e noi siamo là in fondo, finiamo nel fiume. È meglio risalire e spostarci sulla strada, dove saremo al sicuro”.

Durante questo breve discorso non abbiamo fatto caso a Zacho, che si è allontanato da noi per quanto lo permette il guinzaglio. Alberto lo osserva e poi mi dice sottovoce “Attento, guarda Zacho”. Osservo il cane e lo vedo inquieto, si muove annusando la neve. Alberto lascia andare il guinzaglio: il cane si allontana di neppure un metro poi scava con le zampe, si sposta e riprende a scavare, adesso è visibilmente agitato. Alberto mi dice: ”È qui, l’ha sentita; dammi la sonda”. Gliela porgo e lui prova a sondare vicino al muso del cane, una volta, due, la terza volta un poco più lontano ed esclama “È qui”. Scatto una foto e, mentre inquadro la scena, vedo che nel mirino compare una bandierina rossa (la bandierina che compare in primo piano nella foto di Alberto che sonda).

Stacco gli occhi dal mirino e osservo meglio, saremo a tre o quattro metri dalla bandierina che segna il margine del sondaggio del giorno precedente. “Che sfortuna, ancora dieci minuti e l’avremmo localizzata con dodici ore di anticipo”. Osservo meglio e sotto il sottile strato di neve fresca vedo delle orme: “Le siamo passati sopra!” Alberto muove un paio di volte su e giù la sonda senza estrarla dal foro e ripete: “È lei, è proprio qui. Dammi la pala”. Gliela passo e lui comincia a scavare, dopo due o tre palate Zacho spinge di lato Alberto e infila il naso nel foro, quindi scava con le zampe, è agitato e scava con foga. Alberto riprende a scavare, ma è impacciato da Zacho, che vuole scavare pure lui; io non posso far niente perciò scatto qualche altra foto. Il lavoro di avanzamento non è veloce, perché la pala è piccola e leggera e la neve è dura. Finalmente, ad oltre un metro di profondità, vedo che si apre un buco nella neve e che appare qualcosa di rosso. So che la giacca a vento di Margareth è rossa, quindi è lei, vedo che la cosa rossa si muove e che Alberto, abbandonata la pala, si tuffa nel buco a testa in giù ed infila il braccio sinistro nel foro. Si sforza di penetrare anche con la spalla poi si ritira e mi grida eccitato “È viva! Fai presto che è viva!”. Cosa posso fare se siamo in due e abbiamo solo una paletta?

Alberto riprende a scavare e, crollata la volta della cavità che teneva prigioniera la donna, possiamo lavorare con le mani e, relativamente in fretta, liberiamo la testa e la parte superiore del corpo che è percorso da un tremito intenso; il viso è bianchissimo, dalla bocca semiaperta esce un gemito leggero che forma bollicine sulla bava che ricopre le labbra. Ci togliamo le giacche a vento e con quelle avvolgiamo tronco e testa per non disperdere il poco calore che ancora conserva quel corpo che ha gli abiti zuppi d’acqua.

Bisogna liberare le gambe: la sinistra sembra distesa in una cavità tra due grossi blocchi di neve, uno di questi, del diametro di oltre un metro, le blocca l’anca e la gamba destra. Mentre Alberto scava, cerco di chiamare John per dirgli di scendere e per comunicargli che sua moglie è viva, ma non riesco a trovare le giuste parole della sua lingua, sarò forse un po’ emozionato anch’io? Finalmente riesco a gridare “John, John, come here; your wife is alive”. John è un uomo di alta statura ed ha le gambe lunghe, ma io non ho mai visto falcate così ampie. In un attimo è accanto a noi: guarda quel fagotto di panni male avvolti e poi guarda me: “Don’t worry, John, your wife is alive” – “Thank you, Renato”.

È tutto, non serve dire altro. Mentre Alberto si affanna a scavare con la sua paletta vedo che in alto c’è qualcuno: è il cantoniere stradale che tiene in mano una pala, una vera pala. Salgo di corsa, me la faccio dare, sempre di corsa torno in basso. Adesso lo scavo procede più veloce, ma bisogna stare attenti, la gamba potrebbe essere fratturata. Finalmente l’arto è libero e, con precauzione, possiamo estrarre la donna dalla sua prigione di neve.

Il cantoniere ci ha raggiunto ed ha portato una vecchia coperta. Ci viene incontro anche Aldo, un cugino di mia moglie, che stava transitando per scendere a conoscere sua figlia, nata giusto quella notte nell’ospedale di Domodossola. “Bene, oggi abbiamo due lieti eventi a Macugnaga”. Con la coperta facciamo una specie di barella e in quattro riusciamo a risalire la valanga. Carichiamo la donna sul furgoncino del cantoniere, dove può restare distesa, e scendiamo a Ceppo Morelli. Nella neve resta solo la buca nella quale Margareth ha trascorso quarantaquattro ore.

Sono le otto e mezzo del mattino e un bar sta giusto aprendo la porta al pubblico: entriamo tutti con il nostro fagotto sotto braccio; poiché sembra un tappeto arrotolato, le due proprietarie ci guardano sorprese, quasi spaventate. Posiamo il carico a terra e io chiedo alle donne di accendere il fuoco nel camino e di portare un materasso e qualche coperta; una mi risponde confusa: “E duva vaghi a to’ sta roba?” Quasi mi arrabbio: “Sopra il letto!”. La donna sparisce e torna poco dopo con quanto richiesto, intanto l’altra ha acceso il fuoco nel camino. Possiamo liberare Margareth dai suoi abiti inzuppati d’acqua, è un compito che le donne fanno rapidamente, mentre Alberto scalda una coperta alla fiamma. Io cerco di mettermi in contatto telefonico con il dottor Roy, medico a Bannio Anzino, un paese poco più a valle. Il dottor Roy mi risponde semplicemente “Vengo subito” e, quando lo vedo comparire sulla porta, ho quasi l’impressione di aver appena appoggiato la cornetta. Nel frattempo ho chiamato l’ambulanza, che poco dopo si arresta davanti alla porta; dico al conduttore di tener acceso il motore per scaldare l’interno. Vedo il Dottor Roy, chino sulla donna, che ripone lo stetoscopio e lo sfigmomanometro e, mentre prepara una siringa, mi dice “Sembra incredibile, polso e pressione sono quasi normali, ma non riesco a misurare la temperatura”.

Poi, mentre Alberto carica la donna in ambulanza, ben avvolta in coperte e con borse d’acqua calda vicino al corpo, io cerco John, di cui mi ero dimenticato: eccolo là, in un angolo, seduto su una sedia, silenzioso; sembra sopraffatto dall’emozione e da due notti insonni. Mi avvicino e gli dico “John, you were right , your wife is a strong woman”. È tutto quello che so dire e non so neppure se l’ho detto nel modo corretto. Saliamo sulla vettura di Alberto, Zacho si sistema dietro e sembra addormentarsi, noi seguiamo l’ambulanza fino all’ospedale di Domodossola. Qui sanno già tutto perché il dottor Roy ha telefonato per avvertire dell’arrivo di un “carico speciale”. L’ambulanza scompare oltre il cancello…

Renato Cresta

P.S. Ho narrato questa storia soprattutto perché ho sentito più volte i tecnici del CNSAS dire che, trascorse quattro ore dal seppellimento, le probabilità di sopravvivenza sono ridotte al minimo, che praticamente “non c’è speranza”. Non è vero. La probabilità di sopravvivenza è ancora intorno al 4% o poco più, e la speranza di sopravvivenza è indefinita, anche di molte ore ancora. Una probabilità del 4% vi sembra scarsa? Provate a chiedervi quale probabilità di vincita avete se puntate un en plein alla roulette: 1 su 36 ossia 1:36, che corrisponde a 0,028 – in percentuale equivale al 2,8% – e su questa percentuale molti arrischiano i loro soldi. La Legge di Murphy dice: “Se esiste una sola probabilità che le cose vadano male, una volta o l’altra andranno male; forse già la prossima volta”. In quell’occasione ho pensato che questa legge deve procedere anche a rovescio: “Se esiste una sola probabilità che le cose vadano bene, una volta o l’altra andranno bene; forse già questa volta”. Ha funzionato. (R.C.)

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